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Concorsi pubblici flop, i giovani rifiutano il posto fisso? Il parere di Cotruvo

"Organizzare meglio i calendari delle prove, no a prove uniche e valutazione iniziale dei titoli"

Elena Bucci
concorsi pubblici flop

Concorsi pubblici flop: l’impiego statale e il posto fisso non affascinano più come una volta? Negli ultimi tempi i concorsi pubblici stanno registrando una crescita preoccupante di candidati vincitori rinunciatari, nonostante l’altissimo numero di domande di partecipazione inviate agli enti. Per rispondere a questa domanda e capire a cosa è dovuto il fenomeno di rinunce al posto fisso nelle Pubbliche Amministrazioni, abbiamo intervistato il professor Giuseppe Cotruvo.

  • Quali sono i motivi che spingono così tanti giovani ad abbandonare il proposito di lavorare nella Pubblica Amministrazione?

Dire che il posto fisso non affascini più è alieno alla realtà dei fatti: guardi alcuni giorni fa ho ascoltato un’intervista a Bonisoli, presidente Formez, che sottolineava che negli ultimi concorsi gestiti dal Formez, a fronte di alcune migliaia di posti a bando (30 mila circa), l’ente abbia raccolto approssimativamente 3 milioni di candidature. Questo e altri dati che ho acquisito, mi lasciano supporre che si sia allargata la platea degli “interessati attivi” al posto fisso, passando da alcune centinaia di migliaia di candidati all’anno, a ben oltre 1 milione di candidati. Chi sono gli interessati attivi? Coloro che non solo anelano al posto fisso, ma che partecipano attivamente ai concorsi, inviando la domanda di partecipazione, presentandosi alle prove e, a volte, preparandosi ad affrontarli. Ritengo che le polemiche mosse da molti mezzi di informazione e anche da alcuni esponenti politici, siano il frutto di un’errata e superficiale lettura dei dati. Lo dico senza timore di smentita: il “posto fisso” è al massimo della sua attrattività, solletica i sogni di milioni di italiani, ma non perché sia migliorato il trattamento dei dipendenti pubblici, piuttosto perché altre tipologie di lavoro (libera professione o lavoro alle dipendenze di privati) non assicurano più condizioni migliorative rispetto al pubblico impiego, come accadeva più di 20 anni fa. Ricordo quando per un laureato in giurisprudenza, o in ingegneria, o in economia (e non solo per loro) la carriera in uffici pubblici era considerata lo sbocco privilegiato dei candidati peggiori, o dei più sfortunati, o dei meno intraprendenti. Era visto quasi come un fattore degradante lavorare nel pubblico perché si guadagnava meno, era perfino meglio lavorare come avvocato piuttosto che come giudice. Oggi la situazione è ribaltata.

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  • E allora come mai tante rinunce nei concorsi svolti negli ultimi mesi?

Distinguiamo: le tante rinunce ad affrontare le prove svolte non sono un fenomeno recente. Anche prima dell’epoca covid capitava di assistere a concorsi in cui si presentava la metà o meno dei candidati iscritti. Probabilmente negli ultimi mesi il fenomeno è leggermente aumentato a causa della sovrapposizione di molti concorsi: ad esempio a luglio, negli stessi giorni si terranno le prove del concorso ASL BAT, del concorso INPS per 1858 posti, del concorso Formez per 2293 posti, etc. Alcuni candidati, non disponendo del dono dell’ubiquità, dovranno rinunciare ad alcuni di questi concorsi. È l’effetto dell’ “assembramento” di concorsi pubblici di cui iniziai a parlare tra fine 2020 e inizio 2021 invitando i candidati a non posticipare l’inizio dello studio, per evitare di trovarsi “con l’acqua alla gola”: molti di coloro che mi ascoltarono, oggi sono dipendenti pubblici.

Poi ci sono le rinunce dei vincitori. Ritengo che questo fenomeno sia stato completamente frainteso da molti commentatori e lo dico pensando all’esperienza di decine di miei corsisti: sono molti i miei corsisti (e non solo i miei ovviamente) che negli ultimi 2 anni sono risultati vincitori di diversi concorsi, ma, non potendo avere il piede in due scarpe differenti, hanno rinunciato alla stipula del contratto con alcune amministrazioni. ATTENZIONE: non hanno rinunciato al “posto fisso”, ma si sono trovati nelle condizioni di poter scegliere tra diverse amministrazioni, quella che garantisce stipendi migliori, quella più affine alla loro formazione, quella che ha garantito una sede di lavoro più vicino alla loro residenza. Le ripeto, non ricordo altri periodi nella storia della nostra repubblica in cui il posto fisso sia stato desiderato quanto lo sia oggi. Piuttosto il problema è legato alla constatazione che ci siano candidati che si sono formati e hanno acquisito la preparazione, le competenze e le abilità per superare i concorsi a cui partecipano e riescono a vincere tanti concorsi (ho miei corsisti che negli ultimi 2 anni hanno vinto almeno 5 concorsi differenti), a fronte di una grande quantità di concorrenti che affrontano i concorsi come farebbero se volessero giocare al superenalotto: è l’effetto dell’eccesso di semplificazione voluto dalla politica dando la possibilità di svolgere un’unica prova a quiz. ATTENZIONE: il meccanismo dei concorsi e delle “crocette” ritengo che oggi garantisca una qualità delle selezioni di gran lunga superiore alla valutazione dei curriculum, come qualcuno ha ipotizzato. Non mi spaventano modalità di selezione tipiche di alcune aziende private. Ritengo che prima di applicarle nel pubblico, bisognerebbe stravolgere il quadro normativo, introducendo una responsabilità in capo alle amministrazioni che scelgono candidati “sbagliati” (qualcuno direbbe “raccomandati”), con conseguente riduzione delle “performances” attese. In altri termini, nel privato, se venissero scelti candidati poco efficienti, ci rimetterebbero i dirigenti che hanno sbagliato le loro scelte. Nel pubblico, se si scegliessero candidati sbagliati, chi ci rimetterebbe? Nessuno? Io direi di sì o, meglio, ci rimetterebbero i cittadini. Vogliamo negare che a fronte di persone colte ed efficienti, ci siano dipendenti pubblici che un’azienda privata non esiterebbe un attimo a licenziare? Per questo motivo, prima di stravolgere l’impianto normativo italiano, eseguendo una rivoluzione copernicana del pubblico impiego, che è altra cosa rispetto a quanto propugnato dal Ministro Brunetta, ripristinerei (come credo si stia decidendo in Parlamento proprio in questi giorni) il sistema di selezione ante dl 44 del 2021, basato su più step (preselezione, prova scritta e orale), che aveva raggiunto un livello di efficienza significativo.

