L’atto finale del taglio delle province, forse, si avvicina. L’esame più approfondito, tramite l’abbozzo di spending review che tecnici e tecnici al quadrato stanno in qualche modo raffazzonando, fa capire che risulta opportuno agire su due fronti.

Il primo è la soppressione delle province con popolazione inferiore ai 300.000 abitanti. Siamo a giugno del 2012. La stessa, identica, proposta era stata inserita solo 10 mesi fa, nel ferragosto 2011, nella seconda manovra estiva, per poi essere cassata in sede di conversione del d.l. 138/2011.

Sono passati invano 10 mesi per riproporre nuovamente la stessa idea. Segno che, come ha detto qualche Ministro, effettivamente la cosiddetta “ideona” non c’è, anche per evidente assoluta mancanza di visione e di fantasia da parte non solo dei ministri, ma anche degli apparati, evidentemente capaci di produrre solo un certo tipo di manovre, come in un disco rotto. Ne è esempio la recente uscita sull’eliminazione di una settimana di ferie, per rilanciare il Pil di un punto. Amenità simile fu inserita sempre nella seconda manovra estiva del 2011, a proposito di eliminazione delle giornate festive non religiose (alla quale, comunque, non si è dato seguito almeno nel 2012).


Sembra davvero incredibile che priorità e modalità di intervento siano dettati dalle semplicistiche inchieste giornalistiche, le quali da tempo hanno preso di mira le province come esempio di un taglio da effettuare per risanare i conti pubblici, nonostante i fatti ed i conti smentiscano drasticamente tale indicazione.

I risparmi dalla totale eliminazione delle province non supererebbero, limitandosi ai costi della politica, i 130 milioni di euro, come ha rilevato l’ufficio studi della Camera a proposito della sciagurata previsione contenuta nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito nella legge 214/2011, il cosiddetto “decreto salva Italia”, che a ben vedere ha salvato piuttosto poco.

Per aversi un risparmio reale, non vi sarebbe che una strada: oltre ad eliminare il “chi”, cioè le province, non resta che eliminare anche il “che cosa”, cioè ciò che le province fanno.

Il populismo da bar o le semplificazioni da inchiesta che dà di gomito ai cittadini esasperati, portano ad affermare che le province “non servono a niente”, non fanno nulla e così via.

Veniamo, allora, al secondo fronte. Se da un lato pare che comunque un consistente numero di province resterà per effetto dell’eliminazione di quelle più piccole (si stima una settantina di province ancora in piedi), dall’altro lo sciagurato articolo 23 della legge 214/2011 prevede che con leggi statali o regionali, a seconda delle competenze, le funzioni delle province siano attribuite ai comuni o alle regioni, laddove non sia possibile assegnarle ai primi. Dunque, il Legislatore stesso fa una scoperta molto originale, evidentemente sfuggita agli astanti del precitato bar ed agli occhiutissimi giornalisti di inchiesta-antisprechi: le province esercitano delle funzioni! Se così non fosse, non potrebbero essere traslate verso altri enti.

Il problema è che quelle funzioni vanno indagate e conosciute. Ma questo sforzo, evidentemente, appare improbo. Le inchieste giornalistiche nemmeno si sognano di cercare di capire cosa concretamente facciano le province, e si può anche comprendere. Meno giustificabile è che esattamente quali siano le funzioni delle province non lo sappiano nemmeno lo Stato e le regioni, sebbene per effetto del d.lgs 112/1998 e delle conseguenti leggi regionali attuative essi abbiano assegnato molteplici funzioni amministrative, in adempimento al disegno di decentramento amministrativo impostato dalla legge Bassanini-1 (59/1997), in aggiunta alle altre funzioni storiche.

La Regione Veneto, per cercare di vederci chiaro, ha chiesto alle province di elencare, dunque, quali funzioni svolgano le province stesse. In allegato si può vedere la prima sommaria ricognizione di una delle province interessate, per accorgersi che le competenze provinciali, attribuite sia da Stato sia da regione, sono estremamente vaste. Ma, soprattutto, quasi tutte con la sola eccezione di alcuni servizi sociali, difficilmente attribuibili ai comuni, pena uno “spezzatino” ingestibile ed inefficiente di attività che per loro stessa natura richiedono un’area territoriale superiore a quella comunale, ma inferiore a quella regionale.

