… Akitu è solo uno dei tanti … uno dei tanti bambini africani che hanno perso un occhio per una banale infezione curabile con mezzo grammo di pennicellina …

Tra le farfalline inguinali di Belen Rodriguez negli allegri mari di Formentera ed il broncio siliconato di Nicole Minetti sul petto tatuato di Fabrizio Corona, c’è chi decide di passare le sue vacanze diversamente e – con la più ordinaria delle semplicità – di andare a dare una mano di aiuto a chi sta peggio di noi.

L’offerta di un proprio spicchio di vita. Una vacanza d’amore nel senso più pieno del termine. Un messaggio di speranza allo stato puro. Una scelta di volontariato come personale modo di essere e di volere essere.


Perché? Non c’è un perché ai sentimenti buoni, all’altruismo, alla solidarietà umana. Come non c’è un perché all’idiozia e alla cattiveria umana.

E perché mai dovrebbe fregarci dell’Africa, o di quelli del Terzo Mondo, o della miriade di morti di fame sparsi per tutto l’Universo, noi che di problemi ne abbiamo sino alle radici dei nostri ultimi spennacchiatissimi capelli latini?

Qui sì c’è un perché, che è anche chiaro, nitido e assolutamente logico.

Perché è nostro dovere morale, civico e politico; perché siamo stati noi, e non loro, ad entrargli in casa indossando gli odiati panni di padroncini colonizzatori; perché siamo stati noi, e non loro, ad impedirgli di vivere liberamente come meglio ritenevano; perché siamo stati noi, e non loro, a sfruttarli appropriandoci delle loro risorse e preziosi; perché siamo stati noi, e non loro, ad incatenarli come schiavi per il nostro “nuovo mondo”.

Comodo farci i fatti nostri, e non i loro, quando ancora oggi continuiamo a portare avanti la nostra “sana” politica di globalizzazione – economica, culturale, giuridica – avendo anche l’ardito coraggio di stabilire se e quanto sia giusto che le donne portino il velo.

Comodo fare finta di non sapere che milioni di bambini asiatici lavorano di notte per cucire le nostre eleganti mise griffate.

Comodo non avere il coraggio di ammettere che l’autodeterminazione dei popoli dovrebbe valere sempre e comunque, anche quando sotto i piedi dei popoli ci sono i giacimenti petroliferi o le miniere di oro e diamanti.

A meno che si abbia veramente – e non per mero paternalismo manieristico – voglia di abbracciare la filosofia dell’amicizia globalizzata, nel qual caso si dovrebbe avere l’onestà di dividere equamente tutte le ricchezze del pianeta Terra, ricordando quotidianamente a noi stessi che i loro bambini hanno i dentini da latte esattamente come quelli dei nostri. ..

Allora, siete pronti per prenotare un interessante last minute?

Vi consiglio Dubbo, in Etiopia, nel Wolaita, la regione degli schiavi degli schiavi da cui sono partiti i primi schiavi d’America, tra le zone più povere dell’intera Africa.

Andate, rilassatevi, scattate un po’ di fotografie, prendete per mano i loro bambini grondanti di acqua (è il periodo delle grandi piogge), fate un salto nell’Ospedale della Missione per vedere quanto e come la gente muore, ammirate uno ad uno i buchi dei loro miseri stracci, fate la conta di quanti monocoli vi attraverseranno la strada.

Certo, sarà piuttosto difficile che possiate trovare lungomare affollati di giovani fanciulle in calzoncini brasiliani, o bar che vi servano aperitivi con olive e stuzzichini, o spiagge bianche ed assolate, o discoteche sfavillanti, o piscine a forma di cuore, o wind surf, o motoscafi, o motorette d’acqua, o negozi alla moda.

Vi assicuro però che ritornerete felici, in salute, rinforzati nel corpo e nello spirito.

Non rimarrete a piangere nella vasca da bagno rimuginando sulla crociera da sogno trascorsa il mese prima, ma guarderete il vostro piccolo soggiorno di casa e vi sembrerà una reggia. Vi siederete a tavola di fronte ad un gustosa fetta di formaggio locale e ad un buon bicchiere di vino rosso e vi sentirete dei ricchi pascià. Indosserete i jeans comprati al mercatino rionale e penserete quanto è bello avere le gambe ben coperte dal freddo.

Ma soprattutto, vi sveglierete all’alba – memori dei loro orari – con un cuore grande così … e guarderete il sole tra le fessure della vostra finestra con un sospiro di speranza … di un mondo migliore per tutti, per noi ed anche per loro. 


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7 COMMENTI

  1. Franzina, ho letto veramente col cuore il tuo articolo, così carico di sensibilità e di dolci/amare verità.
    Qualcuno potrebbe, forse, chiedersi che cosa abbiano mai a che vedere le tue riflessioni con un quotidiano di natura giuridica. In quel caso, egli avrebbe evidentemente dimenticato che il substrato di tutto il Diritto è unicamente la Giustizia. Ed è proprio di giustizia umana che tu ci hai mirabilmente parlato!

  2. Brava, bene. E’ importante parlare di certe cose. Oggi siamo talmente presi dalla nostra quotidianità materiale, italiana ed europea, che dimentichiamo che il mondo è grande, i problemi sono tanti, la nostra visuale deve andare oltre. Esiste anche lo spirito, l’animo, i sentimenti, il cuore.
    Ricordiamolo sempre. Il buon Dio ci ha creato tutti uguali, e tali dovremmo rimanere.

  3. «Pensieri per Franzina cara Franzina».

