Il Consiglio dei Ministri, il 10 marzo scorso, ha approvato il disegno costituzionale di riforma della giustizia.

Si tratta di diciotto articoli che rompono ogni argine. Si ha l’impressione che qualcuno, in nome di un affronto subito, sia diventato famelico, sia capace di divorare tutto, anche il pubblico ministero. Le impressioni, però, vanno verificate. Per fare questo, per poterle giustificare, bisogna partire dalle affermazioni di chi la riforma la vuole con ossessione: “la riforma è fatta nell’interesse dei cittadini”, è “un bene essenziale per la vita dei cittadini e della nazione”. Dato che i proclami non convincono, bisogna proseguire leggendo le parole della riforma, secondo i criteri ermeneutici che l’università ci ha insegnato.

Senza alcuna pretesa di raffinatezza giuridica, ma credo non sia necessaria, con parole semplici, si può affermare che la riforma è finalizzata a dividere le toghe, a scippare l’azione penale e la polizia giudiziaria al pubblico ministero, a mettere nelle grinfie della politica il CSM e a trasformare il guardasigilli in un grande e potente ispettore.


Per il momento si tratta di una lista di desideri -i tempi di realizzazione sono troppo lunghi per dare vantaggi immediati- ma se questi saranno realizzati potranno trasformarsi in una cattiva rivoluzione, che guarda solo agli interessi di alcuni.

L’Italia sembra essere ostaggio di quei governanti che, temendo il giudizio dei tribunali, preferiscono dare voce all’antico proverbio “chi fa da sé fa per tre”.

Verità è che ci troviamo di fronte a una riforma la quale, non solo fa a pugni con la nostra tradizione giuridica, ma introduce gravi squilibri nel sistema.

Uno di questi, a dir poco dirompente, è il diverso rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria. Oggi gli investigatori sono alle dirette dipendenze dei magistrati. Con la modifica dell’art. 109, sarà il Parlamento, con legge ordinaria, a stabilire come dovranno svolgersi i rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria.

In altre parole, non ci sarà più un rapporto diretto tra i due, ma un rapporto mediato, filtrato, dalla legge. Per non volerci girare attorno: l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero da principio costituzionale viene svilito a regola ordinaria, che può essere cambiata a piacimento, secondo gli umori dei parlamentari di turno.

La nuova dizione dell’art. 109, ciò è chiaro, pone un ulteriore freno all’azione penale, che risente già della zoppìa apportata dall’art. 112, per il quale sarà il Parlamento a dettare le priorità. Assisteremo, dunque, alla depenalizzazione di fatto di reati scomodi, antipatici, per fare spazio a quelli c.d. di strada , che tanto inquietano i cittadini.

La prescrizione farà il resto, generando un’area protetta di impunibilità tecnica. A chi ci governa non fa difetto l’astuzia: cela dietro un inizio, “nell’interesse dei cittadini”, una bomba ad orologeria, che con il passare del tempo diventerà difficile da disinnescare, anche in presenza di bravi artificieri. La bomba scoppierà né troppo presto, né troppo tardi, ma al momento giusto. Per ora si tratta di porre le basi per una futura trasformazione radicale, che farà saltare in aria il sistema.

Dopo aver riflettuto su alcune conseguenze pratiche, so di non esagerare. Basta guardare le cose con occhi giusti.

La polizia giudiziaria, siccome ha un legame stretto con il territorio, sarà la prima ad acquisire la notizia di reato.

Dopo, dato che non dipende più dal pubblico ministero, farà riferimento al ministro di appartenenza. Ed è qui che si annida l’inganno e si imbrogliano le carte. Se è vero che, almeno formalmente, i pubblici ministeri non dipendono dall’esecutivo, è anche vero che la polizia giudiziaria dovrà osservare gli ordini dei superiori gerarchici e, quindi, dell’esecutivo. A che gioco giochiamo? Presto avremo un pubblico ministero impotente, ma indipendente, che, vestito di nero, in un angolo buio, guarderà dal basso della sua statura cosa gli accade intorno, senza poter far nulla.

La macchina del tempo dei nostri governanti ci ha riportato allo Stato di “polizia”? La polizia potrà indagare senza il controllo di un giudice? I ministri potranno commissionare indagini verso tutti senza che ci sia un processo in corso?

Una cosa è certa: il pubblico ministero non potrà disporre della polizia giudiziaria e questa non dovrà più rendergli conto.


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5 COMMENTI

  1. Pensavo di leggerlo con calma, ma l’argomento è talmente interessante che l’ho letto tutto in pochi minuti. Il rischio che tu ipotizzi è serio e reale, si rischia di tornare indietro non negli anni, bensì nei secoli. La riforma è deleteria e lede la libertà costituzionale. Complimenti, hai fatto una descrizione interessante, intelligente e dettagliata.

  2. Credo che l’autrice abbia proprio ragione, solo i miopi non si accorgono del fatto che la proposta di riforma lede le libertà costituzionali.

  3. In realtà, se dovesse passare il progetto di riforma, ci troveremmo un P.M. debole, alla mercè dell’esecutivo.

  4. Complimenti Angela! Hai proprio ragione. Il rischio è un ritorno ad anni bui, ad una polizia giudiziaria asservita al potere politico, a tante altre cose perfettamente sapute e prevedibili da chi vive la quotidianità dei tribunali. Ci si ostina a volere parlare di riforma della giustizia passando dalla Costituzione, ma non ci si rende conto che tra le grandi delusioni degli ultimi 20 anni – e ben lo sa proprio chi fa l’avvocato – al primo posto vi è il codice di procedura penale, che andrebbe riformato, rivisto, ridiscusso, forse rifatto dalla A alla Z. Solo chi ha una deformazione politica (nel senso deteriore del termine) e personalistica della vita e delle istituzioni può andare avanti con i paraocchi a parlare per formule di stile….Va bè, fermiamoci qui…..

  5. Si tratta di una riforma, oltrechè oltre il prevedibile, troppo ottimistica, da “lunga vita al re”. Sarà mica giunto da qualche paese sconosciuto un potente elisir ? Subordinare al potere politico l’attività di un magistrato è forse il più clamororo passo indietro di tutti i tempi.

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