Tra slogan, proteste, semplificazioni e propaganda, delle liberalizzazioni si sta capendo piuttosto poco. L’impressione che si ha è, da un lato, un attacco talvolta proditorio ad alcune categorie, dall’altro la trovata, la soluzione che possa portare il Paese fuori dalle secche della sua economia.

Ovviamente, un processo di liberalizzazione vero non è né l’una, né l’altra operazione. Soprattutto, non è un’altra scelta economica che in apparenza le somiglia: una privatizzazione.

Ma, forse, per capire esattamente di cosa si parla e quali ordini di grandezza siano in gioco, è bene riferirsi a un po’ di storia.


Il feudalesimo nacque, pressappoco, in questo modo: un monarca o, piuttosto, un proprietario di grandissime terre con titolo nobiliare ed ammesso a poteri di governo nello stato medievale, per assicurare l’amministrazione di parti del territorio dei propri possedimenti, senza intervenirvi direttamente, concesse il governo di quel territorio ad un feudatario che gli giurava fedeltà, con l’atto di vassallaggio. Inizialmente, i territori ed i beni del feudo restavano di proprietà del signore concedente. Poi, il feudatario, che in quelle terre costruiva fortificazioni e vie di comunicazione, e, ancora, vi organizzava un esercito e strumenti di polizia, oltre che provvedere all’acquisizione delle tasse, ottenne il diritto a vita di governare il feudo, obbligandosi nei confronti del signore del quale era vassallo ad assicurare frutti ed esercito, nel caso di guerre.

Insomma, in quelle epoche lontane, nelle quali il concetto di stato nazionale non si era ancora formato, il governo della cosa pubblica coincideva con quello della cosa privata del grande signore, che a sua volta dava in feudo e poi in eredità privata parti dei territori, dei frutti e dei beni prodotti dalla collettività (artigiani, contadini e commercianti) che risiedeva in quei possedimenti. Una vera e propria gestione privata dell’interesse collettivo.

In Europa, si sono evoluti per primi verso stati nazionali quei paesi che hanno saputo superare più velocemente il sistema feudale, per opera della borghesia e dello sviluppo di una coscienza di un interesse collettivo più ampio e rilevante di quello privato, che portasse all’organizzazione di un governo comune, non frazionato in piccoli governatorati privati, in teoria fedeli al monarca, ma in pratica autarchici ed in parte anarchici.

Un tratto essenziale, allora, del feudalesimo è l’utilizzo privato di un bene che dovrebbe essere collettivo.

Simmetricamente, tratto essenziale degli stati nazionali evoluti è l’organizzazione pubblica di servizi di interesse generale, finalizzati allo sviluppo della collettività e, dunque, anche dei singoli. Tale organizzazione è pubblica sia perché pubbliche sono le regole che governano il sistema, anche se l’iniziativa economica ed imprenditoriale sia lasciata ai privati, sia perché in parte il sistema pubblico può intervenire direttamente nella produzione di beni e servizi.

Non vi è dubbio che il sistema economico risenta ancora oggi di residui di organizzazione feudale. Pensiamo all’esempio dei trasporti “pubblici”, così definiti non solo perché svolti da aziende pubbliche, ma perché il diritto alla mobilità è da assicurare a tutti. Si pensi, solo per fermarsi ad un unico esempio, alla stretta connessione del diritto alla mobilità col diritto allo studio: in assenza di un sistema di trasporto pubblico e universalmente rivolto a tutti i cittadini, gli studenti di famiglie meno abbienti avrebbero enormi difficoltà a muoversi nel territorio e spostarsi verso le sedi delle scuole superiori, che come noto non sono diffuse in ogni comune delle province.

Ora, il trasporto pubblico è composto anche dal sistema del trasporto individuale dei taxi. E’ bene tenere presente che il trasporto in questo caso è gestito da un privato, ma sulla base di una regolazione pubblica ed è rivolto a soddisfare un interesse pubblico. La regolazione ha sin qui previsto che il privato potesse accedere al servizio di taxi sulla base di una licenza, cioè di una concessione pubblica ad esercitare l’attività. Fin qui tutto bene.

