L’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens, avvenuta mercoledì 12 settembre a Bengasi assieme a quella di altri tre funzionari statunitensi del consolato, riaccende la tensione ai massimi livelli tra Occidente e mondo arabo, rispolverando il fantasma mai sopito dello scontro di civiltà.

Le parole, si sa, possono essere delle pietre. Soprattutto quando la legittima libertà di espressione diventa indifferente alla considerazione dell’opportunità di certe affermazioni ed alla responsabilità di quel che si dice. All’origine dell’esplosione della violenza popolare contro le sedi diplomatiche degli Stati Uniti e di numerosi Paesi occidentali c’è la diffusione a livello mondiale – tramite YouTube – del film “Innocence of Muslims” (“L’innocenza dei musulmani”), offensivo e demolitore della figura del profeta Maometto. L’autore sarebbe Nakoula Basseley Nakoula, cittadino americano di origini egiziane e di religione cristiano-copta, già condannato per frode bancaria ed attualmente sotto interrogatorio da parte dell’FBI. Tra i finanziatori del film (scadente sotto tutti i punti di vista) vi sarebbero ebrei, cristiani copti (minoranza religiosa stimata attorno al 10% della popolazione dell’Egitto) ed integralisti protestanti riconducibili al movimento anti-islamico del pastore evangelico Terry Jones (famoso per i ricorrenti roghi di copie del Corano). Gruppi che hanno tutto l’interesse a rinfocolare il mai sopito odio dell’Islam radicale contro l’Occidente e ad alimentare la tensione in vista di un incontro elettorale fondamentale: le elezioni presidenziali americane di novembre 2012.

La quasi contemporaneità dell’assassinio dell’ambasciatore Stevens con l’undicesimo anniversario dell’11 settembre 2001, il più spettacolare attacco ai simboli della civiltà occidentale (e del capitalismo mondiale) mai avvenuto, non è, probabilmente, casuale. Il “ripugnante” film su Maometto (così definito dal Segretario di Stato Usa Hillary Clinton) è solo un pretesto. Serviva, in qualche maniera, gettare una miccia accesa nella prateria, causando morti (pazienza se innocenti) e, soprattutto, tanta confusione. Da una parte e dall’altra, le ali estreme interessate a rimettere in discussione i fragilissimi equilibri instauratisi con la stagione delle “Primavere Arabe” vedono nella destabilizzazione un’opportunità per emarginare i moderati (cioè la maggioranza, anche se silenziosa, delle persone) e volgere a proprio vantaggio gli equilibri geopolitici della macro-regione mediorientale.


Il fatto è che, dall’Atlantico al Golfo Persico ed oltre, nella galassia del mondo musulmano, la stagione delle “Primavere Arabe” ha sollevato un ciclone di idee. Nati dal malessere economico, dalla disoccupazione di una popolazione in larga parte composta da giovani sotto i 30 anni e dal desiderio di libertà, i movimenti popolari che hanno scosso a partire dal gennaio 2011 quasi tutti i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa non hanno costituito un fenomeno unitario. È per questo che sempre più spesso si parla di “Primavere” al plurale. In effetti, niente di più diverso tra quanto avvenuto in Egitto, dove la deposizione del vecchio guardiano degli interessi occidentali al Cairo, Hosni Mubarak, è stata dovuta a una rivoluzione tutta interna al Paese (quella simboleggiata da Piazza Tahrir), ed il caso Libia, dove solo l’intervento militare esterno, ed in primo luogo di Francia e Stati Uniti, ha consentito il rovesciamento del regime del colonnello Muhammar Gheddafi, barbaramente trucidato nell’ottobre del 2011. Per non parlare della piega presa dagli eventi in Siria, dove l’originaria rivolta popolare contro il regime di Bashar Al Assad è lentamente scivolata in una sanguinosa guerra civile dove nessuno dei due contendenti sembra riuscire a prevalere. Con l’aggravante dovuta al mosaico di religioni di cui è composto il Paese ed agli interessi strategici delle grandi potenze (Cina, Russia ed Iran da una parte, Stati Uniti, Europa ed Israele dall’altra), che hanno fatto della Siria il loro ultimo terreno di scontro geopolitico.

Ma anche nei Paesi dove la transizione, o le proteste, sono state meno violente, come Tunisia, Yemen, Algeria, Giordania, Libano e Stati del Golfo Persico, la costante è che ovunque regna un grande caos ideologico. Ed è proprio qui che trova terreno fertile l’estremismo e l’integralismo di una miriade di gruppi e gruppuscoli pronti alla violenza e all’eversione, tutti più o meno in parte riconducibili ad Al-Quaeda. L’organizzazione terroristica responsabile dell’11 settembre è sì stata decapitata con l’uccisione del suo fondatore e leader carismatico Osama Bin Laden il 2 maggio 2011 (il cui “scalpo”, peraltro, non è mai stato mostrato al mondo), ma in virtù della sua struttura “liquida”, fatta di tante cellule che operano ed agiscono con un coordinamento leggero e spesso in grande se non in totale autonomia, è ben lungi dall’essere stata resa innocua. Al-Quaeda, più che un’organizzazione terroristica, è una galassia di organizzazioni terroristiche, che oggi approfittano della confusione in cui versano i nuovi Governi scaturiti dalle diverse “Primavere”. Governi costruiti sulle rovine di dittature e regimi laici per decenni graditi e sostenuti dall’Occidente, e che poggiano pertanto su società fragili non abituate alla democrazia, nelle quali solo la religione, l’Islam, rappresenta l’unica solida identità collettiva.

