E’ morto ieri notte a 74 anni, nella sua casa di Firenze, Antonio Cassese.

Affetto da tempo da una grave malattia, Cassese, oltre ad essere un insigne giurista, era anche scrittore e docente di diritto internazionale.

Sul piano internazionale si era battuto contro ogni violazione dei diritti fondamentali delle persone, ricoprendo incarichi importanti tra i quali quello di presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti e di primo presidente del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia.


Titolare delle Cattedra internazionale Blaise Pascal presso la Sorbona, co-fondatore e condirettore della rivista «European Journal of International Law», e fondatore e direttore della rivista «Journal of International Criminal Justice», nel 2002 aveva ottenuto il Premio Internazionale dell’Acadèmie Universelle des Cultures presieduta da Elie Wiesel.

Nominato nel 2004 da Kofi Annan alla presidenza della Commissione internazionale d’inchiesta dell’Onu sui crimini del conflitto del Darfur, e nel 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi Cavaliere di Gran Croce, aveva ottenuto nel marzo 2007 il W. Friedmann Award, della Columbia University Law School.

Nel 2009, il giurista italiano era diventato primo presidente del Tribunale speciale per il Libano (Tsl), carica dalla quale Cassese si era ritirato per ragioni di salute il 9 ottobre scorso. Lo aveva sostituito il neozelandese David Baragwanath, che oggi ha così commentato: “La morte del giudice Cassese è una tragedia”.

E’ stato un maestro di cultura giuridica e un esempio di impegno civile al servizio della causa della giustizia, della democrazia e dei diritti umani” si legge nel messaggio di cordoglio inviato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la morte del “giurista di alto prestigio nell’area del diritto internazionale e protagonista della importante esperienza del Tribunale Penale Internazionale“.

Parole di encomio e cordoglio anche dal ministro degli Esteri Franco Frattini. “Perdiamo una mente illuminata, un uomo coraggioso, un punto di riferimento solido e prezioso – il commento del titolare della Farnesina -. Rivolgo un pensiero riconoscente e commosso a un giurista che ci lascia in eredità non solo un valoroso patrimonio di studi accademici di eccezionale livello nel solco di una prestigiosa tradizione familiare, ma anche un altissimo servizio in fori internazionali dove ha dato lustro all’Italia, impegnandosi per la promozione e l’affermazione dei diritti fondamentali della persona umana“.

Il Professor Cassese – ricorda ancora Frattini – ha saputo coniugare il rigore della dottrina e la profondità della sua competenza giuridica con il coraggio delle sue posizioni, ispirate da onestà intellettuale e acuta visione dei drammatici fatti che è stato chiamato a giudicare in fori internazionali la cui delicatezza ha richiesto, a unanime giudizio, l’apporto della sua saggezza“.

Riporto di seguito il suo ultimo articolo, pubblicato su “Repubblica” il 2 ottobre u.s.

 

