Monta l’onda dei costituzionalisti, e dei giuristi in generale, sul caso intercettazioni. Il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano contro la Procura di Palermo, a proposito di alcune conversazioni telefoniche che lo vedono coinvolto con l’ex ministro Mancino, ha scatenato esponenti di spicco del diritto italiano, che sulla questione non sembrano trovare una comunanza di vedute. I dialoghi di Napolitano, è stato a più riprese osservato, non costituirebbero alcun rilievo al fine delle indagini.

Da ultimo, a riaprire la discussione sulla legittimità o meno delle intercettazioni al capo dello Stato, è intervenuto l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che, in un discusso fondo su Repubblica ha espresso giudizio negativo sulla mossa del Quirinale. Il giurista osserva che nel ricorso presentato dal Colle, il richiamo alla legge 219/1989 è fuorviante, poiché tale disciplina non riguarda il caso in oggetto, trattandosi di indagine ordinaria e di intercettazioni fortuite. In  quella norma, specifica il giurista, “non c’è niente sulle intercettazioni fuori del procedimento d’accusa; niente sulle intercettazioni indirette o casuali“. In sintesi, insomma, secondo Zagrebelsky male è incorso il presidente della Repubblica a muovere conflitto al cospetto della Corte costituzionale, scatenando un conflitto istituzionale ben al di là della portata del caso specifico, che, secondo Zagrebelsky, Napolitano farebbe meglio a ritirare.

Non distante dall’ex presidente della Consulta si trova la costituzionalista Lorenza Carlassare, che in un’intervista al Manifesto riprende le parole dello stesso Zagrebelsky, sottolineando come quella del presidente della Repubblica non sia una figura “totalmente immune. La sua irresponsabilità è politica, non penale. La Costituzione – articolo 90 – limita agli atti compiuti all’esercizio delle sue funzioni. Il presidente come soggetto privato è responsabile come tutti gli altri cittadini“. La giurista ammette, comunque, l’invocabilità di un intervento normativo che regoli questa spinosa materia.


Di diversa posizione è, invece, un altro costituzionalista di lungo corso, Valerio Onida (anch’egli già membro della Consulta) che all’Unità dichiara come il ricorso del capo dello Stato “non interferisce sulla sostanza delle indagini. E’ giusto che il presidente abbia posto la questione all’organo competente“. Ma il vero punto interrogativo, secondo Onida, è un altro: “Occorre capire se la Procura è competente o meno su questa indagine. A me pare di no, poiché si indaga su ipotetici reati ministeriali“. Soprattutto, però, Onida non fa mistero di attendersi tutele per “le persone non coinvolte nei reati ma in conversazioni non rilevanti“.

Infine, altro appunto viene mosso dal senatore Idv Luigi Li Gotti, che sul suo blog ricorda come “la Corte Costituzionale ha già detto che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge”. A suffragio di questa affermazione, Li Gotti cita la sentenza della Consulta del 26 maggio 2004 n. 154 (con firmatari il presidente Zagrebelsky e il redattore Onida), secondo la quale il capo dello Stato ha gli stessi diritti, gli stessi doveri di un qualsiasi altro cittadino e, dunque, deve attendersi il medesimo trattamento. Si trattava di dirimere una controversia tra l’allora inquilino del Quirinale Francesco Cossiga, condannato a risarcire in sede civile due parlamentari per diffamazione. La sentenza stabilisce dunque che “spetta all’autorità giudiziaria, investita di controversie sulla responsabilità del Presidente della Repubblica in relazione a dichiarazioni da lui rese durante il mandato, accertare se le dichiarazioni medesime costituiscano esercizio delle funzioni, o siano strumentali ed accessorie ad una funzione presidenziale“.

A questi, si aggiunge un altro, autorevole commento – in calce al bell’articolo di Angela Bruno – da parte di Domenico Corradini H. Broussard, già ordinario di filosofia del diritto a Pisache si appoggia alla sentenza citata da li Gotti dandosi la seguente risposta: “Chi decide se un atto del presidente della Repubblica è atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni e pertanto coperto dall’immunità prevista dall’art. 90 della Costituzione o se invece è un atto non compiuto nell’esercizio delle sue funzioni e pertanto assoggettabile alle norme comuni che valgono per i comuni cittadini, così diventando inammissibile l’eventuale ricorso alla Corte costituzionale? Il giudice ordinario in primo e in secondo e in terzo grado: questa è la risposta. E non è la mia risposta. È la risposta della Corte costituzionale 26 maggio 2004. n. 154, per il caso del presidente della Repubblica Cossiga contro i senatori Sergio Flamigni e Pierluigi Onorato. Presidente: Gustavo Zagrebelsky. Redattore: Valerio Onida. Solo che Zagrebelsky se n’è ricordato e Onida no.”

