E’ stata depositata ieri la sentenza 13/2012 della Corte costituzionale che ha disposto l’inammissibilità dei referendum abrogativi della legge n. 270 del 2005, meglio nota come Porcellum.

Rigida questa volta la presa di posizione della Consulta, con una sentenza definita dagli addetti ai lavori “dura, schietta e secca” .

In primo luogo, la Consulta si dichiara estranea ad ogni sindacato di costituzionalità sulla legge elettorale: “non spetta a questa Corte pronunciarsi sulla compatibilità costituzionale della legge elettorale vigente”, afferma. Tuttavia, richiamando un suo precedente del 2008, implicitamente conferma l’opinione molto negativa che grava sull’attuale sistema elettorale.


Poi passa al merito, negando il vaglio di ammissibilità sia al primo quesito sia al secondo.

Una Corte Costituzionale implacabile, che, giustamente, non si è lasciata influenzare dall’appello pro-referendum di 111 illustri costituzionalisti.

Il primo quesito viene bocciato perché volto alla mera abrogazione dell’intera disciplina elettorale. Una procedura da sempre ritenuta inammissibile dalla Corte, dal momento che la legge elettorale è “costituzionalmente necessaria”: se venisse meno, infatti, si creerebbe un vuoto normativo inconcepibile, che paralizzerebbe le istituzioni democratiche. “Gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale – si legge nella sentenza – non possono essere esposti neppure temporaneamente alla eventualita’ di paralisi di funzionamento, anche soltanto teorica“. Né è possibile richiamare, a giudizio della Corte, l’istituto della cd. reviviscenza, pur sostenuto da molti costituzionalisti: la Corte boccia recisamente la “visione «stratificata» dell’ordine giuridico, in cui le norme di ciascuno strato, pur quando abrogate, sarebbero da considerarsi quiescenti e sempre pronte a ridiventare vigenti”. “L’abrogazione totale della legge 270 del 2005 riguarderebbe l’attuale metodo di scelta dei componenti dei detti organi costituzionali nel suo complesso“, si legge nella sentenza scritta da Sabino Cassese “e di conseguenza il referendum, ove avesse un esito favorevole all’abrogazione, produrrebbe l’assenza di una legge costituzionalmente necessaria, che deve essere operante e auto-applicabile, in ogni momento, nella sua interezza“.

Ancora più dura e netta la posizione della Corte sul secondo quesito, quello “sartoriale” che mirava ad abrogare le “formule introduttive” di ogni articolo del porcellum. La Consulta liquida il quesito perché viziato da contraddittorietà e da assenza di chiarezza.

E’ chiaro dunque il ragionamento effettuato dai giudici costituzionali: non si può cancellare la legge elettorale con una serie di taglia e cuci che potrebbero dar luogo ad una chirurgia dagli effetti mostruosi, non sapendo più, al termine dell’intervento, quali norme considerare efficaci e quali no.

Qui il testo integrale della sentenza n. 13/2012 della Corte Costituzionale

 


