La prima edizione di “Spaghetti Hacker” è rimasta nel catalogo del suo editore milanese, Apogeo, per oltre dieci anni. Il testo, diventato ormai un libro di culto per migliaia di hacker italiani e per i pionieri del diritto dell’informatica nel nostro Paese, è stato “ripreso” dai suoi due autori, l’hacker Stefano Chiccarelli e il giurista Andrea Monti, per essere ridato alle stampe in una versione rinnovata sia per quanto riguarda la curatissima veste editoriale (ora l’editore è la M&A di Pescara, dello stesso Monti) sia per alcuni minimi aggiornamenti che hanno rinfrescato l’attualità di questo libro. Quando Andrea mi ha consegnato una delle prime copie, mi ha confermato che il testo riprende integralmente la vecchia edizione tranne l’aggiunta di una nuova prefazione, una nuova post-fazione, significativamente intitolata “Tempo Zero”, e un completo ritocco editoriale (e aggiornamento) di diverse parti del testo. Non siamo quindi in presenza, letteralmente, di una seconda edizione (versione 2.0) ma, come mi ha detto simpaticamente (e onestamente) l’Autore, di una versione 1.5.

“Spaghetti Hacker” è, sostanzialmente, due cose: una testimonianza dell’arrivo dell’informatica in Italia negli anni Ottanta e delle attività degli hacker nostrani, e un resoconto delle questioni giudiziarie che hanno interessato il nostro Paese a seguito dell’apparizione del fenomeno informatico.

La prima parte è molto dettagliata e, in alcuni punti, dal piacevole sapore nostalgico. Si ricorda, ad esempio, l’arrivo in Italia dei primi computer, le limitazioni, soprattutto di memoria e di interfaccia, che avevano i vari modelli Commodore e Spectrum ma anche l’ingegno che era necessario per programmarli e la costante attenzione che l’utente doveva mantenere per sperimentare nuove vie e nuove funzioni, un’attenzione (e curiosità) che, spesso, l’intuitività dei sistemi moderni fa dimenticare e che è, al contrario, l’essenza del vero hacking.

Chi ha vissuto quegli anni ricorderà bene gran parte degli accadimenti narrati: i primi videogiochi, le console e la “sfida” Atari 2600 vs. Intellivision, il mercato diviso tra Sinclair e Commodore, la rivoluzione portata dall’arrivo dell’Amiga, dai primi compatibili Ms-Dos e dalla Apple, le notti passate a digitare listati presi da riviste che iniziavano a diffondersi nelle edicole e la nascita delle prime BBS.

Per spostarsi dall’analisi tecnologica di quegli anni alle questioni giuridiche, il passo è davvero breve e naturale: gli argomenti, nelle pagine del libro, diventano il commercio di dischetti su larga scala (anche nei negozi di informatica) quando ancora la disciplina sul software non era stata emanata, le protezioni da copia che venivano aggirate o modificate, la normativa degli anni Novanta in tema di duplicazione abusiva (quel decreto legislativo n. 518 del 1992 che portò una vera e propria rivoluzione nel settore) e di crimini informatici (con la legge n. 547 del 1993 che introdusse per la prima volta il concetto di computer crime) e il conseguente, improvviso cambiamento del panorama anche amatoriale italiano.

A questo punto, per il giurista (ma non solo), l’analisi si fa davvero interessante.

Monti e Chiccarelli ripercorrono, ad esempio (con l’ausilio di documentazione processuale dell’epoca) le prime indagini su larga scala avvenute in Italia, i cosiddetti primi “crackdown”, delineando anche le metodologie d’indagine, gli errori commessi, l’evoluzione della strategia (spesso di repressione) e la diffusione, nelle azioni del nostro legislatore, di un timore diffuso per le tecnologie informatiche che si trasmetterà sino ai giorni nostri.

