L’attuale crisi economica può essere considerata un caso abnorme dell’economia.

Ad un certo punto è accaduto che un determinato bene ha raggiunto il dominio incontrastato del mercato. Tutto il resto ha perso di peso, di funzionalità, di vita.

Questo bene tiranno chiaramente è il denaro. Si è capito (in realtà lo si era già capito da tempo) che il denaro è sufficiente da sé a creare nuovo denaro, nuova ricchezza. Basta metterlo in movimento, farlo girare. Così, negli ultimi tempi non ci si è preoccupati molto di produrre beni in vista di venderli, ma soprattutto con l’obbiettivo di muovere enormi quantità di denaro. L’importante era che i soldi girassero, perché nel passare da una mano all’altra inevitabilmente avrebbero accresciuto il loro valore. Ovviamente, in questo passamano molti ci sono rimasti fregati. Da qui la crisi improvvisa.


Ma è da imputare interamente agli uomini? Non ne è forse responsabile il denaro stesso col suo immenso potere autarchico? La relazione tra il potere del denaro e l’economia reale, cioè la produzione di beni per il consumo, è talmente squilibrato che non rispecchia quasi mai le reali necessità umane. Ma non solo, come stiamo vedendo oggi con la grave crisi europea, il peso del denaro manda fuori fase le stesse esigenze di mercato.

Vorrei considerare a questo proposito un esempio storico. Se oggi la deriva negativa dell’economia è data dal peso spropositato della finanza, in passato un ruolo analogo è stato giocato da un personaggio all’apparenza molto più innocente: il grano.

A partire dal XV sec. il grano comincia a guadagnare terreno su ogni altra forma di bene di consumo. La sua straordinaria cavalcata è cementata insieme al movimento in avanti del numero degli uomini nel corso del ‘500 e al ruolo sempre più egemone svolto dalle città nella vita dell’economia. Le città hanno sempre più fame e vivono delle eccedenze delle campagne. È inutile cercare di stabilire di chi sia stata la colpa: ognuno ci ha visto il proprio guadagno. È invece importante stabilire il peso di questa svolta a favore del grano. Un chiaro esempio è dato proprio dal Cesenate, (terra in cui attualmente risiedo e dove ho reperito la maggior parte delle fonti per la stesura di questo articolo) che in questo lasso di tempo, 1450-1550, ha visto cambiare radicalmente il proprio ecosistema. Prima di questa soglia, e cioè almeno per tutto il Trecento e soprattutto per buona parte del Quattrocento, le terre lasciate incolte si estendevano sia nella zona collinare molto prossima alla città, sia e soprattutto nella bassa pianura digradante verso il mare, piene di boscaglie, paludi ed acque morte. Contrariamente a quanto si può credere, l’incolto costituiva una realtà produttive a tutti gli effetti. Oltre che per la legna, la raccolta di frutti spontanei, la caccia e la pesca, il maggior peso economico era tenuto dall’allevamento semibrado soprattutto di maiali, ma anche pecore e capre. La «scelta» prioritaria del grano cambia tutto. Un secolo dopo, secondo i dati degli «estratti di estimo» di alcune delle più ricche famiglie cesenati le aree incolte, «selvate», non rappresentano ormai che una percentuale assai debole di queste proprietà. I dati catastali delle ville di Pievesestina, Martorano, Diegaro, Bulgaria, Ronta, S. Andrea in Bagnolo, S, Martino in Fiume, S. Mauro segnalano inequivocabilmente la destinazione cerealicola di queste terre dove il terreno destinato alla semina supera stabilmente il 70% della superficie agraria con punte fino quasi al 90 %.

Ma dovunque, in Romagna come nel resto d’Europa, si cerca di sfruttare ogni ritaglio di terra per la provvigione di granaglie panificabili. L’attrattiva è data dal denaro contante. Già nel 1277 Venezia paga il suo grano in lingotti d’oro. Mentre la sua stretta interdipendenza dalle esportazioni di queste terre è attestata dal patto stretto nel 1201 tra i Veneziani e i Crociati che vieta a costoro di rifornirsi di vettovaglie a Cesena e in altri territori romagnoli senza espressa autorizzazione del doge. Una strana città – per dirla con i termini di un famoso documento del X sec. – in cui la gente non arat, non seminat, non vindemiat. Venezia fu precorritrice per forza di cose, gli altri si dovranno necessariamente adattare se vogliono partecipare a questo commercio essenziale. Così nel 1795 la Francia è minacciata dalla carestia: emissari inviati in Italia non trovano altra soluzione, per ottenere grano, che spedire da Marsiglia a Livorno casse di argenteria che «sono state vendute a peso d’argento, senza considerare la lavorazione di altrettanto valore che la materia prima».

