E’ finita male la prima class action proposta in Italia, il 1° gennaio 2010, da Codacons contro Unicredit.

L’azione era volta a denunciare l’illegittimità delle clausole introdotte dalla banca all’indomani dell’abolizione della commissione di massimo scoperto.

La causa è stata dichiarata inammissibile prima dal giudice di primo grado, e ieri anche dalla Corte d’Appello di Roma.


Tuttavia i legali di Codacons ci tengono subito a precisare che l’inammissibilità non riguarda le ragioni di merito, ma solo l’inapplicabilità della disciplina della class action ai fatti avvenuti prima del 15 agosto 2009, in quanto il comportamento che la banca ha tenuto si basa su clausole contrattuali stipulate con i correntisti in precedenza.

Resta intatto pertanto il sospetto che la “commissione di disponibilità immediata fondi” e la “commissione per utilizzi oltre la disponibilità fondi” siano un modo surrettizio di aggirare il divieto di legge di imporre ai correntisti la commissione di massimo scoperto.

Due i procedimenti giudiziari posti in essere dal Codacons, riuniti poi dalla Corte d’Appello di Roma prima della sentenza di rigetto.

Una diversa e migliore sorte è invece toccata alla class action proposta da Altroconsumo a Torino e a Napoli, dove i tribunali hanno accolto la tesi secondo la quale l’illecito viene commesso dalla banca nel momento in cui effettua i prelievi non dovuti dal conto dei clienti, non nel momento in cui vengono stipulate le clausole.

Secondo i legali del Codacons, i giudici di merito romani hanno dato un’interpretazione errata della normativa: “si deve guardare alla data d’introduzione dello strumento contrattuale – sostengono – e se il rapporto tra le parti ha avuto inizio prima del 2009, l’art.140bis del codice del consumo vieta l’azione, e il giudice si è pronunciato di conseguenza“.

L’azione intentata dalla nota associazione di consumatori traeva spunto dalle rilevazioni dell’Antitrust secondo cui le banche avrebbero compensato l’eliminazione della commissione di massimo scoperto introducendo nuove e più costose commissioni a carico degli utenti, anche 15 volte più care rispetto al massimo scoperto.


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