Un breve articolo, pubblicato il 2/11, nel quale mi dichiaravo a favore della proposta di ragionare sulla soppressione di piccoli Comuni, ha suscitato vivaci reazioni critiche. Ho dedicato al tema poche righe richiamando, in modo forse troppo sintetico, tesi che ho sviluppato in una ricerca abbastanza approfondita che ho svolto due anni fa. Mi preme perciò riprendere l’argomento con il proposito di chiarire meglio – per quanto possibile in uno spazio ristretto – il senso delle mie argomentazioni.

La mia idea centrale è che il numero degli abitanti di un Comune sia un dato di base sul quale riflettere (ce ne sono anche altri) perché senza una idonea “massa critica” è difficile garantire piena efficienza ai servizi erogati dall’ente locale. Il riferimento ai mille abitanti mi è solo servito per tentare di circoscrivere l’ambito sul quale mi proponevo di ragionare ma avevo in particolare presente il caso dei piccolissimi Comuni (non sono pochi) che non arrivano talvolta neanche a cento abitanti.

Su questa materia si è intervenuti in epoca recente in diversi paesi. Ho pure ricordato quanto si è fatto in casa nostra (il tema non è nuovo) con la legge 8 giugno 1990, n. 142 la quale ha ad esempio disposto che “la legge regionale che istituisce nuovi Comuni, mediante fusione di due o più Comuni contigui, prevede che alle comunità di origine o ad alcune di esse siano assicurate adeguate forme di partecipazione e di decentramento dei servizi”.


Quanto alla nuova realtà istituzionale (le Unioni di Comuni), non ho sinora avuto la possibilità di apprezzare risultati particolarmente incoraggianti. Mi è capitato di individuarne una, comprendente sei Comuni, che contava in totale meno di 900 abitanti. Ed in ogni caso l’associazionismo volontario tra i Comuni ha sin qui solo marginalmente riguardato i piccolissimi Comuni. Dei 1.315 Comuni facenti parte delle 290 Unioni costituite sino al 2008, solo 365 avevano una popolazione inferiore a mille abitanti.

Altro aspetto che a me non pare pienamente positivo, è quello di Comuni (supponiamo A, B e C) che danno vita ad una Unione per poi procedere, per l’erogazione di taluni servizi, in modo alquanto disinvolto con il Comune A che per un certo servizio si associa con i Comuni D e F e magari per un altro servizio sceglie di collegarsi con i Comuni G e H…


CONDIVIDI
Articolo precedenteLa Regione Marche impugna in Corte Costituzionale la nuova disciplina sui servizi pubblici locali
Articolo successivoMercato dei voti parlamentari? La nuova peste nera!

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here