    Complice il diritto, tra la disattenzione dei giuristi che non di rado si danno all’avvocatura per spogliare i vivi come i becchini i morti, vanno uomini scalzi e affamati. Poveri, che da poveri sorridono.
    Codici alla mano, norme innalzate a comandamenti di un feticcio, morto e sepolto il buon senso durante la lunga crisi del diritto naturale fondato sulla metafisica della trascendenza, il padrone della solfara siciliana cosa chiedeva di diverso al caruso di quel che chiedesse alla bestia da soma che avrebbe dovuto trascinargli il carico? Il caruso era un caruso e la bestia una bestia. L’uno e l’altra gli servivano per le «energie» che possedevano. E se non le possedevano, non facevano per lui. E c’era forse differenza tra l’esame medico a cui l’imprenditore assoggettava il macchinista alla fresa prima di assumerlo in servizio e l’esame veterinario a cui l’acquirente assoggettava il cavallo prima di pagarne il prezzo?. Ditelo con delicatezza, Signori, nessuna. Lì Pilato crocifisse. E appena vi sembrò che la locatio operarum nascondesse una locatio hominis, ancora con delicatezza, Signori, avete provveduto. Con un semplice cambiamento di nome al contratto di lavoro. Non più la locazione, che sa d’inquilino muffito quand’anche è un Kafka o un Gide, ma la vendita che media in sinallagma gli interessi contrapposti di persone impersonali, non i valori di persone personali che possiedono un nome proprio: e questa è una vendita di energie muscolari, mangiate e diventate robusti, avrete un miglior salario se più instancabili sarete nel cottimo. Nei salotti, una romanza: «L’aurora di bianco vestita già l’uscio dischiude al gran sol». E lodi al buon vino: «Vinum forte et purum reddit hominem securum, ave color vini clari, ave sapor sine pari».
    Vanno uomini scalzi e affamati per gli aspri sentieri del mondo, sfiorando i cigli dei burroni che non hanno cremagliere né funi a cui aggrapparsi in sanguinanti mani. Vanno feriti nell’anima. Vanno feriti alla testa e alle braccia, alle costole e alle gambe. Due lastre di vetro i loro piedi, potrebbero pattinare. Il corpo ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Nello scenario della natura, al quale appartiene e non come muta comparsa, deve nutrirsi, bere, riposare, vestirsi pesante se freddo e leggero se caldo. Deve soddisfare i bisogni che proprio dalla natura gli vengono, ad altri corpi unendosi per lavorare e produrre, per innalzare lo sguardo al cielo, propizi giorni chiedendo in litanie sussurrate, per tirare la carretta della vita fino al sabato. Vanno uomini scalzi e affamati per tutta la terra. Scheletri di bambini dalla pancia enorme in braccio alle madri. Vecchi tra coperte sorrette a lettiga. Qualche valigia con l’ammasso della biancheria, pani induriti da bagnare nell’acqua, e le foto dei padri e dei nonni, e le foto degli altri figli e sorelle e fratelli già morti. Un pellegrinaggio. Invano cercano l’abito biancazzurro di Madre Teresa kosovara di Calcutta, le sua «cascata di luce nel cuore». Non sono più gli scariolanti o i tamarri di Melissa. Non più i lavoratori ammanettati al par dei malfattori. Non più le vittime del feroce monarchico Bava. Non più le mondine che mai tremarono. Non più quelli che chiamavano i compagni in fitta schiera perché sulla libera bandiera splendeva il sol dell’avvenir. E neppure i metallurgici del Sessantotto. Vanno uomini scalzi e affamati in punti lontani dell’atlante geografico, reietti in patria e scacciati da altre patrie. Le guerre non sono finite, e per giunta ciascuno di loro deve combattere ogni giorno la propria. Tanti Gesù, in attesa che Pilato li crocifigga.
    Il Muro di Berlino è caduto, 9 novembre mille989. Ma dalla fine del comunismo non è nata la democrazia. È nata una libertà incrudelita che con Smith e Ricardo non ha niente da spartire e che invece reincarna l’hobbesiano bellum omnium contra omnes, come pure reincarna la dialettica amicus-hostis del nazista Schmitt. Dominati da un entusiasmo senza confini, coloro che pietra da pietra abbatterono il Muro di Berlino soffrivano di cecità e non di miopia. Di una «cecità […] bianca», di una cecità che conduce all’«incapacità di riconoscere quel che si vede» e che Saramago ha innalzato a categoria dello spirito. E non videro le scaglie delle pietre conficcarsi nei corpi. E neanche le pietre rotolanti. Donde l’Unione Europea, apportatrice di grandi speranze e in realtà opera eretta sull’euro, una Viergroschenoper, nonostante l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, 1 dicembre duemila9, un soldo in più rispetto alla vicenda del mendìco e furfante e baronetto Mackie Messer nella declinante Repubblica di Weimar: perché se allora la borghesia produsse un ordine borghese del mondo, ora l’ordine del mondo non è né borghese né antiborghese, e in ciascuno Stato, che tale rimane con le sue bandiere e i suoi inni, è l’ordine del mercato finanziario che dovunque attinge denaro e con denaro lo scambia, e anche attinge dal denaro dei piccoli risparmiatori che già pensano a quanto costerà il loro funerale e non vogliono gravare sui superstiti coniugi e figli e nipoti. I comunitari e gli extracomunitari, i comunitari con diritti forti e gli extracomunitari con diritti deboli. Te ne accorgi pure agli aeroporti, international flights. Ottentotti e Parigini. Alla dogana, due porte d’uscita che immettono su due corridoi diversi: una per gli extracomunitari, e per i comunitari un’altra, e sono costretti a separarsi, in beffa al principio giuridico della pari dignità e ai diritti dell’uomo.
    L’ordinamento giuridico di Maastricht è discriminatorio. L’Onu aveva fatto meglio il 10 dicembre mille948, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Tanto al primo “considerando” del Preambolo: «Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Quanto all’art. 1, con un’ispirazione ecumenica che fu anche di Rousseau nel Contrat social e di Hegel nelle Grundlinien der Philosophie des Rechts: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». E poi la Convenzione per la per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il 4 novembre mille950. Al § 1 dell’art. 4: «Nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù». E ai §§ 1, 2 e 3 lett. b e c dell’art. 6, in tema di giusto processo o processo giusto: «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole […]. Ogni persona accusata di un reato […] ha diritto di: disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie a preparare la sua difesa; difendersi personalmente o avere l’assistenza di un difensore di sua scelta e, se non ha i mezzi per retribuire un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia». A Maastricht ci si è rivolti ai popoli di Stati nazionali, la loro nazionalità conservando. Un macrodiritto rispetto ai microdiritti di questi Stati. L’Onu si era rivolta ai popoli della terra senza distinzione, un totum ius, uno ius omnium hominum. L’incallito positivismo giuridico, da una parte. E l’intramontabile inquietudine del diritto naturale, dall’altra. La ragion di Stato di Creonte. E l’indeclinabile ragion del cuore di Antigone. Della quale si avverte l’eco nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata dal Parlamento europeo e dal Consiglio e dalla Commissione il 7 dicembre 2mila.
