Le fogne italiane non ce la fanno.

La Corte di giustizia europea condanna la nostra penisola in quanto non in regola con il trattamento delle acque reflue: lo dice la sentenza C‑565/10, emanata il 19 luglio dalla seconda sezione. Le autorità di Roma hanno infranto le norme Ue sulla raccolta, il trattamento e scarico delle acque reflue urbane non rispettando i tempi preposti per la loro applicazione. E i giudici comunitari, in definitiva, sono d’accordo con la Commissione europea che nel 2009 ha iniziato una procedura d’infrazione nei nosri confronti per il mancato rispetto delle norme Ue in decine di comuni italiani con una popolazione uguale o superiore ai 15 mila abitanti.

Sono le località del Sud ad essere finite principalmente sotto la lente di ingrandimento. Tre i tipi di censure che i giudici comunitari muovono all’Italia: vi sono centri abitati in cui bisogna innanzitutto confermare la previsione di reti fognarie per le acque reflue urbane; ve ne sono altri in cui le acque confluiscono sì nelle fogne, ma non vengono trattate; vi sono infine agglomerati in cui è necessario essere capaci di garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali e perché la progettazione degli impianti preveda delle variazioni stagionali di carico, come può succedere d’estate, quando numerose località sono al centro del boom turistico.


La direttiva 91/271, spiegano i giudici Ue, riguarda la raccolta, il trattamento e lo scarico delle acque reflue urbane, nonché il trattamento e lo scarico delle acque reflue provenienti da certi settori industriali. La direttiva ha l’obiettivo di preservare l’ambiente dagli effetti negativi generati dagli scarichi di acque reflue. Gli Stati membri erano obbligati a provvedere entro il 31 dicembre 2000 di modo che tutti gli agglomerati con un numero di abitanti equivalenti o superiore a 15 000 (zone in cui la popolazione o le attività economiche sono sufficientemente presenti da rendere plausibile la raccolta e il convogliamento delle acque reflue urbane verso un impianto di trattamento) fossero provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane.

Non è finita qui, gli Stati membri dovevano anche provvedere entro il 31 dicembre 2000 affinché, per tutti gli scarichi provenienti dai centri con oltre 15 mila abitanti, le acque reflue urbane fossero soggette, precedentemente allo scarico, ad una manipolazione secondaria (che si verifica attraverso un procedimento che solitamente comporta un trattamento biologico con sedimentazioni secondarie).

La direttiva auspica che la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane debbano essere condotte in modo da permettere prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali. La progettazione degli impianti deve considerare, fra l’altro, i cambiamenti stagionali di carico e deve consentire la possibilità di prelevare campioni rappresentativi sia delle acque reflue in arrivo sia dei liquami trattati, prima del loro scarico nelle acque recipienti (12 è il numero minimo annuo dei campioni da raccogliere nel corso dell’anno).

La Commissione ha, quindi, iniziato un procedimento di infrazione contro l’Italia nel 2009 dal momento che vari agglomerati non si erano ancora adeguati agli obblighi sulla raccolta, trattamento e scarico delle acque reflue urbane. E oggi i giudici Ue confermano che il nostro Paese ha trasgredito alle regole.


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