Per la Suprema Corte, è colpevole, per associazione mafiosa, l’infermiere che presta aiuto a un boss ammalato di tumore. Che il giudice di secondo grado non abbia tenuto conto del punto di vista dell’imputato – vale a dire che somministrare un farmaco tumorale , pur essendo astrattamente riconducibile al favoreggiamento personale, non era in concreto punibile perché rivolto a tutelare la salute – non è cosa di poco conto, nell’economia della decisione, per il semplice fatto che la Corte ha fatto proprio il pensiero del giudice territoriale.

Questo, in sintesi, il giudizio che accomuna le due Corti: l’imputato ha fornito un aiuto importante nei confronti, non di qualunque componente, ma al massimo esponente di vertice di “cosa nostra”, con le ovvie conseguenze che ne derivano per l’attività dell’organizzazine criminale. E siccome, le iniezioni e i prelievi non sono stati fatti su un piano di doverosa assistenza sanitaria, dato che detto compito non è di pertinenza di un qualunque infermiere professionale, non si può tirare in ballo la finalità di tutela del bene della vita. Per detta ragione, il numero 60 (i numeri indicano i sostenitori di Provenzano), dev’essere punito per associazione mafiosa.

Ma… E di nuovo ma…


Ho sempre visto gli infermieri, quasi mai i medici, somministrare farmaci ed effettuare prelievi.

Ho sempre saputo che rientrano nelle loro mansioni, previste dalla legge e dai contratti: assistenza completa dell’infermo; somministrazione dei medicinali; effettuazione di esami di laboratorio semplici e raccolta, conservazione ed invio in laboratorio del materiale per le ricerche diagnostiche. E’ anche vero che i medicinali deve prescriverli il medico.

Bene, se non c’è un medico dietro le quinte, l’infermiere è colpevole di avere strafatto, se il medico c’è, la Corte in proposito tace, l’infermiere ha svolto esattamente le mansioni che gli competono.

Vista la formazione giuridica, non si capisce su quali basi si possa distinguere tra aiuto e aiuto. Su quali basi si possa affermare che l’aiuto di un infermiere, in quanto tale, non debba rientrare tra quelli finalizzati alla tutela della salute.

Quello che più indigna, però, è l’avere affermato, a sostegno del proprio convincimento, che l’aiuto è stato fornito, non a un qualunque componente, ma a un pezzo da novanta.

Cosa vuole dire il giudice con questa distinzione? Forse che, con quel marchingegno della comparazione e del bilanciamento, la salute retrocede perchè il boss pesa troppo?

Tra gli uomini, tra tutti gli uomini della terra esiste una parità ontoassiologica… Tra tutti gli uomini della terra, il comparativo di uguaglianza tam quam. Non magis quam, né minus quam“. Sono le parole potenti di un nostro compagno di viaggio, sperimentato, il Professore Domenico Corradini H. Broussard, che ci aiutano a capire quando perdiamo la bussola.

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Qui il testo integrale della sentenza n. 5909/2012 della VI sez. pen. della Corte di Cassazione


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4 COMMENTI

  1. Come il pescatore della canzone di De Andrè, Turi il caprettaro ci insegna la superiorità dell’umana benevolenza su ogni altra regola. “Fan Chi domandò cosa fosse la benevolenza. Il Maestro disse: «Amare gli uomini.» […] (Confucio, Dialoghi, XII, 22).
    Un grazie al prof. Corradini per la benevolenza che traspare limpidamente dal Suo racconto.

