Prosegue la prossima settimana l’esame, nelle Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia del Senato del ddl 2156-B e connessi contenente norme anticorruzione.

Il relatore per la Commissione affari costituzionali sen. Ceccanti, aveva notato durante la sua relazione che il provvedimento giunge dalla Camera fortemente modificato e ampliato rispetto alla precedente lettura del Senato: le modifiche riguardano le finalità dell’autorità nazionale anticorruzione e le modalità con cui è strutturato il piano nazionale anticorruzione. È stato inserito un nuovo articolo 2, ai fini della copertura del funzionamento della Ci.V.I.T. L’articolo 3, oltre alle norme sulla trasparenza dell’attività amministrativa, introduce una delega molto dettagliata al Governo per il riordino della relativa disciplina.

Il relatore Balboni ha messo in luce la previsione che che i magistrati possano rimanere fuori ruolo per non più di cinque anni consecutivi e, nel corso della carriera, per un massimo di dieci anni. E’, poi, ridefinito il reato di concussione di cui all’articolo 317 che diventa riferibile al solo pubblico ufficiale (e non più anche all’incaricato di pubblico servizio).


La corruzione per un atto d’ufficio è ora rubricata come “Corruzione per l’esercizio della funzione“, sanzionato più severamente (la reclusione da uno a cinque anni, anziché da sei mesi a tre anni). Con la riformulazione dell’articolo 318 (cd. corruzione impropria) vengono ridelimitate le diverse forme di corruzione: da una parte, la corruzione propria di cui all’articolo 319, che rimane ancorata al compimento di un atto contrario ai doveri d’ufficio; dall’altra, l’indebita ricezione o accettazione della promessa di denaro o altra utilità di cui al nuovo articolo 318, che risulta adesso collegata all’esercizio delle funzioni e non al compimento di un atto dell’ufficio.

Il “traffico di influenze illecite” (nuovo articolo 346-bis) punisce con la reclusione da uno a tre anni chi sfrutta le sue relazioni con il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio al fine di farsi dare o promettere denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della sua mediazione illecita ovvero per remunerare il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. La stessa pena si applica a chi dà o promette denaro o altro vantaggio.

Per l’abuso d’ufficio si inasprisce la pena della reclusione (da uno a quattro anni anziché da sei mesi a tre anni).

Qui il Dossier del Servizio studi del Senato “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, il testo modificato dalla Camera dei Deputati


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2 COMMENTI

  1. Intanto il DDL anticorruzione non passa, tralasciamo i motivi di proporzionalità delle pene che manderebbero in crisi il codice penale, perchè allora non modificare l’art. 55 quater comma 1 lettera F del D.Lsg. 150/2009 riforna Brunetta sulla PA licenziamento disciplinare prevedendo che la condanna definitiva per qualsiasi reato contro la PA comporti il licenziamento disciplinare d’ufficio senza preavviso? perchè non prevedere che un primo dirigente di una PA che si trova con almeno cinque funzionari agli arresti domiciliari debba essere licenziato o trasferito per non avere adottato misure idonee a contrastare la corruzione, è troppo comodo affermare ogniuno deve assumersi la propria responsabilità.

  2. E’ indispensabile un progetto generale e coerente di riforma che si proponga come obbiettivo la moralizzazione dell’intera vita pubblica del nostro Paese. In quest’ambito, oltre alla riformulazione del reato di corruzione e all’inasprimento della pena prevista per quello di abuso di ufficio, occorre anche reintrodurre il reato di abuso d’ufficio e quello di rifiuto-omissione di atti di ufficio nel testo degli artt. 323 e 328 c.p. previgente alle riforme del 1990 e 1997, volute ad uso e consumo dei pubblici ufficiali disonesti, corrotti e fannulloni, per annacquarne il contenuto e l’efficacia dissuasiva. Tra l’altro, è da ricordare che il precedente testo dell’art. 328, secondo comma, conteneva un’espressa previsione del reato di rifiuto/omissione/ritardo nell’ipotesi in cui il pubblico ufficiale fosse un magistrato: previsione che torna oggi assolutamente giustificata e necessaria, visto quello che avviene quotidianamente. Il degrado a cui assistiamo nella pubblica amministrazione e nella stessa magistratura è figlio anche di quella riforma, che ha sancito, in pratica, l’impunità per l’arbitrio, per l’inottemperanza ai doveri di ufficio e per l’abuso dei poteri del medesimo, in una parola la sostanziale irresponsabilità del pubblico ufficiale e del magistrato in particolare, a danno dei cittadini-sudditi, per questa via privati di strumenti efficaci per ottenere il rispetto dei propri diritti: prima fra tutti quello alla giustizia, che non è mai giustizia quando è tardiva o arbitraria. Si discute attualmente se la responsabilità del magistrato debba essere diretta o indiretta, ma la discussione sul modus della responsabilità del magistrato non può essere un alibi per mettere in discussione anche l’an di una norma che la coscienza civica ritiene oramai ineludibile e che non può ancora essere negata in uno stato che pretende di essere diritto, ma in cui qualcuno ritiene di essere non soggetto alla legge e di non dover rispondere dei propri atti in nome di una pretesa autonomia che rassomiglia più all’arbitrio e di una ‘serenità’ che francamente non coincide proprio con quella del cittadino. Si dice che la legge deve essere uguale per tutti e che nessuno può ritenersi al di sopra e al di fuori della legge: nessuno, appunto, neanche i magistrati. Ma all’opinione pubblica non sfuggono i giochetti, più o meno scoperti, di chi in realtà nessuna riforma della giustizia vuole o pensa di riformarla con misure isolate ed estemporanee che si traducono in una limitazione di quel diritto primario costituzionalmente garantito e scaricano sul cittadino i costi delle inefficienze della macchina giudiziaria. Le stesse misure proposte dal ministro Severino, come i precedenti progetti del governo Berlusconi, rispondono in sostanza a questa inaccettabile filosofia: introdurre un discrezionalissimo, se non del tutto arbitrario, filtro del giudice sull’appellabilità della sentenza di primo grado e stabilire termini definiti di durata del processo senza assicurare al cittadino gli strumenti legali per pretenderne il rispetto perentorio e senza prevedere la responsabilità effettiva -e quindi inevitabilmente penale, come prevedeva il testo ante riforma del su richiamato art. 328 c.p.- del magistrato, che di quei termini se ne infischia impunemente, non è assicurare una giustizia celere, non è garantire al cittadino il diritto alla giustizia: non sono infatti –come dimostra l’esperienza- i termini previsti ai fini dell’ (irrisorio e farraginoso) indennizzo del c.d. processo lungo (Legge Pinto) a favorire la celerità del processo e ad assicurare al cittadino una risposta effettiva alla sua domanda di giustizia.

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