    Vanno uomini scalzi e affamati. Nel quartiere dove nacqui tra piante di gelso bianco per la filatura, li vidi da bambino. E nelle stradine che si aprono a ventaglio sulle piazze di Lisbona, li vidi. E nei Quartieri Spagnoli, a Napoli, e nella casba della Salerno antica in tufo giallante. «Mi s’arricottàu u latta»: fotogramma di una giovane donna disperata, a cui il lattaio aveva venduto latte buono solo per la ricotta, tanto disperata che la scena aveva bisogno di testimoni sulla via, ruga o rruga la si chiamava, e nelle case accanto, perché tutti sapessero che quella mattina non c’era da mangiare per i figli. Al Liceo Classico Pasquale Galluppi della mia città, mi ero imbattuto in una pagina di Croce: «Mi sembra […] opportuno che alla facoltà di giurisprudenza sia unito un insegnamento di filosofia. Ma, direi, di filosofia senz’altro, e non già di filosofia del diritto, perché la filosofia del diritto non è isolabile dall’organismo della filosofia, e, quando si cerca d’isolarla, diventa così evanescente da doverla riempire, per darle l’aspetto di cosa solida, di un contenuto estraneo e raccogliticcio». E in una pagina di Brissot: «j’osai […] appliquer la philosophie à la jurisprudence».. E al thaumázein conducendomi, mi sorpresero quelle pagine nella mia città, Chatacium un tempo e con Eliot unreal city da tempo. Era l’ottobre mille960: matricola di Giurisprudenza presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Tutti i miei professori di diritto positivo erano kelseniani. Non ammettevano che esistesse altro diritto se non il diritto dello Stato. Non ammettevano che la scienza giuridica potesse riferirsi all’etica. E guai a parlargli di giustizia, guai a riferirsi alle ingiustizie che si consumano nel campo dell’economia e per cui i poveri restano poveri e ricchi i ricchi, specie attraverso quella formidabile cinghia di trasmissione delle povertà e delle ricchezze che è l’istituto della successione ereditaria. E guai a ricordargli Aristotele e l’Etica Nicomachea. Ti dicevano che avresti dovuto studiare Lettere e filosofia, non Giurisprudenza. E solo a stento riconoscevano che l’economia proietta la sua ombra sul diritto in pochi casi: nelle obbligazioni alimentari, dove si deve tener conto delle condizioni economiche dell’alimentando e dell’alimentante, nella donazione di modico valore, dove la modicità va valutata anche in relazione alle condizioni economiche del donante, nella rescissione per lesione e nella risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione. Del resto, poveri e ricchi erano costituzionalmente uguali davanti alla legge. Cosa chiedere di più? Kelsenista, non semplice kelseniano, era Carlo Furno, di cui seguii le lezioni di Diritto processuale civile e di Teoria generale del diritto nel mille962. Umanissima persona. Non faceva mai lezione stando dietro la cattedra, si sedeva invece davanti la cattedra, il più possibile vicino a noi tra i banchi. E agli esami colloquiava, non interrogava a raffica. Ma che il processo civile sia qualcosa di drammatico, perché di carne e ossa sono gli attori e i convenuti e i giudici, che i ricchi si avvalgono di valenti e scaltri difensori di fiducia e che i poveri sono spesso contumaci e per stanchezza non hanno né voglia né forza di accedere al gratuito patrocinio, questo non l’imparai da Furno. Kelsen ci veniva propinato come un farmaco contro ogni tentazione pregiuridica o metagiuridica. Un rimedio alla troppa letteratura e alla troppa storia e alla troppa filosofia che avevamo appreso nei Licei classici. E quando non Kelsen, un qualche suo seguace italiano: Bobbio il migliore, per organicità di esposizione e limpidità di linguaggio. «Chi s’interessa di giustizia, non s’interessa di diritto, il giurista prende possesso del diritto, il filosofo prende posizione nei confronti del diritto»: così ci diceva Ugo Natoli dalla sua cattedra di Diritto civile. Continuavano ad andare uomini scalzi e affamati. Ma i miei professori kelseniani, i piedi nudi e la fame non rientrando nelle fattispecie astratte delle previsioni normative al pari dei denti che ti battono nella bocca gelata, e al massimo potendo costituire indizi per il reato di mendicità, erano giuristi felici. Si chiudevano nella fortezza della scienza noncuranti della sapienza, e studiavano le norme in un sistema autoreferenziale: «La nuit des chiffonniers». Erano giuristi ammalati di storiofobia e eticofobia. E sembravano malattie benefiche, dato che recavano felicità. Però la loro felicità era dovuta proprio all’oblio della storia e dell’etica, che li spingeva ad arrestarsi dinanzi allo scenario del diritto senza mai perforarlo, perché perforandolo avrebbero scoperto ciò che non gli interessava scoprire: il potere, e con il potere Machiavelli, e con Machiavelli il Principe di turno.
    Il carretto del lattaio, legno secco tagliato con l’accetta, cigolando su ruote cerchiate di ferro, ogni mattina, già l’alba dissolta in vapori grigiooro, rischiava di scontrarsi con il carretto su cui la pianola suonava canzoni napoletane, e a volte si scontravano nei tre metri che dividevano le case dirimpettaie, e tutti alla finestra a sentirne il fracasso con l’aria del capotamburo. Le costruzioni, su fondi finitimi, a distanza non minore di tre metri. Il comproprietario di un muro comune può immettervi travi, purché le mantenga a cinque centimetri dalla superficie opposta. E pozzi e cisterne e fosse di latrina e concime presso il confine: si possono aprire, basta che il muratore misuri bene e stia attento a lasciare almeno due metri tra il confine e il punto più vicino del perimetro di pozzi e cisterne e fosse di latrine e concime, e almeno un metro per i tubi d’acqua pura o lurida. E se il tuo silos e la tua stalla e il tuo pollaio hanno una luce o una veduta, non siano troppo vicini al fondo di un altro, con il quale magari parli la sera alla bettola della grandine che sta rovinando i raccolti. L’igiene dei poveri. La profilassi dei poveri. Le fosse di latrina e concime e i tubi d’acqua pura o lurida, i ricchi li mettevano nei