  2. Buongiorno Signor Giudice, mi chiamo Turi il Caprettaro e abito in Calabria su un cucuzzolo della Sila, la casa me la sono fatta da me, pietra su pietra, e calce ci ho messo tra una pietra e l’altra, il tetto me lo sono fatto da me, tronco d’abete accanto a tronco d’abete, e calce ci ho messo tra un tronco d’abete e un altro, la via per scendere a valle me la sono fatta da me, migliaia di colpi di vanga e d’accetta per togliere gli arbusti alla radice, e calce ci ho messo tra una zolla e un’altra, ed è vero, un giorno bussò alla mia porta Bernardo Provenzano, camminava a fatica, si vedeva che era stanco, lo sorreggevano per le ascelle alcuni suoi amici, «Entrate» dissi «la ricotta è ancora calda, e ho anche una bottiglia di vino che l’anno scorso mi regalò Stellina l’Erbivendola per Natale, mangiate e bevete, sennò ci rimanete secchi», entrarono e mangiarono e bevvero, poi Bernardo Provenzano mi chiese «Lo sai chi sono, lo sai che sono il massimo esponente della mafia siciliana?», risposi «Lo so, ma per me sei un uomo come me, e se hai fame e sete devo darti da mangiare e da bere», e lui «Ho un tumore, ho bisogno di uno che tre volte la settimana scenda a valle e prenda le fiale che mi arrivano di contrabbando dalla Svizzera e me le inietti per via intramuscolare», e io «Scenderò a valle tre volte la settimana, ci scendo sempre se Stellina l’Erbivendola si ammala, non posso lasciarla morire, non posso lasciarti morire, la siringa ce l’ho, è quella di mia mamma che m’insegnò a usarla», e lui «E allora scendi a valle, alla fine della discesa incontrerai un ragazzo mingherlino con la coppola in testa, consegnagli questa mia lettera e ti consegnerà le fiale», per dieci mesi, Signor Giudice, sono sceso a valle tre volte la settimana consegnando le lettere di Bernardo Provenzano al ragazzo mingherlino con la coppola in testa che mi consegnava le fiale, e mi ricordo che in questi dieci mesi il ragazzo mingherlino con la coppola in testa, leggendo qualche lettera di Bernardo Provenzano, si arrabbiava e lo minacciava e non voleva consegnarmi le fiale, e mi ricordo che mi toccava calmarlo per avere le fiale, e mi ricordo che riuscivo a calmarlo con poche parole «Solo alla morte non c’è rimedio, vi chiarirete quando sarà guarito», io non ho studiato, Signor Giudice, io non ho manco il diploma d’infermiere, però io la siringa la uso bene, me l’ha insegnata la mia mamma, se avete necessità di punture, o vostra moglie o i vostri figli, chiamatemi, a disposizione di tutti gli ammalati, io ho solo aiutato Bernardo Provenzano a curarsi, mi condannate ora perché pensate che sia un mafioso, va bene, andrò in carcere, ci sono tanti innocenti in carcere, uno in più non guasta, un’ultima cosa prima d’andare in carcere, me l’ha scritta Stellina l’Erbivendola, lei ha studiato all’Università, «Caro Turi, un tempo il diritto penale era diritto penale del fatto, oggi è diritto penale del nemico potenziale e tu calabrese sei in potenza uno ’ndranghetoso, non ti assolveranno, ti porterò le arance», e io, Signor Giudice, non ho niente da aggiungere.

    Scritto sotto dettatura telefonica di Domenico Corradini H. Broussard, che si trova in ospedale.

  3. Va anche detto che la sentenza Cassazione si basa anche su di un altro elemento che con la tutela della salute non c’entra nulla: “il [n.60] è stato anche utilizzato quale canale per il mantenimento dei collegamenti epistolari del Provenzano ed è stato coinvolto in questioni interessanti il Provenzano diverse da quelle relative al suo stato di salute e (anche in epoca pregressa) in interventi intesi a comporre liti”

    Accertati questi fatti dalle corti di merito, la condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso ci sta tutta.

    PS: è pur vero che il principio oggetto dell’articolo dell’avv. Bruno è stato effettivamente usato in motivazione dalla Cassazione e, dato che in Italia il precedente giudiziario si forma bovinamente sulla massima (ufficiale o meno) della sentenza e non sull’analisi della decisione in rapporto al caso concreto, tale principio quindi rischia di circolare.

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