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Crisi Russia-Ucraina: cassa integrazione in vista per le aziende

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Torna lo spauracchio della cassa integrazione nelle aziende italiane, già piegate dall’aumento dei prezzi delle materie prime e costi utenze, reduci dalla cig per la pandemia covid, e ora a rischio anche a causa delle ripercussioni che il conflitto Russia-Ucraina sta portando a livello internazionale, europeo e quindi anche italiano.

Se si considera infatti che in molte imprese i costi delle utenze di luce e gas sono ormai diventati proibitivi e stanno costringendo allo spegnimento degli impianti, e che ora la crisi internazionale avrà un grave impatto anche sull’import-export, anche a causa delle sanzioni economiche alla Russia, e dei risvolti socio-economici nell’Est Europa, molte aziende italiane si ritroveranno a dover interrompere o ridurre le proprie attività, e quindi a dover chiedere la cassa integrazione per i propri dipendenti.

E’ il grido di allarme lanciato da una delle aziende italiane attive nel settore delle calzature: “Se la guerra tra Russia e Ucraina dovesse andare avanti ancora per due, tre settimane, per la mia azienda sarà la fine. Già così non sarò in grado di pagare gli stipendi di marzo, il governo ci aiuti”: a dirlo all’agenzia Ansa è Marino Fabiani, da 42 anni uno dei più importanti imprenditori del settore calzaturiero delle Marche, che mette così in in evidenza i primi effetti del conflitto anche sulle aziende italiane.

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L’85% della sua produzione è destinato alla Russia, all’Ucraina, alla Siberia e al Kazakistan. “In magazzino abbiamo 4.900 paia di scarpe, per un valore di circa 600mila euro, che erano pronte per essere spedite in quei Paesi e che ora rischiamo di dover buttare via”, afferma Fabiani, per capire quanto grande sia la problematica economica sociale del momento.

E l’annuncio della riduzione del personale con l’attivazione della procedura di CIG c’è già stato anche in un altro settore: quello delle acciaierie di Ferriere Nord (in Veneto).


Tra i motivi: il blocco dell’approvvigionamento delle materie prime e lo stop dell’export verso la Russia, con il quale le aziende italiane commerciano.

Tra le aziende che hanno già fatto ricorso alla cassa integrazione poi: la Whirlpool di Melano (Ancora). La decisione è stata presa dopo la chiusura dei negozi Ikea in Russia e la conseguente sospensione delle forniture, come ad esempio i piani cottura prodotti da Whirlpool

Oltre quindi al caro bollette, carburante, prezzi dei beni primari, a rischio ora c’è anche il lavoro.

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La crisi in Ucraina ha ripercussione anche nel settore automobilistico, anche fuori dai Paesi direttamente coinvolti per ora nel conflitto: ad esempio la Volkswagen, che per alcuni giorni ha dovuto sospendere la produzione Dresda, Wolfsburg, Zwickau. Il motivo sono stati problemi di approvvigionamento di materie essenziali per la produzione.

Mentre però le grosse aziende hanno più possibilità di rientrare in carreggiata, c’è tutto un mondo di piccola e media imprenditoria che rischia invece di soccombere e non risolleversi più. E con esse tutto il mondo di lavoratori dipendenti di queste pmi. Paolo Galassi, presidente di Api (associazione delle piccole e media industrie) ha spiegato che gli imprenditori hanno già tenuto duro negli ultimi due anni, ma ora è tutto più difficile.

Il 30% delle aziende associate esporta in Russia e il 15% in Ucraina. Il blocco va di pari passo con il sovrapprezzo dell’energia e del carburante. Servono, dicono gli imprenditori, ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione in deroga, altrimenti “non ci resterà che chiudere dire addio alle nostre aziende”.




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