propri campi senza dar fastidio a nessuno, così estesi erano i campi, anche se un giorno, ricordo di cenere, il contadino Arturo, che zappava e taceva intorno ai pomodori e all’aglio che avrebbe mangiato in mezzo al pane, fu mandato dal suo padrone, Rosario Mancini fu Antonio, a controllare le fosse di latrina e concime, e lo tirarono su morto con il braccio destro teso e il pugno chiuso. E se il tuo sciame d’api è fuggito, era delicato il miele che ci facevi e te lo pagavano bene al mercato del giovedì, quello di castagno più di quello di acacia, hai due giorni per inseguirlo sul fondo altrui. E insèguilo senza mai dormire. Altrimenti ne perdi la proprietà che si trasmette al proprietario del fondo su cui stai invano correndo da ore immemorabili. E sarà lui a farci il miele e a venderlo. No, non hai tempo per il sonno. Devi riuscire a riprenderlo, il tuo sciame d’api: sennò come sfamerai i tuoi figli, e di te che penserà tua moglie, che sei buono solo a ingravidarla?. E insegui pure i tuoi animali mansuefatti, insèguili dovunque e riportali indietro. E attenzione ai tuoi conigli e ai tuoi pesci e ai tuoi colombi. Non lasciare che migrino ad altra conigliera o peschiera o colombaia. Non sarebbero più tuoi. A meno che tu non abbia un colombo viaggiatore. Ma i colombi viaggiatori ce li hanno i re e principi per i loro dispacci militari, e le principesse per i loro messaggi d’amore. Cose che a te non si addicono. A te si addice l’assicella di legno dolce, divisa in due in maniera longitudinale, tua una parte e l’altra di Donna Teresa, schiatta nobile, a cui tutte le domeniche porti ricotte in umide frasche, ed entrambi ci fate, tu sulla tua parte e lei sulla sua, una tacca di contrassegno e di tanto in tanto provate a far combaciare le due parti e l’assicella si ricompone perfetta se le tacche sono in numero uguale. E una volta che Donna Teresa ti aveva chiamato per zappettarle l’orto, stava giungendo la primavera, trovasti per caso sottoterra una piastra d’oro con stemma e corona. Gliela desti subito. «Che tesoro, che tesoro, il mio ricottaio zappatore», ti salutò rientrando in casa con la piastra tra le mani. I poveri soffrono. I poveri tacciono. Tutti poveri Cristi. Il marito è il capo della famiglia e la moglie deve seguirlo dovunque egli intenda stabilire la sua residenza. E se dalla mano del marito vola qualche schiaffo sul viso della moglie, «vide ’o mare quant’è bello», pazienza. Percosse? Impossibile, manca il dolo. Il marito non aveva né la coscienza né la volontà di tenere una condotta violenta idonea a cagionare un dolore fisico alla moglie. Anzi, la sua intenzione era buona. Un’intenzione educativa espressa attraverso l’esercizio di quello ius corrigendi che è garanzia dell’unità familiare. Questo m’insegnavano, codici alla mano, i miei professori di diritto. E intanto Pietro Caletta, calabrese disoccupato di mezza età, due figli gemelli di sette, Ciccio il maschio e Gesuzza la femmina, faccia rugosa da somigliare a un sessantenne, spingendo dalla schiena la moglie Rosa, sembrava non volesse camminare, statua dell’Addolorata, saliva sul treno per Milano: la nuova residenza che la storia aveva scelto per lui. Per riparare, si era sposato a sedici anni con una sedicenne. Istanza dei due al tribunale. Sentito il pubblico ministero: placet. Sentiti i rispettivi genitori, tremanti quelli di Rosa e fieri quelli di Pietro: d’accordo e anzi al più presto. Rosa già con la pancia a vista, nonostante il maglione largo e nero: niente da discutere sulla fondatezza delle ragioni addotte e sui gravi motivi. Quanto alla maturità psicofisica di Pietro e Rosa: un tango, e alla fine del tango una reciproca dichiarazione d’amore. Matrimonio celebrato, minori emancipati: tutti loro gli atti di ordinaria amministrazione, curatore il padre di Pietro per gli atti di straordinaria amministrazione, il giudice tutelare dovendoli però autorizzare. Non aveva un’impresa commerciale il padre di Pietro. L’avesse avuta, era fatta. Al tribunale non sarebbe costato niente dare a Pietro la possibilità di esercitare l’impresa del padre, e Pietro a compiere da solo anche gli atti di straordinaria amministrazione non attinenti all’esercizio dell’impresa. Quasi due anni alla pressa, il povero Pietro. Stanco al mattino, stanco alla sera. «Oppio?». «Sì, grazie». E Rosa lo fece inabilitare. Avesse guadagnato il triplo di quel che guadagnava, non sarebbe stato inabilitato: i soldi per l’oppio, a quali mai gravi pregiudizi economici avrebbero esposto lui e la sua famiglia?
    I poveri soffrono. I poveri tacciono. Lupi cresciuti nell’ombra lunga dell’individualismo, delirio totemico d’onnipotenza, li fanno soffrire. E non vorrebbero soffrire. Lupi addestrati in una qualsiasi Guantanamo del mondo. Non vorrebbero soffrire, i vagabondi della giustizia. Vagano nelle tenebre. Li mettono a tacere. E solo agli splendida lumina stellarum riescono a parlare: «Perché ci avete abbandonato?». Nella notte ci sono stelle, basta cercarle. E stelle nella notte del diritto. I miei professori riconducevano il diritto alle antiche sponde della pandettistica, sponde belle ma pur sempre antiche. E lo innalzavano a sistema di proposizioni linguistiche prescrittive da spiegare con proposizioni linguistiche descrittive, l’unica realtà essendo il linguaggio e non i fatti e non le vite dei singoli e non la vita vissuta con le cambiali in scadenza e i creditori pronti a protestarle. Tra le stelle nella notte del diritto, l’immobile e più brillante stella dell’etica. Non il pensiero politico di Kant, per cui il diritto deve genuflettersi dinanzi all’etica e però si genuflette conservando intatta la sua derivazione dall’égalité de les enfants de la patrie: «Tutti quelli che sono sottoposti a leggi sono sudditi di uno Stato e sono quindi sottoposti a una legge coattiva al pari di ogni altro membro della comunità […]. Questa generale uguaglianza degli uomini come sudditi di uno Stato può perfettamente coesistere con la massima disuguaglianza nella quantità e nel grado del loro possesso, sia che si tratti di superiorità fisica o spirituale degli uni rispetto agli altri, sia che si tratti di disuguaglianza esteriore di beni di fortuna…; in guisa che il benessere dell’uno molto dipende dalla volontà dell’altro (il benessere del povero dalla volontà del ricco) e uno deve obbedire (come il figlio ai genitori, la moglie al marito) e l’altro a lui comandare, uno serve (come giornaliero), l’altro paga la mercede ecc.». E nemmeno le considerazioni di Croce sull’homo iuridicus, in quanto diverso dall’homo ethicus: «giuridicamente, schiavo e salariato cedono entrambi, come suol dirsi, alla forza delle circostanze, o, come