In netto anticipo rispetto agli avversari e, soprattutto, ai tempi prefissati, che individuano nel 21 gennaio la deadline per la presentazione delle liste dei candidati in Parlamento, il Pd ha diramato nomi e cognomi degli aspiranti senatori e deputati per la prossima legislatura.

Con la macchina elettorale in moto praticamente da settembre, quando è partita la battaglia per il candidato premier, il Pd batte tutti sul tempo e comunica integralmente le proprie candidature in entrambe le Camere.

Tutto ciò, a brevissima distanza dalle primarie-bis di fine 2012, quando gli elettori sono stati richiamati a esprimere la propria preferenza sui futuri parlamentari. Un appuntamento che non ha, comunque, mancato di suscitare polemiche per il listino “bloccato” del segretario, con alcune personalità risparmiate dal giudizio dei militanti e candidate “a prescindere”.

Ora, infine, ecco la distinta finale di coloro che rappresenteranno il Partito democratico in tutti i collegi regionali d’Italia. Dalla Piemonte alla Sicilia, la carica dei candidati democratici apre ufficialmente la corsa per il nuovo Parlamento.

E subito, saltano all’occhio nomi eclatanti, annunciati già nei giorni scorsi e infine ufficializzati nelle liste definitive guidate da Pier Luigi Bersani. A titolo generale, su 38 capilista distribuiti nelle varie regioni, sono 15 le donne: “La presenza femminile è intorno al 40 percento”, ha sottolineato il leader di quello che, secondo tutti i sondaggi, attualmente è di gran lunga il primo partito italiano.

Non solo primarie. Tra vip e vecchi falchi scampati alla rottamazione, ce n’è per tutti i gusti. Prima, i giornalisti di fama nazionale: si parte dal direttore di Rainews24 Corradino Mineo, capolista al Senato in Sicilia, fino al vicedirettore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti, in cima ai nominativi nel collegio di Lombardia 3, sempre a palazzo Madama. Arriviamo, poi, alla vera sorpresa: l’ex Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso è in vetta ai papabili per il Senato nel Lazio.

Solita minestra. Passiamo ai cosiddetti “politici di professione”, alcuni di loro finiti sulla graticola dello svecchiamento professato dai renziani nel periodo delle primarie e, oggi, ancora in prima linea a reclamare il proprio posto in Parlamento. Ci riferiamo, nella fattispecie, a Rosy Bindi, che dopo l’affermazione alle primarie di fine anno, guida la compagine calabrese alla Camera, o, ancora, a Franco Marini, numero due al Senato in Abruzzo, dove in prima posizione si trova l’ex sfidante alle primarie Laura Puppato. Stessa sorte di Marini per Beppe Fioroni, che si piazza subito dopo Bersani in Lazio 2 alla Camera.

Volti nuovi. Matteo Renzi ha detto di essersi “accontentato” di cinquanta rappresentanti tra i due rami del Parlamento, anche se il 40% raccolto alle primarie gli avrebbe dovuto consegnare un peso specifico maggiore, tanto è vero che, dalle prime analisi, emerge come 4 nominativi su 5 in scala nazionale siano da ascrivere all’area del segretario. A farcela dovrebbero, comunque, essere, tra gli altri, Matteo Richetti (quinto in Emilia-Romagna alla Camera) e Ivan Scalfarotto (tredicesimo in Puglia, Camera), mentre lo spin doctor renziano Giorgio Gori, reduce da una rumorosa debacle alle primarie, è solo 23esimo in Lombardia. Lì, a non avere problemi dovrebbe invece essere Pippo Civati, sesto nel listino per Montecitorio.

No tu no. Al solito, la composizione delle liste per il Parlamento lascia a qualcuno l’amaro in bocca. E’ il caso, ad esempio, di Roberto Reggi, coordinatore della campagna del sindaco di Firenze, che non risparmiò bordate all’entourage di Bersani nei giorni delle polemiche sulle “giustificazioni” da presentare al ballottaggio. Fuori, tra gli altri, anche Stefano Ceccanti, a suo dire troppo incline all’agenda Monti per rientrare nei ranghi del Pd post-governo tecnico. Da ultimo, hanno scelto di non ricandidarsi, come noto, sia Massimo D’Alema che Walter Veltroni.

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