…papà Giuseppe si spense serenamente…  accanto ai figli che gli bagnavano le labbra… accanto ai nipoti che gli baciavano la fronte…  accanto al fido Belardo che gli leccava la mano gelida per tentare di riscaldargliela… accanto a don Pietrino che gli metteva un rosario tra le dita ricordandogli di non perderlo per strada… accanto ai vicini di casa che portavano biscotti e caffè caldo per rianimare la stanchezza delle notti di veglia… accanto alla donna che lo aveva reso padre e che non si dava pace di non averlo potuto anticipare…

Una volta si moriva sempre così, dolcemente, amorevolmente, serenamente.

Oggi si muore così solo nelle case dei buoni, di quelli che hanno scelto di abbracciare i valori veri, lontani dal materiale, dall’egoismo, dalla diaspora  familiare.


Oggi i padri muoiono troppo spesso nelle mani di badanti in cerca di soldi (non tutte ma alcune realmente così), nelle mani di infermieri delle case di riposo, nelle mani di figli che gli danno una martellata in testa per rubargli la pensione, nelle mani di famiglie che li abbandonano al loro destino, nelle mani di estranei inteneriti dalla loro solitudine.

Nessuna pena al mondo, nessun diritto penale, nessun processo penale potrebbe mai ripagare la crudeltà di avere  tolto ad un padre  la quiete di una morte serena in mezzo ai propri cari.

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?” si chiedeva Ugo Foscolo nel “Dei Sepolcri”.

Sì. Il sonno della morte è meno duro se chi rimane fa addormentare il proprio caro con una ninna nanna. Che gli resterà dentro e lo accompagnerà dolcemente per tutta la vita.

La sua e quella del padre che continuerà a vivere in lui…


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7 COMMENTI

  1. Quanta verità c’è nel tuo bellissimo commento, condivido pienamente quando dici “Nessuna pena al mondo, nessun diritto penale, nessun processo penale potrebbe mai ripagare la crudeltà di avere tolto ad un padre la quiete di una morte serena in mezzo ai propri cari”-
    Leggendo il tuo pensiero ho pianto doppiamente, in primis perche ho rivissuto l’esperienza della morte di mio padre, avvenuta con la presenza di tutti i suoi cari, proprio come l’hai descritta tu, accarezzavamo le sue mani, la sua fronte, impotenti del suo lento spegnimento, con accanto la donna (mia madre) che lo aveva reso padre e che non si dava pace di non averlo potuto anticipare.
    Poi ho pianto di Gioia per aver capito di essere stato fortunato per avergli donato assieme ai miei fratelli sorelle, mamma, generi, nuore e nipoti la giusta quiete di una morte serena in mezzo ai propri cari.

    Buona Pasqua Papà

  2. quando mio padre è morto di cancro al pancreas avevo 20 anni…troppo pochi per capire la tragedia della scomparsa di una persona splendida come mio padre Angelo.anni molto duri …..ma l’indifferenza e il silenzio degli altri amici e parenti per me è stato ancora più tragico….la passione per lo studio della pedagogia e della sociologia ha contribuito alla mia rinascita interiore!!!

  3. oggi non succede perchè il berlusconismo che ha messo in luce la parte peggiore della coscienza umana ,(servire mammona) . Basti dire che Calderoli, Reguzzoni, Tremonti vogliono tagliare ai disabili l’assistenza. Questa è eutanasia sociale .
    Loro tornerebbero alla L’Aktion T4.

  4. Dire che ciò che è scritto è bellissimo è dire poco, un po come il sig. Carlo, quando ho perso mio padre a causa di una bruttissima malattia, ho pensato a quando, in tempi antecedenti ho litigato con lui per questioni banalissime, dovute a prese di posizione o di orgoglio. Dalla sua morte, mi sento in colpa, perchè come tanti genitori si è prodicato sempre per me, ho sempre avuto la sicurezza della sua presenza. Lo ammiravo molto nonostante i ns caratteri forti. Ora che non c’è piu’, come si dice, si apprezza ciò che non si ha, quando lo si è perso, e non quando si ha.

  5. Quando mio padre è morto io ero in vacanza a Cuba. Sapevo che stava molto male ma sono voluto partire lo stesso. Oggi pagherei non so che cosa per tornare indietro. Hai perfettamente ragione Franzina quando dici che nessun processo penale potrebbe mai punire a sufficienza la crudeltà di avere fatto morire un padre da solo. Io l’ho fatto, stupidamente, crudelmente, da idiota. Non mi ha punito nessun giudice, ma il rimorso che mi porto dentro è peggio di un ergastolo. Grazie di parlare di queste cose. Forse qualcuno potrebbe fermarsi per tempo.

  6. Gentile Antonio, La ringrazio per le sue parole. E’ bello sapere che il nostro giornale è letto da tante persone, anche da quelle che si occupano di cose apparentemente lontane dalle “nostre”, squsitamente giuridiche.
    In realtà io la penso esattamente come Lei: i professionisti, prima di essere tali, dovrebbero ricordare di essere uomini, e da uomini sentire il dovere di mettere a disposizione degli altri non solo la conoscenza di leggi e di codici ma anche la loro l’anima ed i valori sottesi alla cultura giuridica che hanno abbracciato.
    Il diritto non può essere scisso dalla vita, dai principi, dalla morale, dalle emozioni, dal cuore.
    Altrimenti diventa nozionismo e tecnicismo nel senso più bieco del termine, e credo che nessuno abbia bisogno di tanti piccoli Pico della Mirandola che predicano per le strade del mondo….

  7. Sono un diacono. Un diacono moderno e vicino alla gente, ai giovani, alle famiglie. Mi congratulo con l’autrice per avere ricordato ciò che io predico sempre, e di averlo sopratutto ricordato in un giornale diretto ai professionisti, a coloro che devono essere uomini prima che avvocati o commercialisti o tecnici. La morte è un passaggio dolce se viene vissuto con amore e tutti uniti. E saranno i nostri padri venuti a mancare ad aiutarci a vivere senza di loro. Siamo troppo abituati a parlare di cose brutte. Auspico un ritorno alla cultura dell’amore e della comunicazione dell’amore, da parte di chiunque e qualunque lavoro faccia.

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