deve dirsi, diventano schiavi e salariati, perché in quel momento e pel tempo in cui durano come tali, trovano, in quello stato, la propria convenienza economica […]. Quale è il criterio e la misura per determinare che la forza è maggiore nell’uomo, il quale asservisce un altro uomo, che non in quello asservito? Io, per quanto analizzi, non riesco a scorgere in questo caso se non l’incontro di due individui diversamente dotati […]; e il dominatore è, a sua volta, dominato, chi serve è a sua volta servito. È una verità che verifico continuamente nei miei rapporti col mio servitore: che egli è mio padrone, almeno quanto io sono il suo; e che io sono suo servitore, almeno quanto egli è il mio». Tra Kant e Croce, Hegel. Nell’«eticità», una scoperta: «Il decadere di una grande massa al di sotto della misura d’un certo modo di sussistenza […] – e con ciò il decadere alla perdita del sentimento del diritto, della rettitudine e dell’onore di sussistere mediante propria attività e lavoro – genera la produzione della plebe, produzione che in pari tempo porta con sé d’altro lato una maggiore facilità di concentrare in poche mani ricchezze sproporzionate». E poi, l’estremo rimedio: «La schiavitù è qualcosa di storico, cioè essa cade, appartiene ad uno stadio anteriore al diritto, è relativa. Tutta questa situazione non deve esserci […]: nessun signore, quindi nessuno schiavo, ma altrettanto nessuno schiavo, quindi nessun signore». Dinanzi all’etica, che tutti abbraccia nella sua misericordia, i vinti al pari dei vincitori, i disprezzati al pari degli osannati, le donne di strada al pari delle donne accostumate, gli stranieri al pari dei connazionali, la Heimatlosigkeit. L’etica, infatti, non conosce patrie. Né conoscono patrie, nell’etica essendo radicati, i diritti dell’uomo. Nella sua Heimatlosigkeit, l’etica fa tremare il diritto positivo dei singoli Stati. E lo fa tremare dalle sue fondamenta. Non compie una celebrazione apologetica del già dato e nell’oceano delle possibilità guarda a ciò che adesso non è o non è nella sua compiutezza. Al formalismo giuridico, anche a quel formalismo che si nasconde nelle scuole neoesegetiche, dove ci si limita a commentare codici e leggi articolo per articolo, ai maestri di sottigliezze, a loro, alla loro tediosità infinita, il già dato. E il fariseismo e la bassa sofistica.
    «Ad rivum eundem lupus et agnus venerant». Assetati entrambi. Il lupo stava più in alto e assai più in basso l’agnello. «“Tu m’intorbidi l’acqua, mentre bevo!”»: il lupo. «“Ma no, Lupo, non può essere: | l’acqua scorre da te verso di me”»: l’agnello. «“Sei mesi fa hai tu m’insultasti[…]”»: il lupo. «“Ma come? Se non ero ancora nato!”»: l’agnello. Al lupo non restò che sbranarlo. Questa fabula scrisse Fedro «[…] propter illos… homines… , | qui fictis causis innocentes opprimunt». E le oppressioni non sono finite. Non sono finite le crocifissioni. E Pilato crocifigge ancora gli innocenti. E oppressori, complice la legge mesopotamica del tempo che il codice di Hammurabi ha sottratto al tempo tramandandola, Abramo e Sara. «Sono sterile, non posso darti un figlio per la discendenza, hai ottantasei anni, entra nella mia schiava egiziana, si chiama Agar». E Abramo entrò nella porta di Agar, e Agar concepì. Poi «guardò con disprezzo la sua padrona». Ma non per ingiuriarla, non per dimostrare che fosse più brava di lei o per ostentare vittoria come rivale di letto. La guardò con disprezzo perché l’aveva costretta ad accoppiarsi con Abramo, facendo del proprio corpo un arnese di procreazione. La guardò con disprezzo perché il figlio che sarebbe nato, Ismaele per volere dell’Angelo del Signore, pur partorito dalle sue viscere non gli apparteneva. Per diritto, la madre era Sara. La schiava Agar, data a concubinaggio, cosa poteva pretendere? Il suo servizio l’aveva prestato, e che allora si accontentasse. A Sara indispettita, Abramo: «“Ecco, la tua schiava è nelle tue mani”». Donde l’«afflizione» di Agar. E il Signore ascoltò questa «afflizione», segno che la riteneva giusta, e promise buona sorte per Ismaele. Poi, tornò da Abramo e Sara per annunciare che da lì a un anno avrebbero avuto un figlio tutto loro, Isacco. Già lui ride prima dell’amplesso tra il padre, cento anni, e la madre, novanta. Già ride il secondo patriarca, un re, dal quale altri re sarebbero venuti. Che Ismaele, ormai tredicenne, per diritto d’adozione figlio legittimo di Abramo e Sara, anzi il più anziano con aspettative di scettro, si facesse da parte: la benedizione divina e la divina garanzia di prolificità essendogli sufficienti, il ventre che l’aveva partorito era ventre di schiava, con porta di schiava e cosce di schiava. E durante un grande convito, Sara a Abramo: «“Caccia via questa serva e suo figlio, perché non deve essere erede il figlio di questa serva col mio figlio, con Isacco”». Sono giorni che Agar, cuore di mamma, vaga per il deserto insieme a Ismaele. Nell’otre l’acqua è finita. E il cuore di mamma, non potendo vedere il figlio mentre muore di sete, lo lascia ai piedi di un arboscello, un po’ d’ombra, poca davvero sotto quella calura, e piangendo va a sedersi distante. Ultimo intervento del Signore: un pozzo si apre improvviso davanti agli occhi di Agar, Ismaele è salvo. Non da re ma da semplice tiratore d’arco, continuerà a abitare nel deserto, moglie egiziana. Solo Sara, titolo di «principessa» sigillato nel suo stesso nome, può generare sangue di re. Ma la gloria è di Agar e non di Sara. Gloria di schiava sulle bandiere. Gloria di «straniera».
    Vanno uomini scalzi e affamati. E soffrono. E tacciono. E tutti, le loro bandiere nazionali riposte in un canto, sono avvolti da un’identica bandiera di dolore e lutto. La globalizzazione, ogni nuova parola fa sgùsciu fa, pur se è un flatus vocis, non globalizza il dolore e il lutto. Dolore e lutto sono da sempre globali. La globalizzazione globalizza le ingiustizie. Si limita a rendere irreversibile un processo in atto: più ricchezza ai paesi ricchi, dove colossi imprenditoriali intervengono sui geni di piante e animali e uomini e brevettano anche il raglio di un asino sardignolo in modo da averne l’esclusiva, più povertà ai paesi poveri, dove il vento ha cessato di sollevare polvere dalle stradine sterrate perché ormai ricoperte da escrementi compatti come asfalto. La globalizzazione è il suono prodotto dagli scordati strumenti del capitalismo. E a dirigere l’orchestra, sul podio dell’oppressione, la bacchetta dell’imperialismo. Marx: Das Kapital. Con un’aggiunta: Das Kapital = Das Imperium. Nell’Impero del Capitale «non c’è un luogo del potere – il potere è, a un tempo, ovunque e in nessun