“Le colpe dei padri non ricadono sui figli”, recita l’adagio. Secondo la Cassazione, questo proverbio può estendersi anche in caso di parentela più lontana o, ancora, di amici dalla sporadica frequentazione. Tradotto: chi si ritrova in saltuaria compagnia di appartenenti a clan, cosche, bande criminali, può non essere stato infettato dal virus della delinquenza. Naturalmente, ciò vale anche in presenza di famiglie affiliate a organizzazioni di stampo puramente mafioso, come nel caso esaminato dalla Corte.

Una sentenza che potrebbe generare forti polemiche, se si pensa ai tanti processi reali o ipotetici di cui si è parlato in riferimento a personaggi di spicco della vita pubblica del Paese, spesso accostati a personaggi poco raccomandabili. Cenare con un boss, insomma, può non avere conseguenze giudiziarie, purché non diventi un’abitudine, beninteso. Partecipare ad appuntamenti o incontri in compagnia di pregiudicati, per puro svago o divertimento non contempla alcun genere di reato, anche se l’evento in questione è “appendice” a un rito di affiliazione all’organizzazione mafiosa, proprio come accaduto al cittadino che ha presentato ricorso in sede di Cassazione.

A rivolgersi presso la Suprema Corte è infatti stato un cittadino che, insieme al fratello e al padre, aveva preso parte a un cenone della ‘ndrangheta piemontese, organizzato da quella che viene definita la “pecora nera” della famiglia, in seguito alla promozione a grado di “trequartino”. Pare, però, che l’ospite non abbia assistito alla cerimonia nella quale il parente era stato investito del nuovo grado raggiunto dal parente, dove si era presentata la cupola dell’associazione a delinquere di provenienza calabrese.


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