E’ arrivata il 31 ottobre, dopo tre giorni di camera di consiglio, la sentenza della prima sezione penale del Tribunale di Milano, sul caso della tentata scalata alla Banca Nazionale del Lavoro da parte di Unipol.

In primo grado, il Tribunale ha condannato tredici dei ventuno imputati coinvolti nella vicenda; tra loro, gli immobiliaristi Stefano Ricucci e Danilo Coppola, e il finanziere Emilio Gnutti, per il quale invece la Procura aveva chiesto l’assoluzione.

Tre anni e mezzo di reclusione anche per l’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, colui che avrebbe dovuto essere arbitro imparziale e che invece, nella partita per conquistare la BNL, ebbe un ruolo da vero e proprio giocatore.


Fazio e Consorte erano già stati condannati in primo grado lo scorso 28 maggio per la tentata scalata all’Antonveneta da parte del Banco Popolare Italiano, rispettivamente a quattro anni di reclusione il primo e a tre anni il secondo.

Una condanna ingiustificata, siamo costernati”, ha commentato il legale di Fazio, dopo la sentenza.

La mannaia del Tribunale si è abbattuta soprattutto su Unipol: tre anni e dieci mesi la condanna inflitta all’ex numero uno della società bolognese di assicurazioni Giovanni Consorte; il suo braccio destro, Ivano Sacchetti, è stato invece condannato a tre anni e sette mesi di reclusione.

Sono un capro espiatorio”, queste le prime parole di Consorte dopo il verdetto.

Condannati anche l’editore e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone (tre anni e sei mesi) e l’attuale amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri (tre anni e sette mesi). Assolto invece l’ex responsabile della vigilanza di Bankitalia, Francesco Frasca.

Gli imputati sono accusati a vario titolo di aggiotaggio, ostacolo all’attività di vigilanza, insider trading.

La vicenda ha inizio nel 2004, quando scoppia la c.d. “Bancopoli”, ovvero l’insieme degli scandali finanziari che vede al centro le tentate scalate a BNL e ad Antonveneta da parte di Unipol e Bpi, condotte, secondo i pm, attraverso un patto parasociale tenuto segreto, rastrellamenti di azioni attraverso denaro ottenuto mediante illeciti aumenti delle commissioni bancarie e manipolazioni del valore delle azioni. L’inchiesta raggiunge l’apice nel 2005, nell’estate dei c.d. furbetti del quartierino (Ricucci e Coppola), con il sequestro delle azioni Antonveneta detenute da Bpi, cui amministratore delegato è Gianpiero Fiorani, che ha già patteggiato. L’inchiesta si allarga, arrivando a coinvolgere l’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, costretto qualche mese dopo alle dimissioni dalle pressioni del Parlamento, che si sarebbe allontanato dal suo ruolo di arbitro super partes per favorire le cordate italiane. Coinvolti anche l’ex numero uno di Unipol, Consorte, e i suoi vice, Sacchetti e Cimbri, e l’editore Caltagirone. Ad accomunarli, la fallita tentata scalata da parte del gruppo finanziario bolognese a BNL, oggetto anche di un’offerta pubblica di acquisto da parte della spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria. Sullo sfondo, la contesa tra l’olandese ABN Amro e la Bpl di Fiorani per l’Antonveneta.

Irrilevanti ai fini giudiziari sono state invece considerate le intercettazioni telefoniche tra Consorte e Piero Fassino. A passare agli annali la frase dell’allora segretario dei Ds : “Abbiamo una banca!”.


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