Quando si parla di assicurazione auto, gli italiani sanno bene che, oltre alla copertura obbligatoria per la responsabilità civile, l’offerta delle compagnie prevede una serie di coperture facoltative, le cosiddette garanzie accessorie.
Tra queste, una delle più rilevanti è senza dubbio la polizza infortuni del conducente, che interviene proprio nei casi in cui la RC auto, con riferimento alle lesioni fisiche, non garantisce una tutela piena all’assicurato.
Il risarcimento nell’ambito della responsabilità civile, infatti, è riconosciuto solo in assenza di colpa del conducente nella causazione del sinistro. In presenza di concorso di colpa, il ristoro viene ridotto proporzionalmente, mentre in caso di colpa esclusiva non è dovuto alcun risarcimento.
La garanzia infortuni del conducente colma proprio questa lacuna, assicurando un indennizzo per i danni subiti da chi era alla guida del veicolo, coprendo eventi quali l’invalidità permanente, l’inabilità temporanea e le spese mediche conseguenti all’incidente. Si tratta dunque di una tutela particolarmente significativa nelle ipotesi di colpa parziale o totale, tanto che viene ormai proposta sistematicamente dagli assicuratori.
Secondo i dati IVASS, circa il 37% delle polizze RC auto include questa copertura accessoria, coinvolgendo oltre 12 milioni di assicurati.
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L’aumento dell’aliquota fiscale: dal 2,5% al 12,5%
Questo equilibrio, tuttavia, rischia di essere profondamente alterato. È stato infatti recentemente presentato un emendamento alla Legge di Bilancio 2026 che potrebbe trasformarsi in una vera e propria stangata per milioni di automobilisti.
La proposta prevede un incremento drastico dell’aliquota fiscale applicata alla polizza infortuni del conducente, che passerebbe dall’attuale 2,5% al 12,5%. Alla base di questa scelta vi è un recente orientamento dell’Agenzia delle Entrate, secondo cui tale copertura non sarebbe da considerarsi una polizza legata alla persona, e quindi assimilabile alle assicurazioni sulla salute, bensì al veicolo.
Di conseguenza, non potrebbe beneficiare dell’aliquota agevolata, ma dovrebbe essere assoggettata alla tassazione ordinaria prevista per i prodotti assicurativi collegati alla RC auto.
Il nodo della retroattività e il rischio contenzioso
L’aspetto più critico della riforma riguarda però la possibile applicazione retroattiva dell’aliquota corretta, addirittura fino al 2016. In questo scenario, le compagnie assicurative si troverebbero a dover versare imposte non corrisposte per circa dieci anni, in qualità di sostituti d’imposta.
Si parla di una cifra enorme, stimata in quasi un miliardo di euro, che difficilmente potrebbe essere assorbita senza ricadute sui premi futuri. È inevitabile, infatti, che un simile aggravio venga “spalmato” sui costi delle polizze, incidendo direttamente sugli automobilisti.
Il problema non è soltanto economico, ma anche giuridico. Una norma fiscale retroattiva che incida su contratti già stipulati solleva seri dubbi in relazione ai principi di legalità, affidamento e certezza del diritto, e rischia di generare un contenzioso diffuso, con esiti incerti su chi debba sopportare effettivamente il costo dell’imposta.
Un ulteriore peso su un sistema già costoso
Il tutto si inserisce in un contesto già fortemente critico. Secondo le più recenti rilevazioni, il premio medio RC auto ha raggiunto circa 415 euro nel secondo trimestre del 2025, collocando l’Italia tra i Paesi più costosi in Europa e confermando un trend di crescita costante negli ultimi anni.
In questo quadro, l’aumento della tassazione su una copertura accessoria essenziale rischia di trasformarsi in una zavorra difficilmente sostenibile, incidendo non solo sulla singola garanzia, ma sull’intera offerta assicurativa RC auto.
Una misura impopolare e miope
La misura appare inoltre fortemente impopolare e poco coerente con la necessità di contrastare il fenomeno della sottoassicurazione, che caratterizza da sempre il mercato italiano. Sovra tassare una polizza che tutela direttamente l’integrità fisica del conducente significa scoraggiare ulteriormente la diffusione di strumenti di protezione individuale, già poco utilizzati se non imposti per legge.
Piuttosto che intervenire con un aumento dell’imposizione fiscale, il legislatore dovrebbe interrogarsi sulle cause strutturali dell’elevato costo dell’assicurazione auto nel nostro Paese, la persistente situazione di oligopolio, l’inefficienza dei meccanismi liquidativi, la frammentarietà delle procedure, a partire dal risarcimento diretto, che alimentano il contenzioso e generano sprechi rilevanti, con effetti a catena sui premi.
La necessità di una riforma organica
Invece di innalzare l’aliquota fiscale con effetti potenzialmente devastanti per consumatori e mercato, sarebbe auspicabile che Governo e Parlamento avviassero una riforma complessiva del sistema RC auto, orientata alla riduzione dei costi, al rafforzamento della concorrenza, alla semplificazione delle procedure e alla promozione di strumenti di tutela realmente efficaci per gli assicurati.
Solo in questo modo sarà possibile conciliare sostenibilità economica, protezione dei cittadini e rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento.
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Foto copertina: istock/Phiwath Jittamas