Il solo esempio delle funzioni in tema di lavoro è illuminante. L’offerta di lavoro o di formazione ad un disoccupato è “congrua” se, oltre ad altri elementi, la sede di lavoro o dell’ente di formazione disti in un raggio di non oltre 50 chilometri dal domicilio dell’interessato o sia comunque raggiungibile con mezzi di trasporto pubblico con percorsi non superiori a 80 minuti. Indirettamente, in questo modo, quanto meno rispetto al mercato del lavoro, il legislatore fornisce un elemento per stimare cosa si intenda per “area vasta”. Ma, il lavoro dovrebbe essere la guida per la ricognizione di un territorio omogeneo, nel quale programmare e gestire lo sviluppo economico. All’interno di una regione non vi è un unico mercato del lavoro, ma tanti mercati, che si tipicizzano nei distretti ed in aree il cui governo non può essere quello introspettivo legato ai confini di un comune.

Non è poi così difficile comprendere che questi identici ragionamenti si estendono all’istruzione e all’edilizia scolastica, alla programmazione urbanistica, agli interventi sull’ambiente, ma comunque agli altri e tantissimi aspetti delle attività delle province.

E’ piuttosto evidente che, quella essendo la quantità e qualità delle funzioni provinciali, difficilmente si riuscirebbe ad eliminare il “che cosa”. E, dunque, mai si otterrebbe il risparmio secco del volume di spesa di poco più di 12 miliardi di euro movimentato da questi enti. Semplicemente, la medesima cifra sarebbe spesa da altri soggetti, i comuni e le regioni, probabilmente con maggiore inefficienza organizzativa.

E’ facile supporre, infatti, che sia gli uni, sia le altre, tenderebbero a considerare le funzioni provinciali ad essi traslati un corpo estraneo, sul quale intervenire in via non prioritaria. Altrettanto semplice immaginare che il personale ex provinciale transitato possa essere molto velocemente avviato a coprire i tanti buchi in funzioni e competenze proprie e tipiche dei comuni e delle regioni, a detrimento, dunque, delle attività provinciali.

Eppure, proprio sulla questione delle competenze si sta giocando la parte più importante della disordinata riforma che si propone. La Carta delle autonomie prevede una riduzione drastica delle funzioni, senza considerare alcun criterio di territorialità nemmeno lontanamente simile a quello della proposta congrua di lavoro esemplificata prima: tanto è vero che la Carta non menziona le funzioni del mercato del lavoro tra quelle che residuerebbero alle province, nonostante esse siano considerate “fondamentali” dalla legge sul federalismo fiscale e nonostante su tali funzioni siano già stati determinati i fabbisogni standard.

Chi di competenza, invece di limitarsi a leggere le inchieste, utili per conoscere meglio gli sprechi ma insufficienti per fondare su di esse un ragionamento su nuovi assetti istituzionali, farebbe bene ad esaminare con molta attenzione l’elenco delle funzioni provinciali e l’attitudine di comuni o regioni a svolgerle. Così anche da riflettere un po’ di più ed evitare che nelle more qualcuno, come spesso accade, voglia essere più realista del re. Come proprio la Regione Veneto, la quale nonostante abbia intavolato con le province un sistema di ricognizione delle funzioni finalizzato all’emanazione della legge che entro il 31.12.2012 dovrebbe riarticolare le competenze provinciali dettate dalle leggi regionali, unilateralmente sta riappropriandosi di competenze e funzioni in tema di cave, tirocini estivi ed apprendistato, motivando ciò con l’osservazione della prossima sottrazione delle funzioni provinciali e senza nemmeno curarsi minimamente di attuare quanto l’articolo 23, comma 19, della legge 214/2011 prevede: “Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite”. Del trasferimento di risorse, nelle ipotesi di leggi regionali venete, non v’è nemmeno l’ombra. Il modo ideale, insomma, per attuare la riforma delle province innescando processi di inefficienza gestionale e esuberi a catena di personale.