Il presente, notano gli Autori, è sempre legato a doppio filo al passato, e per comprendere oggi a fondo il quadro normativo che interessa le tecnologie è essenziale conoscere cosa è accaduto prima, quale è stato l’approccio del nostro legislatore e dei nostri politici al fenomeno tecnologico. Questo volume, senza dubbio, lo descrive diffusamente.

Le attività di hacking, i videotel e le BBS, i primi server Unix in Germania e il commercio delle password sono tutti accadimenti che, nelle pagine, sono spesso descritti in prima persona dalle significative testimonianze di chi allora c’era, e operava, nel nascente underground informatico italiano. Interessante, allora, la descrizione della nascita dei primi hackmeeting ma anche l’organizzazione di incontri sperimentali, e molto accesi, tra magistrati e avvocati, le e-zine italiane di hacking che si contrapponevano alle famosissime Phrack! e 2600, gli incontri di iscritti a mailing list e associazioni telematiche ma anche la delicatezza (e spettacolarizzazione) delle prime indagini sul tema della pedopornografia, dei primi arresti e del cambiamento che l’avvento di Internet ha portato anche in Italia.

Ogni volta che rileggo questo libro, rimane l’agrodolce in bocca. Il dolce è il ricordo di quei tempi e di quelle tecnologie, la sensazione più aspra è invece il ricordo della caccia alle streghe, degli errori giudiziari e delle indagini spesso disarticolate di quegli anni, della paura per la tecnologia, per il “mad scientist”, che anche in Italia ha fatto non poche vittime.

Una lettura ancora istruttiva (e costruttiva), insomma, per giovani e meno giovani.


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Giovanni Ziccardi
Sono emiliano, ma vivo a Milano da dieci anni. In Statale insegno informatica giuridica, coordino un corso di perfezionamento in computer forensics e investigazioni digitali e dirigo la rivista scientifica “Ciberspazio e Diritto”. Il mio saggio “Hacker – Il richiamo della libertà” incorpora tutti i temi che, da oltre vent’anni, mi appassionano: l’hacking, la dissidenza digitale, i diritti di libertà, le contaminazioni culturali e tecnologiche, la libertà di manifestazione del pensiero, le investigazioni. Con la Legal Drama Society mi occupo di legal thriller, soprattutto italiani, e ho scritto un libro, “Il diritto al cinema”, che ripercorre il genere legal sul grande schermo. Mi piacciono i film di Francesco Rosi, quelli di Tarantino, Elizabethtown, il Grande Lebowski, i Simpson, Boston Legal e The Big Bang Theory. Nell’Osservatorio Europeo sulla Dissidenza Digitale e le Liberation Technology studio le attività che, in tanti Paesi, stanno cambiando il panorama politico. Passo molto del mio tempo libero a sognare sulle motociclette custom australiane della Deus, su quelle italiane delle Officine Mermaid e su quelle danesi dei Wrenchmonkees. Leggo le poesie di Massimo Zamboni e di Sandro Penna, i romanzi di Emidio Clementi, i libri di Giovanni Lindo Ferretti, di Carlo Levi, di Mariolina Venezia, di Georges Simenon, gli studi sull’Olocausto e tanti, tanti gialli e legal thriller. Ascolto musica malinconica: Sparklehorse, Uncle Tupelo, Wilco, gli Afterhours, Sophia, Joseph Arthur, oltre a Frank Zappa, i Credence e rock-folk anni settanta. Ho inciso, con alcuni musicisti internazionali, un album, “Father Demo”, dedicato alla memoria di mio padre. Mi sono innamorato delle terre della Lucania, della Puglia e delle Murge, e le ho fatte diventare protagoniste di un thriller, “L’ultimo hacker”, in uscita nelle “Farfalle” di Marsilio, la stessa collana della trilogia di Stieg Larsson. Ho abitato a Praga, senza dubbio la mia città preferita. Ho un beagle, Fonzie, e spero che al più presto chiudano Green Hill a Montichiari e liberino quei poveri cani. Una volta, a New York, ho conosciuto George Jefferson. Delle Lavanderie Jefferson.

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