luogo». Dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia, dall’India, dalla Cina, dai Balcani e dalle tante Salaparute riarse che a migliaia punteggiano l’atlante geografico: è da lì che arrivano uomini scalzi e affamati, e con disprezzo li chiamano marocchini o curdi o albanesi o romeni, se prima non muoiono, e pure dopo morti continuano con disprezzo a chiamarli così. Il cimitero del mondo si è svegliato. Scheletri avanzano al chiardiluna. «Sorgi, vendicatore delle nostre ossa»: dice l’uno all’altro, quello davanti a quello di dietro. E finché la voce non si è tramandata dal primo all’ultimo della fila, almeno altre cinque generazioni si sono accodate alla processione. E allora bisogna invocare daccapo il vendicatore perché i nuovi accodati siano edotti. E siccome la fila si accresce ogni volta, le cinque generazioni sono diventate dieci e domani diventeranno trenta e cinquanta, ogni volta quella voce è costretta a ripetersi: «Perché taci e in quale fossa giaci nascosto, Dio vendicatore delle ossa, Dio che togliesti la zavorra da Sodoma e Gomorra?». La cantica dei dannati. E dei disperati. E da Sodoma e Gomorra, grattacieli di New York e Sydney, severi palazzi di Ginevra e Zurigo, dove transita il capitale finanziario e si concedono prestiti agli Stati per i loro armamenti, il proclama delle multinazionali. Elimineremo la fame dal mondo: dicono. Non avete sementi, vi daremo quelle transgeniche: dicono. Compratele, siamo d’accordo con i vostri governi, le comprerete da noi: dicono. E se non possedete neppure un cent per pagarle, abbiamo banche per mutui convenienti: dicono. E se vi manca la forza per interrarle, nessun problema: dicono. Ci penseremo noi a interrarle e daranno frutti in tutte le stagioni, ciliege a novembre e pomodori in pieno inverno: dicono. O vi manderemo aerei con tonnellate di cibi, siamo penetrati nel loro organismo e li abbiamo modificati, cibi nutrienti e resistenti: dicono. Prendete e mangiate: dicono. Prendete e bevete: dicono. I vostri corpi si metteranno in sesto, la dissenteria abbandonerà i vostri bambini: dicono. Pagherete i mutui: dicono. E quando avrete in tasca dollari sufficienti, vi venderemo succhi di pompelmo a lunga conservazione, è inutile che spremiate i vostri pompelmi, ci vuole tempo a spremerli, e il tempo è denaro: dicono. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me, il guadagno è reciproco: dicono. Sconfitta la vostra fame, guariremo i ciechi e gli storpi: dicono. Da cellule vere abbiamo creato bestie che hanno qualcosa dell’uomo, gli caveremo gli occhi e gli taglieremo gli arti e la spina dorsale: dicono. Li trapianteremo nei ciechi e negli storpi, e i ciechi vedranno e gli storpi cammineranno spediti: dicono.
    Ma l’etica a tutto ciò si ribella. Non chiede Vendicatori di Ossa o Angeli Sterminatori. Non ama la logica mercantile, balza dal suo trono al pensiero che si diffonda su scala planetaria, e la tollera solo se ispirata alla lealtà e alla correttezza, solo se il profitto non è più profitto e diventa equa controprestazione di fronte a una prestazione altrettanto equa. L’etica rende miti i cuori, senza indurli alla rassegnazione. Non vuole che le schiene si pieghino docili al frustino antico. Trasforma la disperazione in forza: nella forza della disperazione, che è la forza della speranza utopica a cui Bloch ha affidato l’epifania del non-ancora. «Tu staie malata e cante, tu staie murenno e cante». E nell’etica non c’è spazio per le guerre tra i popoli, difensive o offensive o preventive non importa, perché a ogni Stato belligerante sarà sempre facile sostenere che si sta difendendo da un nemico in armi o da un nemico che armi non ha e però resta nemico, nemico in un futuro possibile. Né c’è spazio per la violenza dell’uomo sull’uomo, o per l’odio e il rancore tra gli uomini. Nel linguaggio di Gandhi, ahimsa. E Gandhi 8 ottobre mille925: «La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della non-violenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo […]. Io approvo la completa non-violenza e la considero possibile nei rapporti tra uomo e uomo e tra nazione e nazione; ma questa non è “una rinuncia ad ogni lotta concreta contro l’ingiustizia”. Al contrario, nella mia concezione la non-violenza è una lotta contro l’ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione, il cui effetto è solo quello di aumentare l’ingiustizia. Io sostengo una opposizione mentale, e dunque morale, all’ingiustizia. Cerco con tutte le mie forze di ottundere l’affilatura della spada del tiranno, ma non contrapponendo ad essa un’arma più affilata, bensì deludendo la sua aspettativa di una resistenza fisica da parte mia».
    L’uomo è un fine, non un mezzo. E Kant mille788: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale». Conseguenza: «Di fronte a un uomo di modesta condizione economica e di umile stato che riveli rettitudine di carattere in misura superiore a quella che vedo in me stesso, il mio spirito si inchina». E commentando il Décret de tranquillité emanato dall’Assemblée Général il 12 ottobre mille790 per rassicurare i coloni neri liberi di Santo Domingo che in delegazione erano venuti a Parigi, temevano che i diritti umani fossero estesi ai 500.000 mila schiavi là dimoranti, l’abate Grégoire mille790: «la posterità, stupita o indignata, si ricorderà che quel giorno una parte della nazione fu immolata ai pregiudizi, alla cupidigia dell’altra». E sempre nella Francia rivoluzionaria, gli artt. 33 e 35 della Déclaration des droits premessa alla Constitution mille793: «La resistenza all’oppressione è la conseguenza degli altri diritti dell’uomo», «Quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri». E Hegel mille821: «“sii una persona e rispetta gli altri come persone”». Se ci sono diritti soggettivi, non è solo perché prima ci sono norme giuridiche che li istituiscono e li garantiscono con l’usbergo della sanzione minacciata a chi osa violarli, come se dietro ogni curva di strada si nascondessero malfattori pronti a portarti via il nome, a impedirti di usarlo, a fissare la tua immagine in pellicola, a ingiuriarti o diffamarti, a romperti l’osso del collo, a non saldare i debiti nei tuoi confronti. La linfa dei diritti soggettivi, e non esistono diritti più soggettivi dei diritti dell’uomo, precede le norme giuridiche dei codici e delle leggi. Ed erompe da un dovere etico: dal dovere di non nuocere agli altri e di mantenere fede alla parola data. Ti posso fare del male, posso cancellare l’impegno che verso di te ho assunto con la mia promessa. Il diritto mi punirà, ritenendomi responsabile. Ma non del diritto ho paura. La sua forza deterrente è debole al cospetto della forza che