Tutto è andato, invece, storicamente male quando si consentì che questa modalità di gestione del servizio di trasporto pubblico venisse confuso con un modo medievale e tipico del feudalesimo di intendere il perseguimento dell’interesse pubblico e, soprattutto, la gestione di beni, anche immateriali, pubblici. La licenza di taxi è un bene pubblico, non privato: cioè, la concessione è un valore pubblico, della collettività. Ma, si è consentito ai tassisti di appropriarsene e, dunque, di trattarla come un bene privato, proprio, e di commercializzarla. Un bene pubblico, la licenza, il provvedimento che attua la regolazione pubblicistica del trasporto individuale, si è permesso divenisse una merce privata, venduta. Il tassista, invece di riconsegnare la licenza finita o abbandonata l’attività, la “vende”, come un imprenditore venderebbe la propria attività, considerando la “licenza” stessa alla stregua di un valore di avviamento, di un bene aziendale.

Non si sarebbe dovuto consentire un evento simile, in tutto e per tutto, per altro, analogo a quanto avviene nel settore delle farmacie, dove la concessione all’esercizio viene sostanzialmente trasmessa in eredità di padre in figlio.

Ovvio che dopo decenni nei quali la licenza, privatizzata (sebbene sia ancora una concessione pubblica), è divenuta il bene vero e proprio, il valore economico dell’attività di tassista, una liberalizzazione viene vista dai tassisti come il fumo negli occhi. Quel bene pubblico, che si è consentito improvvidamente di privatizzare e commercializzare, perderebbe ogni valore.

Umanamente, è perfettamente comprensibile, allora, che i tassisti osteggino, come hanno sempre fatto, la liberalizzazione che eventualmente dovrebbe riguardarli.

E’, tuttavia, lecito porsi la domanda se sia accettabile che migliaia di persone lucrino sulla commercializzazione di un bene pubblico immateriale; e ulteriormente chiedersi se sia corretto che la loro categoria, così forte, sia in grado di condizionare i sindaci sventolando la loro forza elettorale, negoziando con loro da posizioni di forza enorme le tariffe, che sono oggettivamente alte, fuori mercato, prive di ogni logica: basta confrontarle tra città e città. Non parliamo, poi, dei turni e dell’efficienza complessiva del servizio.

Liberalizzare, torniamo al punto di partenza, significa eliminare le restrizioni all’accesso ad un’attività economica. Dunque, nel caso emblematico dei tassisti, la liberalizzazione dovrebbe produrre l’effetto di eliminare la licenza, che appunto restringe il mercato. Eliminando la licenza, chiunque, purchè abbia la patente ed organizzi la propria vettura a mo’ di taxi, può svolgere il servizio.

Ma, questo tipo di liberalizzazione, se realizzata in questo modo, non è una vera e propria liberalizzazione ed, in effetti, si tradurrebbe solo in un danno per i tassisti. Manca, infatti, un pezzo: se liberalizzare significa eliminare ogni restrizione alla libertà economica, la principale tra le libertà economiche consiste nella fissazione del prezzo da parte del produttore. Dunque, la liberalizzazione implica necessariamente sia l’eliminazione delle licenze, sia la cancellazione della tariffa imposta dal comune. Dovrebbe essere il mercato e solo il mercato a determinare il prezzo della corsa.

Per l’utente, la liberalizzazione dei taxi avrebbe utilità solo a condizione di ottenere un maggior numero di taxi circolante e a prezzi inferiori. Rimanendo fissi i prezzi, l’incremento dei taxi circolanti potrebbe, forse, incentivare leggermente il trasporto pubblico (cosa, probabilmente, utile in comuni con assoluto divieto d’accesso nelle zone a traffico limitato o che ne consentano l’ingresso previo pagamento di una tassa), ma non garantirebbe alcun beneficio per il portafoglio.

Come conciliare le diverse esigenze è difficile studiarlo e stabilirlo. In effetti, le lamentazioni dei tassisti non possono essere ignorate, visti gli investimenti che un sistema sbagliato, quello del commercio delle licenze, li ha costretti a fare. Nei confronti dei tassisti, tuttavia, un metodo discriminante potrebbe essere proposto: rimedi finanziari a fronte della perdita di valore delle licenze, ma solo per i tassisti che dichiarino al fisco redditi credibili, non meno di 30 mila euro l’anno. Per tutti gli altri, vista l’evidente infedeltà nei confronti del patto sociale, si potrebbe anche affrontare il costo dell’impopolarità della perdita di valore di investimenti fatti vendendo un bene pubblico: non sarebbe giusto consentire di lucrare due volte su interessi pubblici, prima la licenza e poi le tasse evase.

