Spinto dall’inadeguatezza della normativa nazionale a far fronte alla pressione migratoria di questi ultimi mesi, il nostro Governo sta tentando in queste ore di correre ai ripari e di porre rimedio all’emergenza immigrazione.

Il Ministro degli Interni Maroni è appena volato a Lussemburgo per discutere, in seno al Consiglio di giustizia e affari interni europeo, le nostre proposte di applicazione del d.p.c.m. sui permessi di soggiorno temporanei ai migranti tunisini  e della direttiva 2001/55/CE sulla protezione internazionale ai migranti libici. La strada per l’accoglimento delle proposte da parte di Bruxelles e degli altri governi dell’Unione si è dimostrata impervia sin dall’inizio, al punto che anche i nostri governanti hanno lasciato trapelare, già dalle prime ore, un certo pessimismo.

L’Europa, infatti, da subito si è dimostrata contraria a concederci  il “burden sharing” [letteralmente “suddivisione del peso”] e ha provato a ricordarcelo in più modi nel corso dei giorni. I segnali di una clamorosa bocciatura, insomma, c’erano tutti. Ciò che forse non era previsto sono le dichiarazioni degli ultimi giorni di Berlusconi, Maroni e Calderoli, che hanno ipotizzato una possibile separazione dell’Italia dall’Ue, una uscita da Schengen e il ritiro del contingente italiano dal Libano. Dichiarazioni confermate nello sfogo di ira di Maroni una volta conclusosi (con un nulla di fatto) l’incontro di ieri con i ministri europei. “Mi chiedo se ha senso rimanere nell’Unione europea. Meglio soli che male accompagnati”, ha detto. È di nuovo bagarre. Ma stavolta di diverso spessore, in grado di compromettere l’immagine dell’Italia, una delle prime protagoniste nel processo di integrazione, e di isolare il nostro paese dalla scena internazionale. Napolitano si è detto preoccupato per dette dichiarazioni e invita a “Non prendere in considerazione posizioni di ritorsione verso la Ue”.


Verità è che le proposte italiane portate al vertice di Bruxelles non sono andate giù agli altri Stati perché altro non fanno che spalmare, in maniera a volte poco chiara, su più territori migliaia di immigrati. Questioni come questa non vanno di certo risolte con il “mal comune, mezzo gaudio”, ma con proposte risolutive dagli effetti durevoli.

Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 5 aprile –  istitutivo delle misure di protezione temporanea a favore dei cittadini provenienti dal Nord Africa – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 81 dell’8 aprile,  stabilisce che, previa verifica della provenienza e della nazionalità da parte del Questore, ai cittadini nordafricani arrivati in Italia tra il 1 gennaio 2011 e il 5 aprile 2011 venga concesso, ex art. 11, comma 1, c-ter) del D.P.R. n. 394 del 1999, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di sei mesi.

Il permesso di soggiorno, la cui richiesta dovrà essere inoltrata non oltre otto giorni dalla pubblicazione del decreto nella G.U., consentirà agli aventi diritto la libera circolazione nell’area Schengen.

Ebbene, la Francia, non facendosi attendere, con l’atteggiamento, collaudato in Libia, di chi ama cogliere di sorpresa, un giorno dopo la firma apposta sul decreto dal Presidente del consiglio e due giorni prima della sua pubblicazione, ha richiamato, in una Circolare, alla rigorosa applicazione del Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile e della Convenzione Schengen, dettando le condizioni per poter beneficiare del principio della libera circolazione.

In particolare, la circolare stabilisce che i cittadini di paesi terzi in possesso di un documento rilasciato da un altro Stato Membro non possano essere considerati regolari se non soddisfano cinque requisiti:
– essere muniti di un titolo di viaggio in corso di validità riconosciuto dalla Francia;
– essere muniti di un documento di soggiorno in corso di validità notificato dallo Stato che lo ha emesso alla Commissione europea;
– essere in possesso di mezzi di sostentamento sufficienti (31 euro al giorno per persona, se dispone di alloggio, 62 euro al giorno per gli altri);
– non rappresentare una minaccia all’ordine pubblico;
– non essere entrati in Francia negli ultimi tre mesi.

