Si può, per un po’ (almeno fin quando la speculazione non diventa troppo aggressiva) far finta che non esista, ma resta sempre lì. E diventa sempre più grande. È forse la più importante delle costanti con le quali ogni Governo italiano deve fare  conti. E non sono conti facili. Stiamo parlando, naturalmente, del debito pubblico, autentica “Spada di Damocle” per l’Italia, e non da oggi (se ne veda l’andamento storico).

È una montagna. Un macigno al collo dell’economia dell’intero Paese, che ogni anno ci costringe a pagare circa 80 miliardi per la sola spesa degli interessi maturati (come due manovre “Salva-Italia” messe assieme). A maggio 2012 ha raggiunto la cifra di 1.966 miliardi (attestandosi al 123,4% del rapporto debito/Pil) e pare destinato a sfondare la “soglia psicologica” dei 2.000 entro l’autunno.

Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dichiarato che se il suo Governo avesse affrontato subito, come prima misura, il problema dell’abbattimento del debito, c’era il rischio di comunicare ai mercati un messaggio sbagliato: quello di affidarsi a misure straordinarie di emergenza, senza affrontare gli originari nodi irrisolti posti a freno della crescita e della produttività. Il primo passo da fare era dunque, secondo il Premier, quello delle cosiddette “riforme strutturali”: pensioni, liberalizzazioni, semplificazioni, mercato del lavoro e giustizia in primis.


Ma era altresì impossibile continuare a girare attorno al “macigno”: sulle misure straordinarie con cui affrontarlo sono già in corso grandi manovre e sarà certamente questa la grande battaglia che segnerà l’ultima parte dell’attuale legislatura. A richiederci di ridurre lo stock del debito ci sono, inoltre, gli impegni europei che abbiamo sottoscritto, ultimo in ordine di tempo il Fiscal Compact, che l’Italia ha trasformato in legge dello Stato lo scorso 20 luglio, e che vincola i 27 Paesi Ue a far scendere i loro rapporti debito/Pil al 60% nell’arco dei successivi 20 anni.

Il punto di partenza del Governo sull’abbattimento del debito è il piano comunicato dal Ministro dell’economia, Vittorio Grilli, già all’indomani della sua recente nomina al dicastero di Via XX Settembre, per cui “la strada praticabile è quella di garantire, con un programma pluriennale, vendite di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno, pari all’1% del Pil”. A questo fine, il Governo ha già creato tre distinti fondi: uno per la privatizzazione delle società municipalizzate, uno per la dismissione dei beni trasferiti dallo Stato agli Enti locali con il c.d. “federalismo demaniale” ed un altro per la cessione di circa 350 immobili di pregio.

La tentazione di guardare al demanio, in effetti, è molto forte. Lo scorso settembre Edoardo Reviglio, capo economista della Cassa Depositi e Prestiti, aveva calcolato – nell’ambito di un seminario sulla valorizzazione del patrimonio pubblico tenuto presso il Ministero del tesoro – che il valore di mercato degli immobili appartenenti al solo Stato centrale (e non alla Pubblica Amministrazione nel suo complesso) è pari a 72 miliardi di euro, di cui 7 liberi ed immediatamente disponibili. Anche la Commissione bilancio della Camera, nei giorni scorsi, ha discusso del valore totale immobiliare dello Stato, stimato tra i 220 ed i 230 miliardi di euro: cifre che fanno gola, ma il 70% delle strutture è adibito a compiti ed attività istituzionali. Entro fine agosto, comunque, è prevista la pubblicazione della lista di immobili pubblici che verranno posti sul mercato.

A settembre, inoltre, è previsto l’arrivo dei nuovi tagli della “fase due” della Spending Review, quella delineata dalle relazioni Giavazzi e Amato che ridefiniranno, rispettivamente, il piano degli incentivi alle aziende e le agevolazioni per partiti e sindacati.

Questo il quadro attuale, mentre negli ultimi giorni economisti ed esponenti di partito stanno avanzando al Presidente del Consiglio Monti le loro ricette anti-debito.

Il segretario del PdL, Angelino Alfano, ha proposto una “terapia choc”: l’idea è quella di costituire un grande fondo privato cui lo Stato cederebbe (per un valore di 80 miliardi l’anno) concessioni, diritti, beni immobili ma anche mobili, come alcune partecipazioni azionarie ritenute non strategiche. Il fondo emetterà obbligazioni ad alto rating (“Tripla A”), di qualità e garanzia superiore e, di conseguenza, ad un costo inferiore a quello dei Titoli di Stato. L’operazione, nelle valutazioni del segretario PdL, avrebbe un valore di 400 miliardi di euro (pari a 20-25% di Pil) e ricondurrebbe nell’arco di 5 anni il rapporto debito/Pil sotto il 100%.

La maggiore obiezione che si può muovere a questa ipotesi è che finché lo spread continuerà a mantenere ai livelli attuali i rendimenti di Bot e Btp, le obbligazioni del nuovo fondo risulteranno poco appetibili.

Sul tavolo del Governo è giunta anche la ricetta della Fondazione Astrid (link a http://www.astrid-online.it/), con la supervisione di Franco Bassanini (presidente della Cassa Depositi e Prestiti) e Giuliano Amato: un piano in 6 punti che entro il 2017 dovrebbe garantire un gettito di 178 miliardi, mettere in sicurezza il debito pubblico italiano e condurlo sotto la soglia del 100% nel 2020. Tra le principali misure previste figurano: dismissioni immobiliari per 72 miliardi; la capitalizzazione delle concessioni (come le lotterie) per 30 miliardi; la vendita di partecipazioni azionarie (Eni, Enel, Finmeccanica, STMicroelectronics, ex aziende municipalizzate quotate) per 40 miliardi; ulteriori 15 miliardi potrebbero venire imponendo agli Enti previdenziali degli ordini professionali di aumentare la loro quota di investimento in Titoli di Stato a lunghe scadenze.

Come per tutte le ipotesi che prevedono la vendita di beni del demanio pubblico, va sottolineato il limite costituito da un mercato immobiliare sostanzialmente fermo, data la scarsa liquidità in circolazione.

Un’altra proposta è quella dell’economista Pellegrino Capaldo, con l’idea di una patrimoniale classica che potrebbe essere modulata in base all’ammontare, ai criteri di applicazione tra i contribuenti suddivisi per fasce di reddito, orizzonte temporale e patrimoni (immobiliari o mobiliari) di riferimento.

In termini strutturali, di fondamentale importanza è raggiungere e mantenere un buon livello di avanzo primario, cioè la differenza tra entrate ed uscite al netto della spesa per interessi sul debito pubblico.

Un terreno su cui va usata particolare cautela, infine, è quello delle partecipazioni azionarie dello Stato in grandi aziende pubbliche. Se fatto in maniera indiscriminata, infatti, un simile intervento corre il rischio di tradursi, in questa fase di crisi, in una svendita dei cosiddetti “gioielli di famiglia”: Poste Italiane, Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Finmeccanica sono solo tra i nomi più illustri (e tutti con bilanci in attivo), senza considerare il capitolo a parte della principale azienda di comunicazione italiana, la Rai.

Al termine della “svendita”, il nostro Paese si troverebbe con un debito pubblico certamente più basso, ma senza più asset in settori strategici per lo sviluppo e, dunque, notevolmente più povero.


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