ha la voce della mia coscienza. E di questa voce ho paura. Ho paura che mi condanni a un irredimibile senso di colpa. Ho paura che non mi lasci dormire. Perciò non ti faccio del male, e rispetto la mia promessa. «Omnia vitia penitus insidunt nisi dum surgunt oppressa sunt». E noi uomini siamo pieni di vizi. La clava dei nostri antenati, quando dalle caverne di roccia sbilenca uccidevano per il possesso delle donne o per la carne di un cerbiatto, non è memoria inerte. L’inconscio l’ha conservata come ricordo vivo, come simbolo della violenza di cui siamo capaci. Il vizio rimane. E però non si radica se l’etica lo tiene a freno e lo domina. E se insieme all’etica, lo tiene a freno e lo domina il diritto. Donde la necessità che il giurista, abbandonando ogni fariseismo e senza acconciarsi alla constatazione che Gesetz ist Gesetz, non si accontenti di analizzare il linguaggio delle norme ma penetri nel loro contenuto e ne scopra la ratio, cioè la ragionevolezza: altro nome, meno compromesso con il giusnaturalismo, per chiamare la giustizia e invocarla a giudice supremo di tutti gli ordinamenti giuridici. Un ordinamento giuridico irragionevole, e tale è se contempla la tortura o la pena di morte o l’ergastolo, o se introduce discriminazioni o privilegi a vantaggio dei forti contro i deboli, è una sfida nei confronti dell’etica. Una sfida che può durare secoli e secoli, come secoli e secoli durò il diritto romano fondato sulla schiavitù. E però una sfida che prima o poi l’ordinamento giuridico irragionevole è destinato a perdere, perché prima o poi la coscienza gli oppone la sua obiezione radicale e lo rende inefficace nel suo complesso, non meritevole d’obbedienza.
    Con intonazione giusnaturalistica, scriveva Gentile mille917 che al di sopra delle leggi positive c’è una legge superiore: quella che comanda di osservare le leggi dello Stato, giuste o ingiuste che siano. Un legalista che innalza lo Stato a cattedrale celeste, e al tempo stesso innalza oltre i pinnacoli dello Stato una legge non positiva per rinsaldare la cogenza delle leggi positive. Mai un giusnaturalista aveva affermato ciò che Gentile affermava. Al contrario: lex iniusta non est lex. Mai ci si era serviti del giusnaturalismo per santificare le leggi dello Stato. Del giusnaturalismo ci si era serviti per indicare l’ideale diritto a cui queste leggi devono tendere. Gentile, numquam redivivus. E dunque, nei pregi e nei limiti, al giusnaturalismo quel che è del giusnaturalismo. Tra i pregi: la sua vocazione universalistica, la vocazione a unire i popoli, per tutti loro vagheggiando un diritto perenne, un diritto che comprenda i diritti dell’uomo in quanto uomo, senza aggettivazioni di cittadinanza. Tra i limiti: l’aver considerato la proprietà privata come prolungamento e completamento della persona, diritto al diritto oggettivo e diritto ai diritti soggettivi, così legittimando le disuguaglianze economiche tra chi ha e chi non ha, tra chi ha di più e chi ha di meno. Pregi che superano i limiti: i pregi appartenendo all’ontoaxia del diritto, i limiti alle ideologie del diritto. I pregi al valore della solidarietà. I limiti al disvalore dell’individualismo. Vico seguendo: i pregi alla «storia ideal eterna», i limiti alle «storie» che corrono «in tempo» e «sopra» la «storia ideal eterna» corrono. Nella solidarietà, la Parabola del Buon Samaritano, affondano le loro radici i diritti etici dell’uomo. E non nel concetto di umanità condivisa, tanto caro ai teorici dell’etica pubblica e del pensiero debole. Il pensiero filosofico, se pensiero è, è sempre forte. Crede che l’umanità sia comune, un dato per sua essenza inconfutabile, e non un accidente da condividere o non condividere. È fondamentista, non fondamentalista. Fonda concetti a valenze variabili. Ma la verità essendo polifonica, rispetta gli altrui concetti. Conosce la logica dell’argomentazione. Non innalza bandiere nel vento della vittoria, non si esibisce in manicheismi o in dogmatismi, muraglie di calcestruzzo, non chiama alle crociate contro gli avversari. E invece, nel silenzio della meditazione, fiorisce ginestra dalla pietra lavica, sulla quale sono incise le tracce di precedenti meditazioni, che proprio consumandosi hanno permesso alla lava di pietrificarsi. È cortese, non diplomatico. Al tavolo delle trattative, dove si discute dei valori umani su cui accordarsi come si può discutere delle regole da seguire prima di cominciare una partita a carte, lascia la sua sedia vuota. È convinto che i valori umani si sottraggano alle reciproche concessioni e negoziazioni, se a te questo a me quello e se a te una parte di questo a me una parte di quello, e si autopongono in cerimoniale interezza nella coscienza: anche nella coscienza del più pervicace tra i delinquenti, tant’è che la pena deve tendere a rieducarlo e non a educarlo ex rasa tabula. È altresì convinto che, in virtù di un tale autoporsi, i valori umani non si prostituiscano dinanzi alle avverse circostanze che vorrebbero prostituirli. E infine è convinto che i diritti etici dell’uomo, per l’universalità che li caratterizza e che non si confonde con la generalità delle leggi positive e dei diritti soggettivi che ne discendono, siano il nocciolo del geodiritto e posseggano più autorevolezza» che autorità. Perché geodiritto e non diritto cosmopolita? Per prendere le distanze dal razionalismo illuminista, dalla sua cultura troppo incline a esaltare i popoli contro la popolazione nel suo insieme, contro quell’insieme il più largo e accogliente che la popolazione è nell’insiemistica inter homines dove homines hominibus homines sunt, e a esaltare la federazione tra Stati contro il superamento degli Stati nazionali. E per dare maggiore importanza alla terra rispetto alla pólis e alle sue istituzioni: la terra essendo sopravvissuta nel ritmo delle stagioni allo scalpiccìo dei cavalli alabardati, alle azzannate dei leoni sulle carni degli schiavi nelle arene, la terra raccogliendo in sacrario tutte le ossa, dei vincitori e dei vinti, del padrone Rosario Mancini fu Antonio e di Arturo braccio destro teso e pugno chiuso, di Donna Teresa e del suo ricottaio domenicale.
