“Rivista dell’istruzione”, il bimestrale edito da Maggioli e diretto da Giancarlo Cerini, ha chiesto a tre dei maggiori esperti italiani di inclusione: il prof. Andrea Canevaro, il prof. Dario Ianes e l’avv. Salvatore Nocera, un articolato parere sui contenuti del nuovo provvedimento legislativo, emanato in virtù della delega conferita dalla legge 107/2015.

Nel rimandare al fascicolo n. 4 della rivista (in pubblicazione nei mesi di luglio-agosto 2017) per la lettura del testo integrale delle osservazioni, anticipiamo qui e selezioniamo alcune delle risposte più significative fornite dagli esperti interpellati.

“Rivista dell’istruzione”: Il recente decreto legislativo in materia di disabilità e inclusione sembra riscuotere tiepidi consensi. A cosa si deve questa percezione? Si erano create forse troppe aspettative? C’è stata carenza nel metodo di elaborazione? Ci sono spinte ed esigenze diverse non facilmente componibili? Era difficile dire qualcosa di nuovo, stante l’abbondante produzione normativa già esistente in materia?

Dario Ianes: Certamente si percepisce un clima di delusione, come di un’ennesima occasione persa da parte del MIUR. Innanzitutto nella grave carenza di un confronto reale ed esteso nel Paese su cosa si sarebbe potuto e dovuto fare per un salto di qualità dei processi di integrazione degli alunni con disabilità nella nostra scuola. Per vari mesi hanno dominato le aspettative di un decreto fotocopia del disegno di legge 2444/2014, elaborato dalle associazioni dei familiari delle persone con disabilità.

Quello era un disegno di legge dichiaratamente lobbystico, che esplicitamente e legittimamente rivendicava dispositivi ritenuti (alcuni a parer mio a torto) strategici per migliorare la situazione degli alunni con disabilità a scuola: ad esempio, la reale continuità insegnante di sostegno-alunno per l`intero ciclo scolastico, maggiore formazione degli insegnanti di sostegno con corsi universitari, carriere e ruoli separati, ecc. Su questi temi molti di noi avevano la posizione: “obiettivi giusti, ma mezzi sbagliati”.

Il decreto che ne è uscito non è niente di tutto questo, o ben poco:

  • un incipit roboante sull’inclusione per poi parlare di integrazione,
  • una cultura medica ma con affondi su una visione biopsicosociale di ICF,
  • un’ipotesi fantasiosa di ‘nuova’ specializzazione sul sostegno senza pensare alla formazione universitaria e in servizio di tutti i docenti curricolari,
  • appelli generici all’integrazione come compito di tutti i docenti senza creare una visione e condizioni concrete di evoluzione della didattica ordinaria,
  • attribuizione di un potere generativo di risorse di sostegno a PEI della scuola e contemporaneamente istituzione di una valvola di calmierazione delle richieste nel neonato Gruppo Inclusione Territoriale.

Ne è uscito un prodotto culturale e operativo contorno, che sancisce – tra l’altro – una frattura irrimediabile tra scuola dell’infanzia e primaria e secondaria.

“Rivista dell’istruzione”: Tra gli elementi innovativi del decreto c’è il riferimento esplicito all’ICF come metodologia di conoscenza della disabilità, secondo un’accezione più ampia di una semplice classificazione diagnostica (eziologica). Di fatto scompare l’ancoraggio delle ore di sostegno alla sola tipologia di disabilità (e alla sua gravità) in favore di una lettura più ampia del contesto di vita di ogni ragazzo. Quali i vantaggi (o gli svantaggi) di questo nuovo approccio?

Andrea Canevaro: Il riferimento all’ICF è la novità rilevante. E dovrebbe introdurre nelle scuole una logica da applicare anche alla valutazione, e alle caratteristiche evolutive del sostegno. Credo anche che la logica ICF giovi a tutti, con disabilità o no. È una logica inclusiva che può indurre a realizzare almeno due innovazioni:

  • una didattica meno nozionistica e trasmissiva;
  • una prospettiva che attivi pratiche evolutive, tali da permettere di uscire dalla definizione della diagnosi per esplorare il terreno sconosciuto della prognosi.

