“Mi auguro che in fase di conversione del decreto” sulla spending review “ci sia un recupero dei fondi agli enti di ricerca“. Suscita un certo stupore la dichiarazione del ministro dell’istruzione Francesco Profumo visto che è lui stesso che ha ufficializzato i tagli alla ricerca universitaria italiana. Le lacrime del coccodrillo non si sono fermate però qui “da parte mia c’è il massimo impegno a recuperare una parte delle risorse che in questo momento sono state deviate su altre attività, ma dobbiamo rivedere – ha detto il ministro – i nostri modelli di gestione della ricerca del Paese”.

La notizia positiva, al di la di facili ironie, però c’è ed è la volontà di recuperare quei fondi al momento sospesi per potenziare un settore, quello della ricerca, che può rendere l’Italia competitiva su scala internazionale. La chiave, secondo Profumo, è che “dobbiamo utilizzare questo momento di grande difficoltà per diventare più efficienti ed efficaci. Ora stiamo parlando di qualche decina di milioni di tagli in Italia, che sono importanti, ma nella competizione europea c’é in gioco quasi un miliardo di risorse, quindi la differenza sta in questo”. Dunque un “piccolo” sacrificio, che piccolo non è, per conseguire un obiettivo più grande e ambizioso, per consentire al paese, come già succede in Inghilterra,Olanda e Belgio di arrivare a recuperare gli investimenti che vengono fatti in Europa e non di perdere, come adesso, circa 500 milioni di euro annui.

I tagli, tuttavia, ci sono e preoccupano, dopo lo sdegno del  presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Fernando Ferroni, uno dei fautori del successo del Bosone di Higgs, si aggiunge il coro di protesta degli studenti che si vedono privati del Mae e dei tirocini. La possibilità di riportare la serenità c’è, sono stati approvati finanziamenti europei per la ricerca per 8,1 miliardi di euro; è evidente che parte di quei soldi deve essere destinata ai nostri ricercatori affinchè possano continuare nel loro lavoro che consentirebbe di mantenere all’Italia un posto nell’elite culturale della comunità europea. Come sostiene Maire Geoghegan-Quinn, commissario responsabile per la ricerca: “Il sapere è la moneta dell’economia globale. Se l’Europa vuole continuare a competere nel 21° secolo dobbiamo sostenere la ricerca e l’innovazione che genereranno crescita e posti di lavoro ora e in futuro”.


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