Chi la dura, la vince. E’ servito che una coppia di giovani sposini facesse ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo per scoprire che la legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita è in constrasto con la Convenzione europea dei diritti umani. Un giudizio netto, motivato dalla possibilità, per i due italiani, di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni.

I due cittadini, Rosetta C. e Walter P., sono infatti portatori sani di fibrosi cistica, una patologia che, secondo la giurisdizione italiana,  contempla la possibilità di praticare aborto terapeutico se riscontrata al feto. Per questa ragione, dunque, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, la legge 40, precludendo ogni via di accesso alla diagnosi prenatale dell’embrione in quanto generato da coppia fertile, avrebbe violato il rispetto della vita privata e familiare dei due coniugi, che si vedranno riconoscere dallo Stato un risarcimento di 15mila euro più 2500 per le spese legali.

Walter e Rosetta hanno scoperto di essere portatori sani della malattia nel 2006, quando è nata la loro prima bambina, affetta proprio da fibrosi cistica. Ecco, dunque, che quattro anni più tardi, giunti alla seconda gravidanza, la madre ha optato per la diagnosi preimpianto, scoprendo che il suo secondogenito soffriva della stessa patologia, e decidendo, in seguito, per l’aborto. Da allora, è partita la loro battaglia giudiziaria che li ha portati ad appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale oggi ha stigmatizzato un corto circuito nella normativa italiana sulla procreazione assistita e gli screening embrionali.

Obiettivo della coppia è, infatti, quello di ricorrere alla fecondazione in provetta per evitare di incorrere nuovamente nel 25% di rischio di trasmissione genetica della fibrosi cistica. Il problema della giurisprudenza italiana, però, è che la legge 40 consente il ricorso all’inseminazione in vitro solo nel caso in cui i due genitori siano sterili oppure qualora uno dei due sia affetto da malattie sessualmente trasmissibili.

Una disciplina che violerebbe gli articoli 8 e 14 della Convenzione, così come appurato dalla Corte europea, che ha posto in evidenza come in ben 15 Paesi del vecchio continente il ricorso alla fecondazione in vitro sia concesso anche a coppie fertili. Nell’ordine, tale pratica è concessa in Belgio,  Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia,  con le sole Italia, Svizzera e Austria a vietare lo svolgimento di esami preimpianto su coppie feconde. A finire sotto la lente europea, sono, dunque, gli articoli 4 e 13 della legge sulla procreazione assistita, che prevedono le suddette disposizioni.

Intanto, parte già il dibattito sulle questioni etiche anche sui social network. L’onorevole del Partito democratico Giovanna Melandri, dal suo profilo Facebook scrive: ” All’epoca dell’approvazione della legge 40, ne avevamo denunciato con forza la natura ideologica, ingiusta e vessatoria: una legge costruita non per regolamentare e tutelare, ma per imporre divieti insensati. La Corte europea ci dà nuovamente ragione. Il Parlamento cambi, quanto prima, questo provvedimento crudele e sbagliato, che mette a repentaglio la salute della donna”. In simultanea, anche il giornalista Gianni Riotta ha twittato il suo pensiero: “Sentenza giusta e inevitabile per una legge da cambiare presto”.


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2 COMMENTI

  1. […] depositato il ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, lo scorso fine agosto, ha bocciato il divieto italiano di diagnosi preimpianto sugli embrioni stabilito dalla legge 40 […]

  2. […] assistita. A stabilirlo sono le nuove linee guida sulla legge 40 inviate… (2 commento/i)Legge 40, la Corte europea dice no. Sui social parte il dibattito eticoChi la dura, la vince. E' servito che una coppia di giovani sposini facesse ricorso alla Corte […]

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