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2 COMMENTI

  1. LA SENTENZA DELLA CONSULTA DELEGITTIMA L’INTERO SISTEMA POLITICO: AL VOTO SUBITO CON LA PROPORZIONALE con un articolo del Dicembre 2005
    La sentenza della corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la legge elettorale n.270/2005 contiene in sé, oltre alle valutazioni di carattere specificatamente riferite alla materia, anche un severo giudizio politico di vera e propria delegittimazione per l’intero sistema politico italiano.
    Inoltre, come è già stato fatto osservare da autorevoli analisti nell’immediato post-sentenza, sono stati fissati alcuni “paletti” molto precisi rispetto alla possibilità che questo Parlamento provveda ad una modifica della legge stessa (che pure è già pronta, una volta corretti i punti indicati dalla Corte, per essere utilizzata).
    Questi “paletti” portano ad una riflessione complessiva che può essere così riassunta: è necessario che una legge elettorale non sia varata semplicemente per interessi contingenti e di parte ma deve possedere un indirizzo di tipo ”sistemico”; inoltre non è legittimo tener conto soltanto dell’interesse alla governabilità ma si deve tener conto anche delle esigenze di rappresentatività politica e della funzione delle istituzioni, rispettando – nel nostro caso- quella centralità del Parlamento che corrisponde esattamente alla visione del ruolo delle istituzioni contenuta nell’articolato della Costituzione Repubblicana.
    Un guizzo di onestà intellettuale, merce poco disponibile di questi tempi, imporrebbe lo scioglimento delle Camere e l’immediato ricorso alle urne utilizzando il sistema proporzionale con preferenza, al fine di recuperare un minimo di legittimità e credibilità politica all’intero sistema.
    Non sarà così, anche perché si sentono già incredibili dichiarazioni da parte dei protagonisti più diversi. Sarà quindi necessario vigilare con grande attenzione e soprattutto sviluppare iniziativa politica, riprendendo in mano e ponendo sotto gli occhi di tutti l’enorme mistificazione che, nel corso di questi anni, è stata portata avanti nell’idea della semplificazione e della governabilità intesa come fine ultimo della politica. Tutto è cominciato con la modifica del sistema elettorale avvenuta a colpi di referendum all’inizio degli anni’90: è necessario reimpostare sotto quest’aspetto l’agenda politica tenendo conto degli esiti disastrosi di questo processo.
    Di seguito, a buona testimonianza, un intervento del Dicembre 2005, a commento dell’appena varata legge elettorale.
    PARTITI E SISTEMA ELETTORALE
    Nelle settimane appena trascorse, sono state elaborate molte analisi sul nuovo sistema elettorale, esaminato da diversi punti di vista.
    L’affermazione più importante che è stata svolta e che sento di ribadire è stata quella concernente il fatto che questo nuovo sistema si può definire in molti modi, tranne che come “ritorno al proporzionale”.
    Dal punto di vita tecnico non ci troviamo di fronte neanche a un misto tra maggioritario e proporzionale e neppure, sottilizzando ma nemmeno troppo, a un proporzionale con premio di maggioranza: si tratta, invece, di un premio di “minoranza”, non essendo stata prevista per la patto o il partito vincente il raggiungimento di alcuna soglia.
    Inoltre la differenziazione nei diversi livelli di sbarramento per il raggiungimento del diritto alla divisione dei seggi, allontana ancora di più l’idea che questo tipo di sistema elettorale sia stato pensato in funzione di un recupero di rappresentatività.
    Fin qui, comunque, tutte affermazioni già svolte che, in ogni caso, vale la pena di ripetere, se non altro a futura memoria.
    L’argomento dell’impatto che questo sistema avrà sulla struttura e l’identità dei partiti politici in Italia, invece, è stato fin qui dibattuto in una misura molto minore.
    Provo, allora, a cimentarmi sull’argomento in maniera molto sintetica.
    Partiamo, così, da alcune considerazioni più volte ripetute negli ultimi i tempi: i partiti, dopo aver dominato la scena del sistema politico italiano, sono entrati in crisi da almeno un quindicennio per varie ragioni (mutamento dello scenario internazionale, cessione di sovranità da parte dello stato nazionale, crisi economica e morale interna, ecc), dismettendo quella funzione di “integrazione di massa” che, pur tra contraddizioni evidenti, avevano svolto almeno dalla fase di redazione della Carta Costituzionale.
    I partiti hanno ceduto il passo alla società civile (emblematico, sotto quest’aspetto, il mutamento di relazione con il mondo dell’economia, così efficacemente rappresentato proprio dagli avvenimenti di questi ultimi giorni), trasformandosi in “partiti azienda” e/o in “comitati elettorali”.
    Il mutamento del sistema di voto, avvenuto nel 1993, aveva corrisposto in una qualche misura a questo processo di trasformazione e, anzi, gli elettori avevano dimostrato di essersi abituati alla concezione maggioritaria – bipolare, permettendo al sistema di funzionare (“non troppo”, “per caso”, “finalmente”, tanto per citare i titoli dei fondamentali testi di analisi elettorale, curati nel 1994, 1996, 2001 da Bartolini e D’Alimonte in occasione degli esiti delle elezioni politiche).
    All’inizio dell’autunno, invece, la decisione del centrodestra al potere di mutare la legge elettorale e di varare l’indigesto impasto con il quale si andrà, presumibilmente (la legge votata dal Parlamento non è ancora stata ancora pubblicata, stranamente, in “Gazzetta”) a votare il prossimo 9 aprile 2006.
