Mariolina Venezia è scrittrice molto apprezzata anche dagli appassionati del genere legal grazie al successo di “Come piante tra i sassi”, il romanzo del 2009 che ha come protagonista il giovane sostituto procuratore Imma Tataranni di Matera, coinvolta in casi di omicidio, abusi edilizi e rifiuti tossici. L’ultimo romanzo, “Da dove viene il vento”, mette da parte per un attimo il genere giallo e quel carismatico personaggio (che, speriamo, venga ripreso presto dall’autrice) per focalizzarsi su alcune storie parallele, in contesti spazio-temporali diversi, che verranno però in qualche modo a intersecarsi e a condizionarsi a vicenda.

Ecco, allora, un uomo che, rinchiuso in una navetta spaziale, si trova a volare nei cieli proprio nel momento in cui il suo Paese, la Russia, laggiù, si sta disgregando e sta mutando geografia politica; due giovani si ritrovano, dopo tanti anni, a Padova e rinnovano la passione, per molti versi malata, che li legava sin dai tempi dell’università; un clandestino decide di imbarcarsi dal suo Paese d’origine, una notte e con solamente le stelle come guida, per un viaggio della speranza che lo condurrà, invece, in un inferno peggiore di quello che si è lasciato alle spalle. Il tutto descritto da una voce narrante, a Roma, che attraverso le storie degli altri cerca di comprendere meglio la sua vita.

Siamo in presenza di un romanzo sulle persone e sui sentimenti, scritto con grande passione, che però non trascura problemi concreti che condizionano la vita dei protagonisti. Ecco allora che scorrono, in sottofondo ma non troppo, il bluff dei titoli azionari e degli investimenti-bolla nel periodo della new-economy (che porteranno uno dei protagonisti sull’orlo della rovina), la condizione dei clandestini sia durante il viaggio verso l’Italia (e il dramma dei barconi che si rovesciano e seminano morti sin sulle nostre coste) sia quando vengono sfruttati nei campi di pomodori in condizioni disumane e senza alcuna tutela, il nord-est (in particolare Padova) e la caducità di relazioni e rapporti in un tessuto economico popolato sempre più da “delusi”.


Il libro è un piccolo miracolo di equilibrio nel dosare le storie e i problemi di tali personaggi. La scrittrice è attenta alle fonti, soprattutto luoghi ed eventi, descritti con una minuzia fuori dal comune, spesso con la cura del resoconto di viaggio, ma senza appesantire mai la trama o sconfinare nel didascalico.

La storia del clandestino berbero Idir è la più toccante. È narrata non solo attraverso gli occhi del giovane, ma anche in relazione allo sfruttamento operato a suo danno quando arriva in Italia e inizia a lavorare. I tratti dell’odissea del viaggio notturno, del barcone che si rovescia, del salvarsi per miracolo mentre gli amici attorno muoiono e dello scoprire che la terra promessa, il paradiso non è poi così luccicante ma porta ancora violenza ed emarginazione assumono, in tanti passaggi, la veste di un coraggioso ed ammirabile reportage.

Come anticipavo in premessa, non è un romanzo di argomento giuridico ma gli aspetti correlati alla nostra società e ai suoi problemi sono tanti, e sono descritti con una cura, una passione e una “violenza” che portano il lettore a riflettere generando anche una sorta di empatia con le vite dei personaggi. Empatia che è la stessa, probabilmente, che ha mosso la scrittrice nel descrivere vite e momenti dell’esistenza di personaggi così differenti tra loro. Ma, alla fine, con tante cose in comune.


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