Il governo Monti ha presentato ricorso alla Corte Suprema di Cassazione chiedendo l’annullamento della sentenza del Consiglio di Stato con cui lo scorso novembre e’ stata dichiarata illegittima l’emergenza nomadi su tutto il territorio italiano.

Il ricorso, secondo quanto riportato dall’Agenzia Dire, sarebbe stato presentato lo scorso febbraio dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, nella persona del presidente del Consiglio, dal dipartimento della Protezione civile, dal ministero dell’Interno e dalle Prefetture di Roma, Napoli e Milano rappresentati e difesi dall’Avvocatura generale dello Stato. Secondo il documento “la sentenza del Consiglio di Stato non appare conforme a diritto nella parte in cui ha annullato il D.P.C.M. 21/5/2008 dichiarativo dello stato di emergenza e, di conseguenza, tutti gli atti adottati su quel presupposto“.

I motivi del ricorso, a parere del Governo, sono da individuare nell’eccesso di potere giurisdizionale del Consiglio di Stato “per esercizio del sindacato di legittimita’ esteso alle valutazioni di merito riservate all’autorita’ amministrativa“, in relazione agli articoli 111 della Costituzione e 110 del codice del processo amministrativo.


Oggetto dell’impugnativa, la sentenza n. 6050/2011 del 16 novembre del Consiglio di Stato, con la quale i giudici di Palazzo Spada sembravano aver definito la vicenda iniziata con la pronuncia del Tar del Lazio dell’estate 2009 (n. 6352/2009) che accoglieva in parte il ricorso presentato dall’associazione per la difesa dei diritti dei rom European Roma rights centre foundation e da due signori di etnia rom, Herkules Sulejmanovic e Azra Ramovic. Nel ricorso introduttivo del giudizio, i ricorrenti impugnavano il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008, con cui era stato dichiarato lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle Regioni Campania, Lazio e Lombardia nonché le ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008, recanti disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nelle dette Regioni.

Il Tar tuttavia, pur accogliendo in parte il ricorso, sottolineava la necessita’ di “fronteggiare la situazione con mezzi e poteri straordinari“. La pronuncia del Tar fu successivamente sospesa per arrivare alla sentenza del massimo grado della giustizia amministrativa alla fine dello scorso anno. Quest’ultima, in parziale riforma della sentenza impugnata, accoglieva in pieno il ricorso di primo grado e pertanto dichiarava illegittimo lo stato di “emergenza nomadi” dichiarato dal Governo.

Secondo i ricorrenti, “la dichiarazione di emergenza è un atto di alta amministrazione“. Per questo il ruolo del Consiglio di Stato, “non poteva spingersi al di là della verifica di un idoneo e sufficiente supporto istruttorio, della veridicita’ dei fatti posti a fondamento della decisione e dell’esistenza di una motivazione che apparisse congrua, coerente e ragionevole“. La dichiarazione dello stato di emergenza, secondo i ricorrenti, “si fondava su elementi oggettivamente verificabili ponendosi come fase terminale di un’intensa, pregressa, serie di iniziative, non risolutive dei problemi evidenziati, poste in essere in particolare dai Prefetti delle province interessate“.

Per tali ragioni, si legge nel ricorso del Governo, il decreto del 21 maggio 2008 è “ampiamente motivato” e “certamente legittimo“, poiché l’emergenza “era radicata su un’oggettiva situazione di pericolo, sotto il profilo igienico sanitario, socio-ambientale e della sicurezza pubblica, connessa all’insediamento, nel contesto urbano e nelle aree circostanti, di baraccopoli e campi abusivi“. Sul mancato preventivo ricorso a misure amministrative ordinarie, sottolineato dal Consiglio di Stato, i ricorrenti affermano che è stata trascurata “la mole di documenti” che dimostrano come le istituzioni centrali e locali stessero potenziando “le forme ordinarie di coordinamento tra gli organi investiti di responsabilita’ a diversi livelli sul territorio individuando anche la figura di un Commissario straordinario quale strumento idoneo a superare l’emergenza“, mentre gli strumenti ordinari “erano stati adottati infruttuosamente“.

Il ricorso, secondo quanto riportato dall’Agenzia Dire, sarebbe stato presentato alcuni giorni prima della consegna da parte governo italiano alla Commissione europea della strategia nazionale per l’inclusione di rom, stilata dal ministro per la Cooperazione internazionale e per l’Integrazione, Andrea Riccardi. Lo stesso ministro, il 24 gennaio scorso nell’annunciare il piano ha affermato che “occorre uscire dalla logica emergenziale ed entrare in una fase di integrazione“. Una posizione ribadita anche nel testo della relazione al Consiglio dei ministri sulla strategia, dove in merito alla questione abitativa si propone il “superamento definitivo di logiche emergenziali“.

Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, che figura tra i ricorrenti. Ad una interrogazione a risposta immediata (n.3-02153) della deputata dei Radicali Rita Bernardini lo scorso 7 marzo, Cancellieri ha affermato che “non rilevandosi piu’ ragioni per rinnovare lo stato d’emergenza, il governo ha approvato e trasmesso alla Commissione europea un piano contenente una strategia complessiva relativa a rom, sinti e camminanti volta a favorire politiche inclusive di integrazione“. Il Piano, pero’, tra i fondi necessari alla sua realizzazione, fa riferimento anche a quelli residui stanziati per l’emergenza. Uno degli “assi di intervento” della strategia, infatti, prevede l’attivazione di “Piani locali per l’inclusione sociale utilizzando le risorse provenienti dalla trascorsa emergenza commissariale non impegnate”. Lecito domandarsi, quindi, se tali fondi avanzati verranno ancora destinati all’integrazione qualora la sentenza del Consiglio di Stato venisse annullata.


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