    Critici molto feroci attribuirono al Governo l’idea di cambiare la legge elettorale soltanto allo scopo di limitare, sul piano dei numeri parlamentari, una sconfitta che appariva certa (mal che vada, qualcuno ha pensato, alla Camera finisce 340 – 290): oggi la situazione appare leggermente cambiata, ma non pare proprio questa la sostanza del discorso.
    Al dunque, se c’è chi ha pensato a questa trasformazione della legge elettorale come a uno strumento che, in una qualche misura, potrebbe consentire ai partiti di uscire dalla crisi cui ho appena accettato, tentando di recuperare un minimo di rappresentatività sociale, dovrà ricredersi.
    L’assenza del meccanismo delle preferenze per l’assegnazione dei seggi alla Camera (è stato adottato, infatti, il sistema della “lista bloccata”) e, il già citato, “premio di minoranza” (in luogo di un corretto premio di maggioranza, che dovrebbe scattare, qualora si decida di adottarlo, nel momento in cui la coalizione vincente, al primo o al secondo turno, superi il 50% più uno dei voti validamente espressi) faranno sì che gli effetti di questo presunto sistema proporzionale sul sistema dei partiti, sarà esattamente contrario a quello di una crescita del loro ruolo rispetto alla società.
    Anzi: ci troveremo in una situazione di ulteriore distacco, perché al minimo di efficienza sociale che i partiti stanno dimostrando, corrisponderà il massimo del potere di nomina.
    Tutto ciò sta a significare che difficilmente ci sarà un movimento dei cittadini verso i partiti al fine di risolvere problemi concreti (ormai funzionano meglio le“lobbies”, comitati di protesta, associazioni di scopo che interloquiscono direttamente con le istituzioni): ai partiti finiranno con il rivolgersi soltanto coloro che intendono fare della presenza istituzionale (in varie forme) la loro attività professionale.
    Non per caso sale il numero di chi cumula cariche (consigliere o assessore in Enti Diversi: ad esempio Provincia e Regione; oppure consigliere comunale e parlamentare, ecc) o di chi a tempo pieno si occupa di consulenza istituzionale, attraverso il rigonfiamento delle strutture di staff o di segreteria.
    Insomma: ai partiti servono consulenti non certo militanti, tanto più se militanti fastidiosi capaci di discutere della linea politica e delle scelte amministrative.
    La scelta delle liste bloccate per le elezioni legislative indica, inoltre, che neppure l’occasione della campagna elettorale sarà sfruttata per ristabilire un minimo di circuito di relazione con la società civile, l’elettorato, il quadro dei simpatizzanti (insomma i tre cerchi concentrici di Duverger, si ormai ridotti ad un solo cerchio quello degli eletti).
    Non ci sarà campagna elettorale al di fuori di quella che i leader condurranno dallo schermo televisivo: chi avrà interesse, infatti, a chiudersi alla sera in una sala per ascoltare un candidato di seconda schiera, già sicuro di essere eletto se incluso nella lista in una posizione idonea, oppure già sicuro di essere escluso, perché la segreteria del suo partito lo ha collocato “fra gli ultimi della lista”?
    Un sistema, per concludere, che mortifica ancora di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, la partecipazione politica, esalta il ruolo di attivisti senza arte né parte che si collocano nelle istituzioni considerandole la succursale del vecchio ufficio di collocamento, porrà ancora di più i partiti in una dimensione da “fortino assediato”.
    Intendiamoci bene: tutto questo è un male, un grave malanno, per salute della nostra democrazia.
    Infine una battuta, dedicata a quei candidati che saranno collocati d’ufficio in una posizione di graduatoria che impedirà loro di poter aspirare ad un seggio: Forza Italia e DS, concordi, hanno ritenuto giusto che i candidati contribuiscano alle spese della legge elettorale (quanto? 20.000 – 30.000 euro a testa?).
    Questo può andar bene, però, per quei candidati collocati in pole – position: ma quelli in decima fila (tra la Minardi e la Sauber) , per la stessa motivazione, dovrebbero essere pagati, perché in pratica, mettendoci nome faccia, non svolgono altro che la funzione di “testimonial” della lista.
    Ed un “testimonial”, secondo le sagge leggi del marketing pubblicitario che ormai presiedono all’attività politica, debbono essere (profumatamente, aggiungiamo) pagati
    Allora: le elezioni. Competition is competition or business is business ?
    Savona, li 31 Dicembre 2005

  2. Il prossimo referendum costituzionale dovrebbe prevedere l’automaticità dell’effettuazione del referendum, senza interferenze di Cassazione e Corte Costituzionale. Ciò in quanto la volontà popolare di effettuare il referendum non è sindacabile da alcun essendo il popolo unico sovrano nel proprio territorio. La Corte Costituzionale avrebbe dovuto, se proprio avesse voluto esercitare le proprie prerogative, dichiarare l’incostituzionalità della legge “porcellum” in quanto fa venir meno il principio di suffragio universale “diretto” nella elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, essendo questi designati da altri. Tutto, quindi, si compra e si vende in Italia, anche i diritti del popolo sovrano.

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