L’increscioso episodio, accaduto lo scorso 23 agosto, dell’arresto in Svezia di un italiano, consigliere comunale a Canosa di Puglia, che aveva suscitato un grande scalpore facendo rimbalzare la notizia su tutti i siti web, i giornali e le emittenti televisive, continua a dividere l’opinione pubblica in queste ore, all’indomani della pronuncia del Tribunale di Stoccolma.

L’arresto era scaturito dal presunto schiaffo rifilato dal nostro politico al figlio dodicenne all’ingresso di un ristorante di Stoccolma, dove il ragazzo non voleva entrare; l’episodio era avvenuto al cospetto di alcuni testimoni che avevano prontamente informato la polizia e da qui erano scattate le manette per il nostro connazionale, trattenuto poi in carcere per tre giorni e due notti.

L’avvocato difensore ha da sempre ribadito fermamente che non si è trattato di uno schiaffo ma di un semplice – seppur concitato ed energico – rimprovero e che pertanto l’accusa di maltrattamenti fosse del tutto infondata.


Di diverso avviso, il Tribunale di Stoccolma che lo ha riconosciuto colpevole del reato di maltrattamenti lievi,  avendo “deliberatamente causato dolore” al ragazzo “tirandogli i capelli” (comportamento che per i giudici svedesi viene considerato un abuso) e lo ha condannato alla pena pecuniaria di 6.600 corone (pari a 725 euro).

Probabilmente, il nostro connazionale non sapeva che la Svezia è una nazione particolarmente attenta alla tutela dei minori tanto da aver adottato, già nel 1979, per prima in Europa, una legge che vieta in assoluto l’uso di punizioni corporali nei confronti dei bambini, che vengono quindi tutelati non solo da ogni tipo di maltrattamento ma anche da possibili esposizioni a situazioni stressanti.

Naturalmente la vicenda – che contrappone coloro che ritengono più che legittimo, per un genitore, l’uso della violenza nei metodi educativi e coloro che la condannano fermamente – solleva un problema culturale.

Ci troviamo di fronte, infatti, ad una percezione distorta dell’uso della violenza sui minori piuttosto che su soggetti adulti.

Basti pensare che, fortunatamente, da anni ormai la violenza sulle donne viene pubblicamente ed aspramente condannata, sia che essa venga perpetrata dai genitori, dal marito o da un perfetto sconosciuto: difficilmente, perciò, ci capiterà per strada di assistere passivamente ad un ceffone (o peggio) dato ad una donna senza che ciò sollevi l’indignazione (e l’intervento) dei presenti e la condanna di quelle culture in cui ciò è ancora ammesso.

Di contro, in Italia capita spesso di assistere pubblicamente a scene di genitori che, in nome dell’antico ius corrigendi, si sentono ampiamente legittimati ad utilizzare le maniere forti con i propri figli, nella convinzione che uno schiaffo, un ceffone o uno scapaccione possano avere una forte valenza educativa.

La conferma che l’uso delle maniere forti nel sistema educativo italiano sia piuttosto radicata la si trova persino nella legislazione penale (specchio della nostra cultura) che giustifica simili comportamenti non comminando alcuna sanzione a quei genitori che ricorrono a metodi educativi violenti, se da tale comportamento non scaturisce il pericolo di una malattia. Nel caso, invece, in cui vi sia il pericolo di una malattia, vengono applicate solamente delle sanzioni piuttosto blande (art. 571 c.p., abuso di mezzi di correzione).

Il “ceffone educativo” viene perciò assolto dagli italiani con formula piena, senza star molto a riflettere sul fatto che spesso il ricorso alle maniere forti rappresenti il fallimento di metodi educativi fondati sul dialogo, sulla comprensione e sul buon esempio, e che uno schiaffo dato pubblicamente – per di più ad un adolescente – possa essere profondamente umiliante ed avere conseguenze psicologiche di non poco conto.

Desta perciò perplessità, a mio avviso, il fatto che in molti gridino allo scandalo per la condanna del consigliere comunale pugliese e disprezzino quella che da sempre è stata considerata una delle Nazioni in cui è più elevato il senso civico.

Vale la pena, da ultimo, riportare il parere della SIP (Società Italiana di Pediatria) che – in una nota – ribadisce la propria contrarietà alle punizioni corporali, in sintonia con il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, anche perché è dimostrato che le punizioni corporali alterano la percezione della negatività della violenza fisica, abituando i bambini a giustificarla e a usarla come metodo per risolvere i conflitti tra pari.


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