L’ultimo thriller di uno dei più grandi e apprezzati scrittori al mondo, Michael Connelly, è stato pubblicato nel 2011 da Piemme con il titolo “L’uomo di Paglia” (il traduttore ha scelto di allontanarsi un po’ dal senso del titolo originale, “Scarecrow”, “Spaventapasseri”) e gioca, ancora una volta, con il mondo degli studi legali, degli avvocati e dei loro clienti. Il tema legal è caro a Connelly, che ha creato anche la figura dell’avvocato “sulla Lincoln” nella serie dedicata a Mickey Haller, una delle caratterizzazioni più riuscite della narrativa moderna. Qui protagonista è, invece, il giornalista del Los Angeles Times Jake McEvoy aiutato (come già accadde nel grande successo “Il Poeta”) dalla profiler dell’FBI Rachel Walling.

Al centro della trama vi sono due killer seriali che operano all’interno di una server farm, un vero e proprio bunker nel deserto ricolmo di colonne di server e di computer, alte sino al soffitto, che ospitano i dati di migliaia di clienti residenti in tutto il mondo.

In questo enorme centro di potere i due killer non solo agiscono in difesa del sistema informatico, cercando di impedire i costanti tentativi di accesso dall’esterno da parte di criminali interessati ai dati (di qui il termine “Spaventapasseri”, che indica l’azione di tenere lontani dal sistema potenziali intrusi o curiosi), ma utilizzano anche questo immenso archivio di dati per violare la privacy e progettare le loro missioni criminali.


Molte pagine sono dedicate alla descrizione non solo delle soluzioni in housing o in cloud che sono al centro della storia, ma anche delle strategie di numerosi studi legali importanti di delegare a un fornitore esterno la gestione informatica dei dati e dell’attività (e infrastruttura) informatica dello studio.

Tralasciando l’avvincente trama e la descrizione delle vicende, che riserviamo al lettore, basti anticipare che Connelly si diverte, in molti punti, a stuzzicare il nervo scoperto, la paura tipica che i titolari di un grande studio legale hanno quando stanno valutando se affidare o meno il proprio patrimonio informativo all’esterno. Dalle descrizioni delle visite “turistiche” alla server farm (per cercare di comprendere il livello di sicurezza delle strutture, l’affidabilità delle persone che operano sui dati, le tecniche di backup e di sicurezza usate in concreto) sino alla decisione di far uscire i dati dallo studio e affidarli a terzi con un considerevole risparmio di costi nella gestione ed aumento dell’efficienza, sono tutti elementi su cui Connelly sorride, descrivendo l’ansia dell’avvocato nel momento in cui vede i dati del suo studio uscire dalla solita disponibilità.

Accanto alla paura data dal cloud, il libro di Connelly è anche un’analisi appassionata sulla morte della carta stampata e dei quotidiani tradizionali e sull’avvento del Web e delle notizie in tempo reale e, in un certo senso, di un vero e proprio nuovo modo di fare giornalismo: la contrapposizione tra l’anziano cronista di nera, abituato alla “vecchia scuola”, e la giovane talentuosa e informatizzata chiamata per rimpiazzarlo, esperta di Twitter, Facebook e Web, è espediente letterario per descrivere bene i mutamenti che il mondo della stampa sta subendo in questi anni.

Ultimo, ma non ultimo, anche gli appassionati di investigazioni tecnologiche e di informatica rimarranno soddisfatti dalla frequenza con la quale sono descritte tecniche di cifratura, di tracing degli indirizzi, di furto di identità e di sostituzione di persona, di accesso abusivo ai sistemi e altre tecniche di criminalità informatica. Certo, in molti casi l’accuratezza tecnica lascia il posto a esigenze di fluidità della narrazione e di semplificazione, ma l’atmosfera che si crea è davvero avvincente.

Un romanzo, in conclusione, che a fianco di una solida (e “leggera”) trama, solleva numerose questioni sui rischi della tecnologia (o, meglio, del suo utilizzo) degne di ben più profonda riflessione.


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