Repetita iuvant, proverbio latino ma sempre attuale, se ne è ricordato Napolitano che ieri, con una nota ufficiale, è tornato a spingere per una risoluzione parlamentare che sia il più possibile univoca sulla legge elettorale visto che il suo primo appello era caduto nel vuoto. Il Presidente ha poi ammonito di non trasformare la legge elettorale nell’ariete per sfondare il fortino del voto anticipato, non devono essere due cose necessariamente in relazione fra loro, ed ha, poi, così puntualizzato ”ritengo di dover sollecitare la massima cautela e responsabilita’ in rapporto all’ esercizio di un potere che appartiene solo al presidente”.

Una dichiarazione che sottolinea come, di fatto, lo scioglimento delle Camere appartenga alle prerogative del Capo dello Stato, inoltre ha ribadito il concetto, dopo aver incontrato privatamente il premier Mario Monti, che l’idea  del voto anticipato a novembre è da escludere. L’appello di Napolitano ha, da subito, la conseguenza di riprendere il dibattito politico, soprattutto fra Pdl e Pd; Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, e Nicola Latorre, vicepresidente dei senatori del PD, considerano favorevolmente il monito del Presidente della Repubblica e si dichiarano aperti al dialogo.

Il Capo dello stato, sostenendo che il voto anticipato è prerogativa del Colle, ha così colto l’occasione per rispondere nel suo messaggio all’intervista rilasciata dalla senatrice del Pd, Rosy Bindi, che paventava la crisi di governo perché, a suo avviso, sulla riforma elettorale è quasi impossibile ci sia una maggioranza diversa da quella che supporta il governo Monti. Nella prima parte, invece, l’ammonimento era nei riguardi di chi, come nel caso del Pdl, ritiene che sulla legge elettorale si possano commettere delle forzature a colpi di maggioranza.


Considerazione questa figlia del summit di Palazzo Grazioli dopo il quale Angelino Alfano, dopo essersi consultato con Silvio Berlusconi, aveva dichiarato che il Pdl non vuole perdere il concorso della Lega Nord per elaborare la nuova legge. Secondo Alfano, infatti, la riforma “si può fare a maggioranza” e anche Renato Schifani, presidente del Senato, sembra orientato a non precludersi una via del genere. Sulla possibilità di una riforma a maggioranza Schifani ha precisato ”se e’ necessario si puo’ fare, anche se non mi entusiasma una circostanza del genere. Sulle regole e’ sempre meglio avere il massimo consenso”.

La tempistica della nota del Quirinale è risultata perfetta perché oggi il Comitato ristretto della commissione Affari costituzionali del Senato potrebbe tornare a conciliarsi nuovamente visto l’impulso ricevuto anche dal presidente Carlo Vizzini (Pdl), anche se la convocazione ufficiale non è stata ancora fatta e si delinea un rinvio dovuto alle novità occorse negli ultimi giorni. Non solo, ma sempre oggi il Pdl esporrà al Senato, come preannunciato dal segretario Alfano, il proprio disegno di legge sulla riforma elettorale. In questa maniera cambierebbe l’ordine degli impegni di Lucio Malan (Pdl) ed Enzo Bianco (Pd), relatori sulla riforma, che si erano proposti di redigere un testo con le varianti sui punti controversi entro questa settimana.

Dovrebbe, quindi, essere sulla proposta del Pdl che il dialogo si dovrebbe aprire e va ricordato che del Comitato fanno parte, oltre i già citati membri del Pdl, Roberto Calderoli (Lega Nord), Giampiero D’ Alia (Udc), Francesco Pardi (Idv), Giovanni Pistorio (Misto), Maurizio Saia (Coesione nazionale), Francesco Rutelli (Api) e Luigi Zanda (Pd). Il Pd, dal canto suo, sta cercando di elaborare una nuova proposta con la funzione di mediare nel tentativo di ricucire la trattativa politica con il centro – destro, potrebbe, infatti, essere esaminata gia’ oggi dagli sherpa Denis Verdini (Pdl), Maurizio Migliavacca (Pd) e Ferdinando Adornato (Udc) che hanno l’incarico  di valutare se ci sono le basi per un progetto di riforma condiviso.

Uno dei rari punti su cui c’è accordo fra Pd, Pdl e Udc è un ritorno ad un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5% per accedere in Parlamento. Le differenze di vedute più profonde si fondano sulle preferenze (gradite al Pdl ma non al Pd), sulle dimensioni dei collegi elettorali (piccoli o grandi) e sull’entità del premio di maggioranza (10 o 15%) per il partito che risulta primo alle urne in maniera da garantire – come vuole principalmente il Pd – la governabilità.

Una possibilità diversa sull’idea di riforma, a cui il Pd punta come una possibile mediazione, è la combinazione di eletti nei collegi uninominali e nelle cosiddette “liste corte” di collegio composte da candidati bloccati che l’elettore non può votare singolarmente ma è obbligato ad esprimere la preferenza per il simbolo del partito. A partire da questo, eccezion fatta per le dimensioni dei colleggi (per Palazzo Madama sono 315 senatori da eleggere, la metà dei 630 della Camera), si era ventilato negli incontri tra i partiti che il sistema elettorale del Senato potesse riproporre quello della Camera.

Su questi temi si era prossimi all’accordo, prima che il Pdl dichiarasse di voler depositare il proprio progetto di riforma al Senato e il Pd, da parte sua, rispondesse con la minaccia di una crisi di governo. Il monito di ieri di Napolitano riconduce tutti al posto di partenza, ma così la riforma della legge elettorale rischia di diventare un lungo e beffardo gioco dell’oca per cui si ripassa sempre dal via.


CONDIVIDI
Articolo precedenteRifiuti elettronici, nuova direttiva europea. Cosa cambia sui RAEE
Articolo successivoNon è reato se si cena occasionalmente con il boss

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here