Insomma, non mancavano motivi per investire sul commercio del grano. E la Romagna ne fu investita in pieno configurando la sua struttura economica ad una forte esportazione. Genova ad esempio mangia il grano caro che le arriva dalla Romagna e riesporta il grano a buon mercato che acquista nel Levante. Ma il commercio internazionale dei cereali, contrariamente a quanto si può credere, spesso era a danno dell’esportatore stesso. Il grano, infatti, è un soggetto un po’ complicato. La sua prima caratteristica è la bassa produttività. Per ogni chicco seminato se ne ottenevano al massimo cinque. Il contadino quindi doveva sottrarre ad ogni raccolto la quantità di un quinto per provvedere alla prossima semina. In un’economia fortemente tesa a produrre eccedenze per le città (diremo soprattutto per i ricchi) e all’esportazione (com’è il caso della Romagna) non è molto il grano che la popolazione può trattenere per il proprio sostentamento. I dati relativi alla situazione demografica del Cesenate per tutto il Seicento sono inquietanti. Una persistente stasi, se non momenti di relativo declino del numero degli abitanti sono indice del ripetersi di gravissime crisi di sussistenza.

Come se non bastasse, l’impero del grano lascia le comunità umane disarmate di fronte a congiunture climatiche sfavorevoli. Quella cerealicola era l’unica attività agricola praticata in maniera intensiva in tutta Europa. Per cui, rovinati i raccolti di grano, spesso non esistevano quantità sufficienti di alimenti sostitutivi. Nel 1622, ci informano i cronisti cesenati, «fu carestia causata dall’acqua di maggio. Il grano valeva 4 lire e 84 baiocchi, ma crebbe sempre e fu mortalità»; nel 1626 una «gran tempesta… levò tutto il raccolto»; nel 1629 il tentativo di «tal Antonio Bianchi commissario de grani», che voleva esportare da Cesena lo scarso frumento, provocò una sollevazione del «popolo». Queste cronache, oltre la loro drammaticità, testimoniano anche un altro fatto. E cioè la persistenza di un’economia basata sul grano nonostante tutto. Ad ogni carestia in qualche parte dell’Europa corrispondeva infatti l’aumento dei prezzi del grano e la relativa possibilità di arricchirsi per qualcun altro. Da qui la corsa sfrenata al grano, la sua follia.

Perché aumento dei prezzi significa insieme povertà. Da questo punto di vista una stima può chiarire quale fosse la situazione economica di tutto l’Occidente. Un lavoratore disponeva all’incirca di 3000 ore di lavoro annuali. La sua famiglia (4 persone) consuma circa 12 quintali di grano l’anno. Se per procurarsi un quintale di grano, il nostro lavoratore doveva investire più di cento ore di lavoro, è stato calcolato che la situazione economica della sua famiglia poteva definirsi già abbastanza grave. Superare quella delle duecento provocava l’allarme, superare quelle delle trecento significava carestia. Ebbene, una stima piuttosto attendibile, attesta la linea del prezzo del grano ondeggiante dal 1540 fino al 1870 sempre al di sopra delle cento ore. Cioè, per 300 anni la maggior parte degli uomini si è trovata in difficoltà economiche e spesso in situazione di miseria nera.

Questo l’esito del caso abnorme dell’economia del grano. Trovare analogie e simmetrie con l’attuale situazione economica è troppo azzardato e non incoraggerei nessuno a procedere in questa direzione. Solo, permettetemi di considerare quest’ultimo fatto, e cioè che se nel XIX sec. gli uomini riuscirono a risalire la china verso condizioni di vita più accettabili, fu anche perché capirono di dover spezzare la monarchia assoluta del grano. La coltura intensiva, accanto a quella del grano, del mais, della patata e degli ortaggi in genere, fu in prima battuta un grande azzardo. Visto che non ci si attendeva di poterne ricavare importanti profitti. Ma fu anche a tutti gli effetti, una vera «rivoluzione» economica, perché, per Cesena come per tutto l’Occidente, significò, innanzitutto, non morire più di fame.

 


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