Riuscirà la legislatura a concludersi alla sua scadenza naturale all’inizio del 2013 o si andrà al voto nella prossima primavera? Intorno a questo interrogativo si sta da tempo sviluppando il confronto fra le forze politiche. Non ci resta che attenderne l’esito sperando che nel frattempo non manchi l’impegno per affrontare la difficile crisi che il paese sta attraversando.

L’accostamento del censimento in corso alle prossime elezioni politiche può apparire del tutto fuori luogo ma così non è. Gli artt. 56 e 57 della nostra Costituzione prevedono infatti che la ripartizione dei seggi fra le circoscrizioni, nel caso della Camera, e la ripartizione dei seggi fra le Regioni, nel caso del Senato, siano effettuate sulla base dei risultati dell’ultimo censimento generale della popolazione. Dal momento che l’Istat ha previsto di curare la diffusione dei dati definitivi della rilevazione per la quale si sta provvedendo in questi giorni alla raccolta dei dati, per la fine del 2012, si aprono due scenari. Nel caso di voto anticipato si dovranno utilizzare i dati scaturiti dal censimento del 2001 mentre, nel caso di regolare completamento della legislatura, saranno i dati del censimento 2011 a orientare la ripartizione dei seggi. La questione non è di poco conto per precisi motivi sui quali vale la pena di soffermarsi brevemente.

Nella popolazione residente (è questo il dato statistico da utilizzare) non sono compresi solo i cittadini italiani ma anche gli stranieri regolarmente iscritti nelle anagrafi comunali. Come è ben noto a chi ha interesse per le nostre vicende demografiche, la crescita della popolazione è dovuta da molti anni proprio all’aumentato peso della presenza straniera: 1.334.889 stranieri censiti nel 2001, 4.570.317 stranieri quelli residenti in Italia alla fine del 2010. E’ da prevedere che il dato che sarà accertato dal censimento 2011 sarà ancora più alto. Va aggiunto che l’incidenza della popolazione straniera sul totale della popolazione residente è assai variegato sul piano territoriale: vi sono Regioni del Nord nelle quali è intorno al 10 per cento e talune Regioni del Mezzogiorno nelle quali non si arriva al 2 per cento.


Faccio solo un esempio per tentare di delineare meglio il senso della mia riflessione prendendo in esame le elezioni del Senato: se si votasse con i dati censuari del 2001, alla Lombardia spetterebbero 47 seggi mentre se si dovesse tenere conto dei risultati del censimento 2011 alla suddetta Regione ne spetterebbero probabilmente 49, due in più (è chiaro che vi sarebbero Regioni che vedrebbero calare il numero dei seggi ad esse assegnato).

Le implicazioni sul piano politico sono di tutta evidenza.


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