In tutto questo frangente, consorzi, consorzi di bonifica, bacini imbriferi, magistrato delle acque, enti parco, enti ed entarelli regionali, comunità montane ed unioni di comuni di ogni genere, continuano ad esistere e a persistere nel frastagliare le competenze ed a sovrapporle a quelle di comuni e province in particolare, senza che nessuno sia in grado di capire quali e quanti siano, quali spese movimentino, quale utilità concreta abbiano (visto che esercitano acclaratamente funzioni sovrapposte a quelle degli enti locali), senza esaminare nemmeno l’opportunità di accorpare questi enti a comuni o province, il che darebbe davvero una spinta razionalizzatrice al sistema istituzionale. Ma, forse, le cariche di amministratori di questi enti sono troppo importanti per garantire un futuro a chi abbia imboccato il viale del tramonto politico ed assicurargli una conclusione di carriera comunque redditizia e di potere.

La strada verso l’irrazionale modifica ordina mentale che riguardi le province appare spianata, in ogni caso.

Una considerazione finale va fatta. Il legislatore è ovviamente libero di apportare all’ordinamento tutte le riforme che crede. E’ di questi giorni la conferma, però, che le avventure servono a poco e costano tanto, tantissimo. Ci si riferisce alla pletora di agenzie sorte a partire dal 1999, enti serviti quasi solo a spacchettare direzioni generali dei ministeri, creando nuovi presidenti, nuovi direttori, nuove direzioni generali, migliaia di dirigenti a contratto cooptati non si sa come e perché. L’agenzia dei segretari comunali è stata soppressa, l’agenzia del territorio viene accorpata a quella delle entrate, i monopoli di Stato confluiscono nell’agenzia delle dogane. Facile immaginare che anche queste altre agenzie non avranno ulteriore vita lunga.

Altrettanto facile è preconizzare che se la riforma delle province proseguirà lungo la strada segnata, entro un decennio occorrerà ripensarla e correggerla, tali le incongruenze e le inefficienze si riveleranno come per quello che già oggi appaiono.

 


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7 COMMENTI

  1. in sardegna terrebbero solo Cagliari come anni orsono.
    in Lombardia eliminerebbero Monza-Brianza che è diventata operativa solo dal 2009.
    Ci sarà anche qualche vantaggio economico eliminando queste province “superflue” ma non pensano a tutte quelle persone che rimarrebbero disoccupate???
    Parliamo poi dei criteri: 350000 abitanti e 2500 kmq che purtroppo non tutte le province riescono a raggiungere o almeno uno dei due.
    Assurdi!!!!

