Trascorsi vent’anni verrebbe da dire che davvero nulla è cambiato.

Non sono cambiate le polemiche sterili, le rivendicazioni, le speculazioni politiche.

I nomi di Falcone e di Borsellino, dopo la loro morte, continuano ad essere blanditi da molti e talvolta finalizzati allo scopo ed alla convenienza del momento.


Negli ultimi giorni, ormai prossimi all’anniversario della strage, assistiamo sconcertati al triste ripetersi di contrapposizioni.

Dalla stampa emerge un quadro desolante: alcune dichiarazioni del procuratore Grasso, avulse dal contesto generale, appaiono come un attacco ad uno dei magistrati, Antonio Ingroia, più impegnati nella lotta alla mafia; il magistrato che risponde a Grasso; il fratello di Borsellino che indica il procuratore nazionale come “persona non gradita” alle celebrazioni; i partiti politici che fanno a gara a trarre vantaggio (ma quale vantaggio?) dalle stesse dichiarazioni del Procuratore; la gara a dichiarare quale Governo o quale ministro ha fatto di più o meglio contro la mafia; le smentite, le rettifiche, le precisazioni; e così via.

Ma perché tutto questo?

Se il dibattito su mafia e antimafia continua a restare strumento per affermare un ruolo, per trarne vantaggio, allora questi venti anni non ci hanno insegnato nulla.

Così il volto sorridente di Giovanni Falcone, da solo o in compagnia di Paolo Borsellino, pubblicato ovunque in questi giorni stride e si contrappone al triste spettacolo cui assistiamo, amplificato dagli organi di stampa.

Abbiamo ricordato, nel nostro precedente intervento, il dibattito fazioso seguito all’altrettanto celebre riflessione di Leonardo Sciascia sui “Professionisti dell’antimafia” apparsa sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987.

Oggi la bagarre non si è quietata. Si fa a gara a collocarsi da una parte o dall’altra. Volano le accuse di “tradimento”; i commenti più o meno interessati reinterpretano, con il senno di oggi, le vicende di allora cercando di individuare buoni e cattivi.

Credo che non sia il modo migliore di onorare la memoria di tutte le vittime della mafia: servitori dello Stato, imprenditori, semplici cittadini, morti perché non si sono sottomessi, costretti a chiudere la propria attività, a lasciare la propria terra.

E intanto assistiamo ai paradossi della politica.

Di fronte ad una crisi economica che appare sempre più senza sbocchi, con imprenditori che scelgono la strada della disperazione e addirittura del suicidio, al lavoro che non c’è, alle imprese che chiudono, i partiti sembrano non capire e discutono, si azzuffano, senza decidere, sulla riforma elettorale, su un taglio al finanziamento pubblico – o ai rimborsi elettorali – tanto annunciato quanto vano; minacciano crisi irreversibili sul disegno di legge anti-corruzione in discussione da anni e mai approvato, allorché si discute di inasprire le pene.

Tutto appare anacronistico.

Venti anni – le stragi di mafia, tangentopoli, la seconda Repubblica mai nata – sembra che ci abbiano insegnato nulla.

Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, è cresciuta l’indignazione e la partecipazione alle manifestazioni raggiunse le punte più alte; le “donne del digiuno” occuparono per qualche mese piazza Politeama; apparvero i lenzuoli ai balconi di Palermo; nacquero varie associazioni.

In quei terribili anni, sull’onda emotiva del terrore suscitato nel Paese, nacque un moto diffuso e spontaneo di ribellione alla cultura della morte dei clan mafiosi. Cittadini, associazioni, soggetti collettivi di vario orientamento politico, religioso, ideale presero coscienza del fatto che la lotta alle mafie non poteva essere risolta solo sul versante della mera repressione. Non era più pos­sibile delegare ad altri — magistrati e forze dell’ordine — l’impegno nel contrastare il proliferare delle organizzazioni mafiose nel nostro Paese.

Oggi?

La crisi della politica, dei partiti, la sfiducia nelle Istituzioni, la crisi economica, purtroppo, possono diventare terreno fertile, ancora, per le organizzazioni criminali.

Come vent’anni fa.

Il ventennale, spero, non dovrà esaurirsi negli slogan e nelle dichiarazioni.

Oggi quella mobilitazione di allora appare paradossalmente ancora più difficile.

Bisognerebbe ritrovare le ragioni di una speranza, per credere e per proseguire.

Oggi, come vent’anni fa, la politica appare in una crisi quasi irreversibile.

Riappare forte e preoccupante l’ombra del terrorismo.

Per questo bisogna ritrovare le ragioni di una speranza, di una mobilitazione delle coscienze come nella Sicilia del 1992.

Per questo occorrerebbe riflettere molto sul proseguire nel gioco al massacro degli ultimi tempi, nel clima da caccia alle streghe che sta animando molti, con il rischio che della credibilità delle Istituzioni resteranno solo macerie.

Vanno perseguiti i reati, il malcostume, le ruberie; vanno perseguiti i responsabili, soprattutto se titolari di funzioni pubbliche. Ma vanno tutelati e rispettati le migliaia di uomini della Pubblica Amministrazione, che ogni giorno, lontani dai riflettori, con grande fatica e spesso additati al pubblico ludibrio, si impegnano per rendere servizi ai cittadini.

Solo uno Stato presente ed una società solidale possono sconfiggere la paura e quindi la mafia.

Bisogna ripartire dal basso, dai territori.

Come vent’anni fa.

Dagli Enti locali, interpreti della domanda di autonomia del territorio e della società, capaci di compensare il crollo di legittimità dello Stato e del sistema politica presso i cittadini, per ridare fiducia ai cittadini verso le Istituzioni.

Bene le celebrazioni, ma per guardare avanti.

Non voglio, non posso credere che venti anni di storia siano trascorsi invano.

 


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