IL PADANO NON È UN POPOLO

Ha forse torto Giorgio Napolitano a dimenticare il «diritto universale dei popoli all’ autodeterminazione», come ha detto l’ onorevole Roberto Calderoli? No, è Calderoli che ha torto quando rivendica quel diritto per il così detto popolo padano. Né la Costituzione italiana, né il diritto internazionale conferiscono l’ autodeterminazione agli abitanti della Padania. La nostra Costituzione è chiarissima. L’ articolo 5 proclama che la Repubblica è una e indivisibile, anche se attenta alle esigenze dell’ autonomia e del decentramento. E infatti neanche l’ Alto Adige, una regione con una forte minoranza linguistica, e i cui leader politici avevano invocato per anni la secessione, l’ ha ottenuta, perché contraria alla nostra Carta costituzionale. Ma nemmeno il diritto internazionale, ancora impregnato delle idee lanciate nel 191415 dal presidente statunitense Wilson e da Lenin, riconosce alcun diritto al “popolo padano”. Attualmente il diritto internazionale accorda l’ autodeterminazione “esterna”, e cioè il diritto all’ indipendenza eventualmente raggiungibile attraverso la secessione, solo a tre categorie di “popoli”: (1) quelli coloniali; (2) quelli sottoposti a dominio straniero o ad occupazione militare (come il popolo palestinese o quello del Sahara ex spagnolo sottoposto all’ occupazione del Marocco); (3) ai gruppi “etnico-razziali-religiosi” discriminati così gravemente a livello politico e sociale dalle autorità centrali da non essere in alcun modo rappresentati nelle assise di governo (è quel che succedeva alla maggioranza di colore in Sudafrica all’ epoca dell’ apartheid). Ora, è chiaro che il “popolo padano” potrebbe tutt’ al più ricadere nella terza categoria. Ma così non è, per due ragioni. Ove anche quel “popolo” costituisse una minoranza etnico-razziale-religiosa, il che non è, è un fatto che non solo non è discriminato politicamente e socialmente ma che ha addirittura tre ministri al governo. Per una ragione simile qualche anno fa la Corte Suprema del Canada negò l’ autodeterminazione al Québec – che pure costituisce una minoranza linguistico-religiosa – appunto perché quella minoranza non era affatto discriminata a livello politico centrale. Ma la ragione determinante è che la Padania è solo un’ entità geografica, anche se ha le sue tradizioni e ha dato vita ad un partito politico. Quindi, parlare per essa di autodeterminazione e secessione è parlare a vanvera. Ovviamente Calderoli nemmeno potrebbe invocare il diritto all’ autodeterminazione “interna”, che è il diritto universale ad un sistema rappresentativo, pluripartitico e democratico: sistema questo che è già pienamente operante in Italia. Sarebbe opportuno che si smettesse di inquinare il discorso politico con fumose ed inconsistenti chimere, che creano aberranti aspirazioni, distraendo dai tanti gravi problemi che affliggono l’ Italia. E forse sarebbe utile che alcuni nostri politici si leggessero qualche manuale elementare di diritto costituzionale e internazionale.

ANTONIO CASSESE


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5 COMMENTI

  1. Risale al 1984 l’anno in cui leggendo la sua opera ” Il diritto internazionale nel mondo contemporaneo ” Ed. Il Mulino e pubblicato nello stesso anno , mi sono avvinato allo studio del Diritto Internazionale umanitario. Da allora e successivamente anche da istruttore del D.I.U della CRI , ho seguito ed ho apprezzato sempre con notevole interesse i suoi contributi, il suo eminente spessore di ” internazionalista “di fama mondiale, è ciò dovrà continuare ad essere un vanto per la ns. Italia. Un grande rammarico : prima di questa estate avevo proposto di invitarlo in occasione del Convegno ” Identità in dialogo ” tenutosi a Napoli il 12 ottobre c.a. e organizzato dal Centro interuniversitario di rierca bioetica. Da un docente di diritto internazionale a cui lanciai la proposta appresi che da qualche tempo il Professore non frequentava gli appuntamenti culturali, senza riferirmi la motivazione. Ho appreso con tristezza la notizia della scomparsa; i suoi contributi di studio, le riflessioni giuridiche resteranno però indelebili e continueranno ad arricchire il patrimonio di ogni studioso del Diritto Internazionale.Grazie Professore!

  2. un mito… un guru… un faro per le menti che, spegnendosi, ci lascia al buio!
    I Suoi scritti: luce immortale e preziosi insegnamenti in eredità per tutti!

  3. E’ stato un onore averLa conosciuta ed un privilegio frequentare le Sue lezioni. Condoglianze alla famiglia. Arrivederci Prof. Cassese.

  4. Addio Professore, ricorderò sempre i Suoi insegnamenti. E’ stato un privilegio frequentare il Suo corso. Un profondo cordoglio alla famiglia.

  5. Mi dispiace molto della morte del Professore Cassese, il quale è stato il mio relatore all’ Università La Sapienza di Roma su temi ambientali da me proposti.Lavoro nell’ Ente Locale di Roma Capitale. Esprimo profondo cordoglio alla famiglia. Sarei andata ai suoi funerali se avessi saputo in che città. Una sua studentessa

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