Per quanto riguarda il settore analogo delle farmacie, il problemi sono simili: liberalizzare il settore, mantenendo fermi e imposti i prezzi dei farmaci, avrebbe poco senso. Occorrerebbe liberalizzare anche il mercato dei farmaci. Ma, in questo caso, se il mercato fosse interamente liberalizzato e cioè privo di restrizioni e regole, si potrebbe determinare il rischio di una riduzione progressiva del numero delle farmacie; il collo di bottiglia creato determinerebbe una situazione di oligopolio e di probabile ulteriore crescita del prezzo dei medicinali, conseguenza che il sistema non potrebbe permettersi.

Il servizio di farmacia per sua natura dovrebbe essere libero, ma misto. Un numero minimo di punti di vendita, ma molto elevato quantitativamente, dovrebbe essere assicurato da farmacie pubbliche, in modo da garantire comunque una concorrenza effettiva e una larga distribuzione tale da evitare la crescita dei prezzi a loro volta liberalizzati. In questa rete dovrebbero poter entrare anche i privati, per migliorarne l’efficienza e renderla più capillare. In queste condizioni l’utilità delle parafarmacie, in un sistema non feudale, mostrerebbe la sua utilità in termini anche di diffusione e minori costi per il pubblico.

E i servizi pubblici locali, in questo quadro, cosa c’entrano? E’ davvero corretto ed utile liberalizzarli? E’ un bel problema. I servizi pubblici, cioè trasporto, gas, energia, acqua, gestione dei rifiuti, per fermarsi ad alcuni esempi, sono necessari per la convivenza civile. Una gestione liberalizzata risulta difficile, perché si tratta di “monopoli naturali”, cioè di mercati caratterizzati da un numero enorme di clienti, tale da consentire forti economie di scala nella produzione: la conseguenza è che un’impresa sola è in condizione di offrire una determinata quantità di beni o prestazioni a costi inferiori di quelli rispetto alla somma complessiva dei costi che sopporterebbero più imprese operanti nel medesimo settore.

Il monopolio naturale potenzialmente può garantire servizi più efficienti, a costi inferiori. Ma, il monopolista tende sempre a non produrre il massimo possibile, ma a ridurre la produzione o l’erogazione. Il monopolio naturale può allora risultare inefficiente, perché tende a vendere i prodotti laddove è più facile e conveniente, potendo imporre il prezzo. Infatti, nei primi anni del secolo era questo il problema dell’energia elettrica: la rete raggiungeva le città e le zone industriali, ma trascurava paesi e campagne.

Allora, si pensò all’opposto delle liberalizzazioni: le nazionalizzazioni. Gli stati stabilirono di produrre direttamente i servizi, per evitare l’inefficienza allocativa, rischio tipico del monopolio, ed estendere i servizi veramente a tutti.

La liberalizzazione dei servizi di questo genere difficilmente supera il monopolio naturale. Il rischio è che se lo stato fa un passo indietro nella gestione dei servizi per far rientrare i privati, si vada verso una privatizzazione e non una liberalizzazione. Vi è l’eventualità che il subentro di privati in gestioni pubbliche determini non l’abbassamento dei prezzi e l’aumento dell’efficienza, ma il solo perseguimento del profitto, con le medesime inefficienze del monopolio.

Dunque, la liberalizzazione dei servizi assolve a due funzioni. La prima è vendere beni pubblici per fare cassa e ridurre l’indebitamento. Ma questo obiettivo non pare francamente espresso in modo chiaro nelle idee che per ora circolano. La seconda è affidare a privati, a soggetti imprenditorialmente attivi e potenzialmente più intenti ad investire ed innovare, la gestione dei servizi, con concessioni brevi e cadenzate, in modo che la potenziale concorrenzialità finalizzata a creare anche forzatamente un “mercato”, spinga il gestore ad essere molto efficiente nei costi e nella diffusione dei servizi.

L’impressione è che delle liberalizzazioni, in questo momento, si stia parlando senza affrontare i temi base dei problemi. Il che giustifica le difese corporative inevitabili. Se si spiegasse con chiarezza come si vuole liberalizzare, evitando privatizzazioni selvagge e spiegando come e quando dalle liberalizzazioni potrebbero derivare aumenti di produttività e riduzione dei prezzi, le voci delle corporazioni, composte da minoranze, potrebbero essere sopraffatte dal sospiro di sollievo della maggioranza dei cittadini-utenti.


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1 COOMENTO

  1. Non ho mai letto un articolo così fastidioso nella forma e nei contenuti. Un linguaggio da spettatore medievale di una sceneggiatura visionaria.
    Ma quanti anni ha tale messere Olivieri?

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