Tanto tuonò che piovve. Dopo settimane di accuse, smentite, indiscrezioni e attacchi, è arrivata l’ufficialità: Roberto Formigoni è indagato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla Fondazione Maugeri, che ha già fermato Pierangelo Daccò e attinente ai  presunti fondi neri costituiti attraverso la fondazione stessa e successiva a quella sul bilancio dell’ospedale San Raffaele. Per il governatore della Lombardia, a quanto emerge, verrebbe contestata anche l’aggravante della transnazionalità.

L’ipotesi dei magistrati sarebbe quella del passaggio di conti correnti in Svizzera. Secondo le indagini, i benefit concessi a Formigoni ammonterebbero a circa 9 milioni di euro, suddisivi tra i 3,7 milioni per imbarcazioni di lusso, agli 800mila euro per vacanze e aerei fra il 2006 e il 2011; dai 70mila euro per il meeting di Comunione e liberazione a Rimini ai 500mila euro per cene e incontri pubblici. Un campionario del privilegio che, se confermato, metterebbe Roberto Formigoni con le spalle al muro.

E’ stata una nota del procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati a rendere ufficiale l’iscrizione di Formigoni al registro degli indagati, avvenuta il 14 giugno scorso per fatti avvenuti tra il 2011 e il 2011. Decaduta, comunque, l’accusa di finanziamento illecito per mezzo milione di euro, inizialmente avanzata. Insieme a lui, indagati lo stesso Daccò, Umberto Maugeri, Antonio Simone (ex assessore regionale) e Costantino Passerino.


Nel complesso, gli investigatori hanno stimato in 70 milioni di euro il valore dei beni presunti distolti dal settore della sanità in favore di Daccò. Da queste somme, poi, sarebbero stati aperti fondi neri da cui saldare i bonus che venivano, nello schema degli inquirenti, poi distribuiti al governatore. Un impianto, naturalmente, tutto da dimostrare, che getta però un’ulteriore ombra sulla giunta Formigoni, dopo lo scandalo delel firme false e la bufera nella Lega nord, colonna della sua maggioranza in Consiglio regionale.

Il governatore, intanto, tiene fede alla sua classica linea dura sulla vicenda Daccò: “Sul mio conto ci sono state informazioni sbagliate, con un chiaro intento politico. Se in questi mesi avessi chiesto al San Raffaele di farmi vedere i bilanci, avrebbero risposto di stare a casa mia: questi enti rispondono solo al ministero della Salute e alle prefetture. Un ulteriore controllo è esercitato dai revisori dei conti, che in questi anni hanno sempre approvato i bilanci”.

Dagli avversari, invece, è un coro di critiche e richieste di dimissioni: ““Serve un’assunzione di responsabilità che fino a qui non c’è stata: il voto anticipato continua ad essere l’unica strada percorribile per rinnovare una situazione sempre più ingestibile” è il commento del Pd lombardo. Sulla stessa lunghezza d’onda l’Udc vecchio alleato: “Ora che Godot è arrivato, manifestandosi nell’avviso di garanzia da mesi negato e scongiurato, la commedia è  finita: il presidente Formigoni deve severamente valutare di dimettersi”. Chiude Sel, che apostrofa Fomigoni in maniera diretta: ” Non era lui a essere diffamato, ma, semmai, che lui è un corrotto”, è sbottata la capogruppo Chiara Cremonesi.


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