Insomma, per quanto sembri emergere una maggioranza di giuristi critica verso il presidente della Repubblica, allo stato attuale l’unica certezza è che spetterà alla Corte Costituzionale il compito di fare chiarezza sul conflitto sollevato da Napolitano. Compito ingrato che, come ha scritto Zagrebelsky, finirà per accusare la Consulta “d’irresponsabilità se, per improbabile ipotesi, desse torto al Presidente, o di cortigianeria dandogli ragione“.

 Leggi la sentenza della Corte Costituzionale 154/2004


CONDIVIDI
Articolo precedenteOliver Stone e Michael Moore: registi in difesa di Assange e Wikileaks
Articolo successivoApple e Samsung, si attende la sentenza. Ma Wall Street ha già deciso

4 COMMENTI

  1. A me sembra che in tutta questa vicenda, così poco trasparente e così troppo oscura da mettere in dubbio la tenuta democratica del Bel Paese, una delle anomalie stia nel comportamento di Napolitano.

    A norma dell’art. 87 comma 1 della Costituzione, il presidente della Repubblica «rappresenta l’unità nazionale». Non la «Nazione», come sbagliando scrisse Paolo Flores d’Arcais sul Fatto Quotidiano di domenica 24 giugno 2012. La «Nazione» è infatti rappresentata da «ogni membro del Parlamento»: art. 67 della Costituzione.

    E dunque l’«unità nazionale» è qualcosa di diverso dalla «Nazione».

    Chi rappresenta la «Nazione» ha o avrebbe l’obbligo di valutare gli interessi particolari dei propri elettori, se «eletto», o del proprio partito, se «nominato», alla luce dell’interesse generale della collettività

    Chi rappresenta l’«unità nazionale» ha o avrebbe l’obbligo di valutare solo l’interesse generale della collettività senza schierarsi con questa o con quella formazione politica, giacché lo schierarsi con questa o con quella formazione politica «non unisce» ma «divide»

    Da qui alcuni interrogativi.

    [1.] Perché Napolitano ha sollecitato più che ipotizzato una legge sulle intercettazioni al termine della cerimonia per il 238° anniversario della Guardia di Finanza, L’Aquila 21 giugno 2012, una legge almeno in potenza in grado di silenziare le sue intercettazioni e la stampa, e perché non ha indicato nomi quando ha detto «si è alimentata una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del Presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori, una campagna costruita sul nulla» e ancora non li indica dopo la «ricostruzione» di Panorama delle telefonate tra Mancino e lui e si limita a protestare in maniera generica e ripetitiva e forse pure inopportuna?

    [2.] Si ricorda Napolitano di Cossiga che 21 anni fa parlò di «miserabili insinuazioni» nei suoi confronti e lo difese Giuliano Amato, «Il capo dello Stato è oggetto di un’autentica campagna che, a ondate successive, persegue l’esplicito scopo di destabilizzare le istituzioni», e si è accorto che ora lo difende il Pdl con Berlusconi in testa e si è chiesto perché il Pdl con Berlusconi in testa lo difende, e si è accorto che Scalfari e Mauro e Gianni e la Spinelli lo hanno difeso con argomenti che non stanno in alcun cielo e in alcuna terra del diritto?

    [3.] Si ricorda Napolitano che proprio lui, da Mancino presidente dei senatori Dc spalleggiato, chiese allora per Cossiga, accusato di «interventi impropri», o l’«impeachment» o le «dimissioni volontarie»?

    E no, presidente Napolitano, lei non avrebbe dovuto invocare una legge sulle intercettazioni che le regolasse e in sostanza le imbavagliasse, a questo hanno da pensarci il Parlamento e il governo tenendo conto dell’art. 15 comma 2 della Costituzione, e non lei ha da pensarci con il suo presidenzialismo di fatto che contro la Costituzione è.

    E no, presidente Napolitano, lei non dovrebbe lasciarci intendere che è intoccabile e inconoscibile e che non è legittimo criticarla.

    E no, presidente Napolitano, anche lei ha da rispondere all’opinione pubblica come ai tempi di Cossiga che lei non a torto criticò dalle colonne dell’Unità.