Non è un caso che nel maggiore Paese arabo interessato dagli eventi, l’Egitto, alle prime elezioni presidenziali libere della sua storia sia prevalso Mohamed Morsi, leader di punta del partito Libertà e Giustizia, espressione politica dell’organizzazione religiosa dei Fratelli Musulmani. In questi giorni in visita in Europa, il neo-Presidente egiziano ha spiegato in maniera chiara la sua posizione sul film anti-Maometto: “L’Egitto farà tutto il possibile per proteggere visitatori, turisti e diplomatici da atti di violenza illegali – ha assicurato durante l’incontro con il Presidente della Commissione europea Barroso – ma allo stesso tempo condanna con fermezza le provocazioni anti –Islam. Il Profeta è una linea rossa che nessuno deve toccare. È una linea rossa per tutti i musulmani e respingiamo ogni attacco”.

Le insurrezioni di inizio 2011 avevano colpito perché, per la prima volta dopo tanto tempo, non erano avvenute all’insegna di un’ormai collaudatissimo antiamericanismo. All’inizio le cancellerie nordamericane ed europee temevano scenari simili a quelli dell’assalto all’ambasciata Usa di Teheran nel 1979 (smacco che, tra l’altro, costò la rielezione a Jimmy Carter l’anno seguente). Questa volta, invece, ai manifestanti non interessava bruciare le bandiere Usa, né quelle di Israele, ma abbattere i rispettivi regimi e conquistare, quasi sempre per la prima volta, la libertà. Il famoso discorso del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama tenuto proprio all’Università del Cairo nel giugno 2009 era apparso (ed era effettivamente) una mano tesa al mondo arabo e musulmano. Un cambio di rotta epocale, dopo i due mandati dell’amministrazione repubblicana Bush, con le sue due guerre in Afghanistan ed Iraq, che aveva in parte attenuato i pregiudizi ed i risentimenti (diffusissimi) nei confronti della superpotenza americana. Obama, tuttavia, ha poi purtroppo bruciato buona parte della popolarità conquistata mostrando incertezza nella risoluzione della questione israelo-palestinese, vera radice (verrebbe da dire “peccato originale”) di ogni ostilità e rancore del mondo arabo nei confronti del mondo occidentale. L’efficace e risolutiva formula dei “Due popoli, due Stati”, che sola può garantire duratura pace in Terrasanta, è rimasta sulla carta. Il fallimento di Obama, da questo punto di vista, è stato duplice, perché non solo ha causato il raffreddamento dell’entusiasmo iniziale provato da buona parte dell’opinione pubblica dei Paesi arabi nei suoi confronti, ma gli è anche costato la perdita della fiducia israeliana. Non è un mistero che il Premier di Tel Aviv, Benjamin Netanhyau, e con lui tutte le principali lobbies ebraiche statunitensi, parteggino apertamente per lo sfidante repubblicano di Obama alla Casa Bianca, Mitt Romney. Mentre sul futuro dello Stato palestinese, di Gerusalemme Est e delle colonie israeliane in Cisgiordania è rimasto lo status quo, cioè il nulla di fatto.

In questo contesto generale vanno letti i tragici avvenimenti di Bengasi, e tutti gli assalti alle ambasciate ed ai consolati occidentali seguiti ed ancora in corso, che hanno contato anche nuovi morti tra i manifestanti. L’amministrazione americana si imporrà presso le autorità libiche per ottenere la giustizia di cui ha diritto, ed ha senz’altro ragione di esigere la garanzia della tutela delle proprie sedi diplomatiche e dell’incolumità dei propri cittadini all’estero. Si tratta di diritti di convivenza minimi ed irrinunciabili per ogni Stato. Ma, al tempo stesso, si vede costretta a dispiegare truppe ed istituire misure di sicurezza eccezionali presso le proprie rappresentanze all’estero più a rischio (“Non possiamo ritirarci dal mondo”, ha spiegato Obama in un’intervista). Misura necessaria ma controproducente, che darà degli Stati Uniti l’immagine di superpotenza assediata.

Tutto questo mentre fondamentalisti, salafiti (musulmani radicali), estremisti ed integralisti di ogni specie, che avevano perso il treno della leadership delle rivolte all’inizio delle “Primavere Arabe”, si preparano a riguadagnare e riempire il vuoto politico lasciato alle spalle dal caos ideologico arabo.


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