  2. Sopprimere le province soltanto perchè l’acqua è piuttosto sporca?

    Eliminare il 50 per cento delle province? E già, sopprimerle soltanto perchè l’acqua risulti piuttosto sporca? Si rasenta l’assurdo: in Toscana, ad eccezione di Firenze, verrebbero tutte soppresse; identica cosa per la Liguria (l’unica a salvarsi Genova); in Emilia e Romagna sette su nove; in Sicilia cinque su nove; in Piemonte esattamente il cinquanta per cento.
    Secondo uno studio della “Bocconi” di Milano, non vi sarebbero chissà quali economie (addirittura “qualcuno” avrebbe avanzato un problema surreale asserendo “tagliarle costerebbe troppo”). MA, ancora, GLI STUDIOSI MINISTERIALI NON SONO RIUSCITI A FOCALIZZARE QUANTE E QUALI DISECONOMIE SI VERREBBERO A CREARE A TOTALE CARICO DELLA COLLETTIVITA’..
    Innanzitutto, rileviamo che è molto meritoria la presenza e la funzione delle province, dato che avvicinano le Istituzioni ai cittadini, attraverso la Prefettura, la Questura, i Comandi dei Carabinieri, della Finanza e dei Vigili del Fuoco. Nonchè mediante una miriade di uffici: Direzione Provinciale del Tesoro, Ragioneria dello Stato, Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Dogane, Agenzia del Territorio, Direzione Provinciale del Lavoro, Camera di Commercio, Sezione locale di Confindustria, Sedi Provinciali Inps ed Inail, Azienda Sanitaria Provinciale, Aci, Croce Rossa, Ufficio Scolastico, Ufficio Provinciale delle Poste, Motorizzazione Civile, Ordini Professionali.
    Quindi, venendo meno questi uffici, in ogni provincia soppressa, VI SAREBBERO DUE O TREMILA IMPIEGATI (CENTINAIA DI MIGLIAIA IN TUTTA ITALIA) CHE DOVREBBERO SOTTOPORSI AD UN VIAGGIO GIORNALIERO per potersi recare al lavoro o, addirittura, decidere di trasferirsi, impoverendo, così, il tessuto civile della propria città.
    E, poi, GLI ECONOMISTI DEL MINISTERO SI SONO CHIESTI QUANTO VERREBBERO A SPENDERE I SINDACI DELLE PROVINCE SOPPRESSE PER POTERSI RECARE PRESSO LE “NUOVE” PROVINCE E QUANTE “DIARIE” DOVREBBERO DISPENSARE AI TECNICI COMUNALI PER RAGGIUNGERE I NUOVI UFFICI AL FINE DI POTER SBRIGARE LE VARIE PRATICHE?
    E QUALE SCOMPIGLIO E QUANTE SPESE DETERMINEREBBERO IN MILIONI DI CITTADINI DELLE PROVINCE ELIMINATE, COSTRETTI A RECARSI NEI NUOVI UFFICI, SINO A TEMPO ADDIETRO AD UN TIRO DI SCHIOPPO DALLE LORO ABITAZIONI? E quanti incidenti stradali, anche mortali, si potrebbero verificare con questo continuo andirivieni?
    Non è assolutamente nè giusto e nè onesto sopprimere le province. Il problema, secondo noi, non sta quindi nell’eliminarle, ma nel razionalizzarle; evitando le solite assunzioni a fini elettorali, escludendo i costosi incarichi clientelari esterni; ANNULLANDO O FACENDOLE DIVENIRE PRODUTTIVE LE 3.127 AZIENDE PARTECIPATE, IL COSTO DELLE QUALI E’ DI 7 MILIARDI DI EURO; badando, in una sola parola, a delle “economie”, perchè è un assurdo buttarle perchè l’acqua risulterebbe in alcune sporca.
    Piuttosto, più in là, nel realizzare il federalismo e, probabilmente, le Macro Regioni, si potrebbero addirittura eliminare le Regioni, lasciando così le Province che per oltre quindici decenni hanno svolto un compito necessario, avvicinando, sopratutto, le Istituzioni ai cittadini.
    Non è assolutamente possibile ritornare indietro di 150-200 anni quando la popolazione era dedita all’agricoltura e non vi erano le esigenze odierne.

  3. A milano stanno già fregandosi le mani per rimettere le grinfie sulla terra di Monza…. ehehee, resteranno delusi! La nostra intenzione è quella di fonderci con Como e Lecco, province a noi limitrofe e con capoluoghi simili alla nostra Monza.
    Mai più sotto milano!

  4. MANCATO RINNOVO CONSIGLI PROVINCIALI
    Mi chiedo e Le chiedo, cosa stia avvenendo nei 3 o 4 Consigli Provinciali scaduti in maggio e non rinnovati per mancata emanazione del Decreto di Convocazione dei Comizi Elettorali da parte del Ministro dell’Interno. Grazie!
    Deughis

  5. Nelle Marche dovrebbero sparire ben tre province su cinque e cioè tutte e tre le province a sud del capoluogo Ancona (Macerata, Fermo e Ascoli Piceno ); Che ne sarà di questa metà del territorio regionale?
    La Provincia di Fermo è stata istituita da soli due anni dividendo a metà la Provincia di Ascoli Piceno e così, ora, nessuna delle due Province ha i requisiti numerici per sopravvivere.
    In questa Regione, peraltro, alle province sono state delegate numerosissime ed importanti funzioni tra cui merita di essere menzionata quella del governo del territorio.

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