    E no, presidente Napolitano, lei è di certo il primo cittadino e però è cittadino al pari degli altri cittadini.

    E no, presidente Napolitano, non ci faccia rimpiangere le «miserabili insinuazioni» di Cossiga a cui rispose Eugenio Scalfari, denunciando l’«attentato alla libertà di stampa» che si stava perpetrando.

    E sì, presidente Napolitano, la mia voce non le giungerà, ma da operaio del diritto mi permetta di dire che lei sta rischiando, sta rischiando di non rappresentare più l’«unità nazionale» che per Costituzione ha il compito di rappresentare.

    E sì, presidente Napolitano, anche l’Artico si sta sciogliendo ed è ora navigabile, e lo navigherò senza genuflettermi e senza genuflettersi lo navigheranno altri migliori di me, con il ricorso alla Corte costituzionale a me pare che lei si sia cacciato in un tunnel sotterraneo e in un tunnel sotterraneo abbia cacciato il Bel Paese, e perciò senza genufletterci navigheremo le acque che in questo tunnel scorrono, le navigheremo come quei canarini che i minatori si portavano in miniera perché con la loro morte li avvisasse del pericolo dei gas velenosi, e però prima di morire le diremo che il nostro dovere noi democratici e non berlusconiani lo abbiamo compiuto, e io nel nome di mio padre partigiano l’ho compiuto, e per l’ultima volta la inviteremo a compiere il suo dovere, a comportatasi secondo l’art. 54 comma 2 della Costituzione, «con disciplina ed onore».

  2. A RIVOLUZIONE SILENTE
    “…Non distante dall’ex presidente della Consulta si trova la costituzionalista Lorenza Carlassare, che in un’intervista al Manifesto riprende le parole dello stesso Zagrebelsky, sottolineando come quella del presidente della Repubblica non sia una figura “totalmente immune. La sua irresponsabilità è politica, non penale. La Costituzione – articolo 90 – limita agli atti compiuti all’esercizio delle sue funzioni. Il presidente come soggetto privato è responsabile come tutti gli altri cittadini“. La giurista ammette, comunque, l’invocabilità di un intervento normativo che regoli questa spinosa materia”…

    Sarebbe come dover credere che qualora processato e condannato penalmente non per “irresponsabilità politica” nelle sue funzioni, il presidente della Repubblica non sconterebbe il carcere, pena squisitamente ordinaria esclusa dalle malefatte compiute nell’esercizio di quelle funzioni istituzionali. Paradossale distinguo che solo per amor di tesi si discute e si lascia correre in campo studioso. Chi si è preposto (legittimamente) a certe indagini necessarie, sa bene cosa è farla nel vaso e quando fuori: avremmo degli sprovveduti altrimenti incapaci di controllare la pipì.
    Aver continuato ad origliare lo scambio di opinioni fra Napolitano, Presidente della Repubblica, e Mancino, già ministro degli Interni, già vicepresidente del Csm, già presidente del Senato, se dal lato Mancino potrebbe sembrare un’iperbole sconcertante, dal lato Presidente della Repubblica è un oltraggio che l’uomo di legge Ingroia non avrebbe dovuto permettersi, e non perché il Capo dello Stato sia “legibus solutus”, ma perché è il Capo dello Stato che ha costituzionalmente il diritto ad essere insindacabile fin quando gli appositi organismi non lo abbiano posto in stato d’accusa (art. 90 Cost.). Per reati previsti e non previsti se commessi nella furia dei sensi.
    Tutte gli altri arzigogoli di scuola, per avallare certe pretese giacobine, lasciano il loro azzeccagarbugliarsi nell’incauta ricerca di un movente escogitato per esaltarsi nella funzione robespierrana a RIVOLUZIONE silente. Anche a Luigi XVI fu staccata la testa, ed era il Re.
    Celestino Ferraro

  3. Ma poi, sempre a seguito del post dell’avvocata Angela Bruno, ho commentanto una successiva sentenza della Corte costituzionale per un altro conflitto d’attribuzione sollevato da Cossiga nella sua qualità di ex presidente della Repubblica, e a Li Gotti, mio stimato corregionale, questa successiva sentenza è sfuggita.

    Non la linko perché non so linkare.

    Una mia laureata, avvocata ora e autrice di una bella monografia «La verità alla prova. Riflessioni sul contraddittorio», mi ha scritto ieri sera: «Ma lei, linka o trinka?».

    Ringrazio la Redazione di LeggiOggi per l’ospitalità.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here