Qualche giorno dopo, con la Francia si schiera anche la Germania ed insieme a loro anche Cecilia Malmstrom, Commissario Ue agli Affari interni. A margine dell’incontro di ieri, il commissario ha ribadito che, pur avendo l’Italia tutti i diritti di concedere il rilascio dei permessi temporanei, resta fermo che lo stesso giammai farà scattare automaticamente la libera circolazione nell’area Schengen. Occorrerà, infatti, che siano rispettati pienamente i criteri previsti dall’Unione europea.

La proposta relativa all’attivazione della Direttiva 2001/55, invece, è stata respinta dal Consiglio Ue senza se e senza ma. La Malmstrom ha considerato “prematura” una ratifica della proposta italiana. Condizione necessaria per la sua applicazione è, infatti, che ci sia una fortissima pressione di migranti da paesi in conflitto e “la maggioranza dei Paesi ritiene che la direttiva può essere utilizzata, ma che non siamo ancora al punto di farlo”. Una magra figura. C’è stato detto, nella sostanza, che allo stato attuale non sussistono le condizioni di afflusso massiccio che giustifichino la solidarietà comunitaria. Di solidarietà si può parlare solo quando un Paese è realmente colpito da un problema di immigrazione di massa. Ci sono state ondate peggiori, che altri paesi hanno affrontato senza grandi difficoltà.

La direttiva –  rubricata Direttiva 2001/55/CE del Consiglio del 20 luglio 2001 sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi – prevede l’immediata concessione, su proposta della Commissione e con approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio, dello status di rifugiato per un periodo di tempo di un anno, rinnovabile per un massimo di altri due periodi di sei mesi, a tutte quelle “persone che fuggono da Paesi in cui la loro vita sarebbe a repentaglio in caso di rientro”. La stessa obbliga gli Stati membri ad accogliere “con spirito di solidarietà comunitaria” le persone ammissibili alla protezione temporanea.

Intanto, l’Italia sta procedendo al rilascio immediato dei primi permessi temporanei e, per tutta risposta, la Francia e la Germania annunciano che rimanderanno in Italia gli immigrati tunisini non rispettosi della convenzione Schengen.


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3 COMMENTI

  1. Ci si aspettava solidarietà dagli Stati uniti di Europa, è vero. Ma non sono per niente sicuro che i permessi temporanei siano la soluzione al problema. Il territorio tunisino si presta a diventare una potenza nel campo della serricoltura, lo sa bene chi in quel paese ha già investito. Il problema è che senza una guida i tunisini, allo stato attuale, non sono in grado di fare del loro territorio una risorsa. Sarebbe bene riuscire a portare lì le competenze necessarie (in termini di regole sanitarie, di uso di prodotti) perchè il popolo riesca da solo a fare ricchezza. Altro grosso problema è il costo dei trasporti. Bisognerebbe abbatterlo per riuscire a rendere agevole la migrazione del prodotto. Un tunisino che lavora per un’azienda italiana in Tunisia percepisce 10 euro al giorno. Iniziamo gettando le basi per rendere il popolo libero dallo sfruttamento da parte dell’occidentale.

  2. Credo che il Governo venga criticato qualunque cosa faccia. Non capisco in che altro modo avrebbe potuto gestire l’emergenza immigrati. Se si hanno idee, si dicano. Si vive il presente e spesso si dimentica in che maniera gli altri hanno gestito le stesse situazioni. Forse non era uno dei metodi migliori, ma a fare una brutta figura è stata l’UE. Siamo praticamente soli. Penso che le dichiarazioni del Governo di andare via dall’Unione siano state dettate da uno scatto di nervi e che mai accadrà nulla del genere.

  3. Il governo non sa più con chi prendersela: la colpa è sempre degli altri, non resta che la chiesa

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