Lo aveva già annunciato il Ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, dichiarando che anche sul tema dell’acqua “sarebbe meglio procedere a un approfondimento legislativo”. Le sue parole, le stesse con cui ci siamo lasciati, avevano immediatamente generato il sospetto che il Governo, così come è accaduto per il nucleare, volesse trovare a tutti i costi un antidoto al referendum sull’acqua.

Così, dopo aver messo a punto un emendamento che abroga le disposizioni sul nucleare oggetto di quesito referendario, cominciava a delinearsi la convinzione che il Governo potesse varare un apposito provvedimento per porre nel nulla, o quantomeno indebolire, anche i due referendum sull’acqua.

Bene, dal dubbio si è passati alla certezza.


All’interno di un provvedimento grande e grosso, quasi come una finanziaria, è stata inserita una disposizione che istituisce una nuova Authority, l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche.

L’art. 10, comma 7, del decreto legge sviluppo del 5 maggio scorso, stabilisce: “Al fine di garantire l’osservanza dei principi contenuti nel decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 in tema di gestione delle risorse idriche e di organizzazione del servizio idrico, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse degli utenti, alla regolare determinazione e adeguamento delle tariffe, nonché alla promozione dell’efficienza, dell’economicità e della trasparenza nella gestione dei servizi idrici, è istituita, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche”.

Si tratta di un organismo indipendente ed autonomo, costituito da tre membri designati dal Governo e nominati previo parere favorevole dei 2/3 del Parlamento. Detta Agenzia sostituisce la vecchia Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche (Co.n.vi.r.i.), i cui compiti vengono ampliati e potenziati. Questi, in particolare, riguardano:
la definizione dei livelli minimi di qualità dei servizi;
la predisposizione di una o più convenzioni tipo per l’affidamento del servizio;
la definizione delle componenti di costo per la determinazione delle tariffa relativa ai servizi idrici;
la predisposizione del metodo tariffario per la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato e delle modalità di revisione periodica e di vigilanza;
l’approvazione delle tariffe predisposte dalle autorità competenti; la verifica della corretta redazione dei piani d’ambito, con espressione di osservazioni, rilievi e prescrizioni;
l’emanazione di direttive per la trasparenza della contabilità;
l’espressione di pareri su problemi specifici riguardanti la qualità dei servizi e la tutela dei consumatori;
la predisposizione di rapporti periodici sullo stato di organizzazione dei servizi;
la predisposizione di una relazione annuale al Parlamento e al Governo sullo stato dei servizi idrici.

La ratio dell’intervento è più che manifesta: “Costituire un’autorità di regolazione per il servizio idrico significa tutelare i consumatori meglio di quanto non facciano i referendari tra i quali ci sono persone in buona fede ma anche tanti aspiranti politicanti”. Il referendum “non sarà superato legalmente, ma nei fatti”, dice Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico.

Lo scopo, per nulla celato, è quello di demotivare il voto. La sua utilità è venuta meno nello stesso momento in cui i governanti, con fare più garantista, hanno legiferato sul punto. Del resto, come al solito, il Governo obbedisce alle proprie necessità.

Il fatto è che i referendari avevano in mente tutt’altro obiettivo.

Non già l’istituzione di un organismo con poteri di vigilanza sulle risorse idriche, ma l’abrogazione di due disposizioni:

– l’art. 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, che prevede la gestione del servizio idrico da parte di soggetti privati o di società a capitale misto pubblico-privato;

– l’art. 154, comma 1, del Codice dell’Ambiente che permette al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa dell’acqua pagata dai cittadini.

Riassumiamo.

Il 20 aprile scorso il Senato ha approvato un emendamento che abroga tutte le disposizioni sul nucleare, oggetto di quesito referendario, allo scopo di causarne la cancellazione. Lo stesso dovrà essere approvato dalla Camera, emanato dal Presidente della Repubblica e sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione.

Il 5 maggio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il Decreto per lo sviluppo che, istituendo l’Agenzia per l’acqua, di fatto, indebolisce i quesiti. Lo stesso entrerà in vigore una volta emanato dal Presidente della Repubblica e pubblicato in gazzetta ufficiale. Entro sessanta giorni dalla pubblicazione, dovrà essere convertito in legge.

Il cittadino ringrazia.


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2 COMMENTI

  1. Quindi non è detta l’ultima parola. Se ho capito bene la trafila è ancora lunga e nulla vieta che ci sia qualche intoppo. Ci si può schierare per il si o per il no, è libertà di pensiero, ma non si può impedire al popolo di dire la propria

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