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  • Ritiene che il grave divario che sussiste tra il costo della vita in alcune zone della penisola e lo stipendio percepito dagli impiegati pubblici potrebbe aver determinato questo fenomeno? E se sì come si potrebbe risolvere il problema?

Certamente sì, ma non è un problema che riguarda solamente il pubblico. Giorni fa leggevo un articolo de La Repubblica, in cui si diceva che per i nati dal 1986 il reddito medio è il più basso di sempre; inoltre si sottolineava che L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui i salari sono diminuiti negli ultimi trent’anni.


Il problema si risolve aumentando le retribuzioni tenendo conto dell’inflazione galoppante, ma bisogna farlo gradualmente. Purtroppo viviamo in un periodo in cui molti nodi stanno venendo al pettine, relativamente a scelte del passato che oggi rendono più difficile la gestione della crisi. Pensi alla politica energetica: un Paese che dipende per il 70% da gas e petrolio è normale che soffra più di altri le turbolenze internazionali alimentate dalla guerra in Ucraina. E la situazione non si può risolvere in poco tempo considerando anche il fardello del debito pubblico che restringe di molto gli spazi di manovra. Temo che ci vogliano anni di politiche illuminate e di pazienza da parte dei cittadini per risalire la china e ripristinare condizioni di maggiore benessere.

  • Ci sono stati cambiamenti efficaci nel corso degli anni dal punto di vista organizzativo dei concorsi pubblici?

Dal punto di vista organizzativo, l’informatizzazione dei concorsi non mi sembra abbia migliorato la gestione dei concorsi, che oggi risultano molto più costosi che in passato. La mia idea era e continua ad essere quella di utilizzare le scuole come centri di selezione. Perché? Perché le scuole sono dovunque in Italia e si potrebbero limitare drasticamente gli spostamenti dei candidati (almeno nello svolgimento delle preselezioni); perché lo stato non dovrebbe spendere soldi per affittare luoghi per lo svolgimento delle prove; perché di eventuali investimenti (ad esempio nell’acquisto di tablet o computer) andrebbero a beneficiare anche le scuole e i ragazzi che le frequentano; perché si potrebbero formare alcuni dipendenti ATA, per avere standard di professionalità alti nella gestione delle prove e per giovarsi del lavoro di questi dipendenti anche in merito alla formazione e ad attività di “alfabetizzazione concorsuale” dei più giovani.

  • La Riforma di semplificazione delle procedure concorsuali, introdotta dal Ministro Brunetta, ha contribuito davvero ad attirare più giovani partecipanti alle selezioni pubbliche?

Sì, credo ci siano stati più candidati che hanno affrontato concorsi con prove uniche. Se avessero dovuto affrontare il vecchio canovaccio delle prove, non si sarebbero cimentati con un concorso. Il problema, però, non è la quantità, ma la qualità della selezione: le procedure troppo semplificate lasciano troppo spazio al “fattore fortuna” e, detto in totale franchezza, è questo il motivo che ha spinto alcuni candidati a partecipare alle selezioni. Non solo, ho la sensazione che si sia abbassata la preparazione media dei candidati: è come se le prove uniche e l’abbondanza dei concorsi abbiano dissuaso molti dal prepararsi opportunamente ad affrontare un concorso. L’adagio di tanti è stato “si tratta di mettere delle crocette: se va … va, altrimenti, tra qualche settimana, ci riprovo”. Questo è il motivo per cui ci sono candidati che vincono parecchi concorsi, dovendo rinunciare ai posti per loro meno favorevoli, e candidati che non riescono a vincere un concorso.

  • Cosa si dovrebbe fare per evitare delle procedure flop? Si vedano i Concorsi Coesione Sud, conclusi con il numero di vincitori più basso del numero di posti messi a disposizione.

Tre cose: pubblicare il calendario delle prove con mesi di anticipo, in modo che i candidati possano organizzare lo studio in modo più congeniale alle loro esigenze; fornire indicazioni più precise e dettagliate sugli argomenti da studiare; non valutare i titoli, o non valutarli come scrematura iniziale. Esperienze come “Coesione Sud” dimostrano chiaramente che non esiste una corrispondenza scientifica tra titoli e preparazione acquisita, con buona pace di tutti coloro che la pensano diversamente.

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