    Molte Costituzioni garantiscono ai cittadini ampie oasi di diritti fondamentali. È già qualcosa, e qualcosa di grande importanza. Ma non basta. È la categoria giuridica della cittadinanza che occorre abbandonare negli archivi della giuspubblicistica, in modo che i diritti fondamentali si sgancino dai singoli ordinamenti e acquistino il respiro dell’universalità. Ariosa serenata, quella del giusnaturalismo. E nel geodiritto non si canta senza il suo accompagnamento. I diritti dell’uomo, che si autopongono nell’etica, dell’etica hanno l’autorevolezza in quanto figure archetipiche di Éros in lotta con Thánatos. Ma non si pongono nell’ordinamento giuridico se questo non li pone e non gli conferisce quella autorità che si distende dal precetto alla sanzione. Il giusnaturalismo spinge a positivizzare i diritti dell’uomo. Entrambe da auctor: autorevolezza e autorità. Solo che l’autorevolezza, per il suo legame con la ragionevolezza e con la giustizia che nella ragionevolezza non trova altro che un sinonimo ai giuristi più orecchiabile, è auctor principalis rispetto all’autorità. L’autorevolezza è costituente. Costituisce i diritti dell’uomo, alla loro radice andando e nella loro radicalità esprimendoli, e il pensiero che così li esprime è radicale, pensiero che dall’ontoaxia viene e nell’universalità dell’ontoaxia vive. L’autorità, quando non traligna in nudo potere che di foglie di fico si serve per nascondere la propria nudità, è costituita. È il prodotto pietrificato dell’autorevolezza costituente, come la natura naturata lo è della natura naturans. E nella sua forza costituente, l’autorevolezza picchia alle porte dell’autorità costituita. Picchia, finché le porte non escono dai cardini. E allora, cerca una norma positiva, la interpreta con un’analisi del linguaggio che badi alla sue valenze variabili e alla sua verità polifonica. Un esempio elementare. L’esempio della norma che fissa per tutti, senza discriminazioni, l’acquisto della capacità giuridica al momento della nascita. La ragionevolezza vuole che al concepito si riconosca una sua soggettività nella forma della persona in fieri. E vuole altresì che la capacità giuridica non sia un idolo vuoto di gesso che bisogna riempire da un buco in cima alla testa con una colata di bronzo. La capacità giuridica è un idolo di gesso che ha già le gambe di bronzo. E su questo bronzo, appunto come figure archetipiche o permanenze, sono incisi i diritti della personalità, irrinunciabili e inalienabili e imprescrittibili. E irrinunciabili e inalienabili e imprescrittibili, per la medesima ratio, etica e giuridica insieme, vi sono giocoforza incisi i diritti dell’uomo.
    Pietro, calabrese disoccupato, è morto in un ospedale psichiatrico di Milano. Con i gradi superiori, firma di giudice, croce dell’interdetto. Ed è morta anche la moglie Rosa, che si era messa a far la domestica, e un giorno di mala sorte, veniva un temporale da paura, un fulmine le penetrò il ventre. Ed è morto anche il figlio Ciccio, gemello di Gesuzza, Ciccio Caletta fu Pietro, Gesuzza Caletta fu Pietro. Si era fidanzato. Fino a sera lavorava alle frese. Di notte aspettava che la fidanzata scavalcasse la finestra per raggiungerlo in strada. Per nove notti consecutive lei scavalcò la finestra senza trovare Ciccio per strada. Alla decima si vestì a lutto stretto, tra lo stupore dei familiari. Quel pomeriggio, Ciccio l’avevano trovato appeso per il collo a un albero vicino la discarica. La sua fidanzata teneva già un marito e due figli. Gesuzza è invece scomparsa. Dicono che si sia fatta suora di clausura, non si sa dove, e leggendo e rileggendo la Bibbia abbia scoperto quell’umana fratellanza che a lei e ai suoi cari non era toccata. Morti e vivi, tutti li ricordo. Tutti gli uomini scalzi e affamati ricordo. Tutte le ingiustizie da loro patite ricordo. E avendo la capacità di indignarmi e non quella di rassegnarmi, Díke invoco: Radbruch docet. E dopo Radbruch, Andrea Magagnini: «Ci vedrete in ginocchio solo per prendere la mira». A Díke appartengono da sempre i diritti dell’uomo. Che giustizia sarebbe mai quella che non riconoscesse i diritti dell’uomo e li schernisse come farfalle innascibili da crisalidi in bozzoli di seta? Díke è il fondamento su cui Thémis si erge. È fondativa di Thémis nell’istante in cui fonda se stessa. E perciò merita, dal medievale Veni, Sancte Spiritus, la sequenza d’oro attribuibile a Stephen Langton, Arcivescovo di Canterbury: «Flecte quod est rigidum | fove quod est frigidum | rege quod est devium». Non diritti soggettivi con nessun diritto oggettivo, o con un diritto oggettivo che li contiene e tuttavia non li serra in amalgama, sono i diritti dell’uomo. Ma diritti soggettivi che pongono diritto oggettivo. Anche se a volte non riescono a porlo nell’immediatezza del temporale punctum, perché l’accidentalità è sortita da dietro le quinte e si è mescolata alle faccende umane. Diritto senza diritti e diritti senza diritto: è una loquela inconcettuale. Meglio l’ardente deserto, con le sue estreme solitudini che anelano all’identità del duale gioia &dolore. Gioia per l’inestirpabile pianta dei diritti dell’uomo, che sempre fiorisce. Dolore per quegli uomini stanchi e affamati, tra i poveri i più poveri, che dalla pianta fiorita furono e sono allontanati con gesto di odio o disprezzo. Meglio l’ardente deserto dei canti gregoriani. Meglio, con Wittgenstein, das Mystische: «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è». E sempre con Wittgenstein: «Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.)». Ai diritti dell’uomo bisogna ascendere, salendo la scala piolo dopo piolo. Tolti i diritti dell’uomo, non c’è diritto e non c’è legge. E c’è solo il re Krátos che con la regina Bía sproloquia in comandi che vorrebbero essere giuridici. Allora, parafrasando Pessoa: nem rei nem iníqua lei. Quando è finita la discesa negli abissi della sofferenza, quando si è in grado di gettar via la scala, la pazienza è la virtù dei morti. E una volta gettata via la scala, altre scale ci attendono. E impazienti le saliremo: con Yeats muovendo, tra «Vecchie bottiglie e vecchi bricchi, un bidone rotto, | e ferro vecchio insieme a vecchie ossa, e vecchi stracci», «[…] là dove tutte le scale | cominciano […]», dalla «[…] bottega da rigattiere del cuore[…]».
    Sia uomo l’uomo all’uomo. Non ci sia più Pilato a crocifiggere. E così sia.
    Postilla.
    Ricordo Franco Menichetti, che il 4 novembre duemila9 tornò a vivere nel 15 settembre mille983. E con le parole che Kafka scrisse da Praga alla sorella nel dicembre mille916: «L’ansia del giorno seguente mi guasta ogni cosa. Ma raggiunge anche forse ogni cosa; chi può vedere le differenze là in quel buio?».

  4. Io sono uno di quelli che va in vacanza per rilassarsi, per bersi gli aperitivi, per tuffarsi nelle piscine a cuore, per andare sul wind surf. Non mi passerebbe mai per la testa di andarmene in Africa a fare il missionario.
    Non mi sento in colpa ma, ammetto di essere felice che ci siano persone migliori di me ….

  5. E’ meraviglioso dire certe cose, ed ancor più come si dicono.
    Brava, brava, brava Franzina Bilardo!

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