Le scuole possono dare un contributo importante documentando l’impiego dell’ICF, rendendolo più facile nell’applicazione e superando la ‘meritocrazia deterministica’. È diffusa la convinzione – anche fra chi occupa ruoli e ha conoscenze che dovrebbero non essere invase da tali pregiudizi – che da contesti sociali e famigliari scombinati non possono che uscire soggetti scombinati, e scombinanti. E chi presenta una certa fisionomia, culturale, psichica, sanitaria, non dovrebbe avere accesso a certi percorsi, magari universitari.

“Rivista dell’istruzione”: Le associazioni di ‘categoria’ (FISH, FAND, ecc.) hanno avuto un certo peso nella elaborazione del decreto (che, per altro, traeva spunto dalla proposta di legge 2444). Il ruolo dei genitori nel processo di integrazione ne esce in un qualche modo rafforzato. Questo aspetto va giudicato positivamente, ma apre qualche preoccupazione sul versante della scuola, in merito alla progettazione educativa, alla richiesta di risorse, alle reciproche responsabilità. Come va impostato correttamente il rapporto tra scuola e famiglie? 

Salvatore Nocera: Il rafforzamento del ruolo della famiglia che era stato totalmente ignorato nella prima stesura dei decreti delegati approvati dal Governo a metà gennaio non deve essere guardato come il rischio di un’intromissione di un corpo estraneo nella scuola.

Infatti nei decreti delegati è stato riconfermato il ruolo già avuto da esse a partire dalla legge 104/1992 e cioè un ruolo insostituibile a livello di formulazione del profilo di funzionamento e del PEI (piano educativo individualizzato), nonché del progetto di vita di cui all’art. 14 della legge 328/2000; infatti è la famiglia che deve fornire agli operatori scolastici e sociosanitari le informazioni fondamentali relative all’alunno.

Rimane invece esclusiva dei docenti la loro funzione di insegnamento-apprendimento per tutti gli alunni e quella di valutazione dell’esito degli apprendimenti e delle competenze. Il rischio paventato circa un’intrusione surrettizia o meno delle famiglie in queste due funzioni essenziali dei docenti dalla nuova normativa non viene assolutamente favorito, rimanendo ferma la ’leale collaborazione’ tra scuola e famiglia, già presente da sempre nella normativa e più di recente nella riforma Moratti (legge 53/2003).

Anzi sarà bene che la distinzione dei ruoli venga favorita dai nuovi decreti, evitando le attuali intromissioni illogiche come le richieste di trattenimento dei figli con disabilità per più anni, specie al passaggio da un grado all’altro di scuola a causa del timore dell’ignoto cui andranno incontro i figli per un mal gestito istinto di protezione familistica.

Se i docenti sapranno svolgere bene il loro ruolo di orientamento si eviterà l’assurdo che, mentre le famiglie solitamente chiedono la promozione dei figli, quelle degli alunni con disabilità chiedono, al contrario, troppo spesso la ripetenza. Anche su questo aspetto dell’orientamento i docenti dovranno attingere molto all’aggiornamento.

“Rivista dell’istruzione”: È prevedibile che la politica per l’inclusione dei disabili nella scuola italiana abbia una svolta positiva a seguito del decreto? Cosa possiamo aspettarci in pratica? Cosa altro sarebbe necessario fare per migliorare lo stato dell’inclusione nelle nostre scuole?

Andrea Canevaro: Riprendo e sottolineo due punti. La logica ICF e e le definizioni dei profili professionali. Bastano questi due punti per impegnarci nel miglioramento e guardare avanti. Ma vorrei che questi due punti fossero collegati all’alternanza scuola-lavoro, che è un’occasione storica da non perdere. Tra mondo della scuola e mondo della produzione ci sono anni di reciproche diffidenze, con danni per entrambe.

L’alternanza è l’avvio di un dialogo che può essere fecondo proprio in collegamento con quei due punti. Sarebbe importante poter avviare una certa evoluzione dei percorsi scolastici verso progetti di formazione e apprendimento meno standardizzati e meno ancorati a concezioni fondate su rendite predefinite di alcune aree disciplinari. Logica ICF + definizione dei profili professionali + alternanza scuola-lavoro = miglioramento dell’integrazione verso l’inclusione e l’appartenenza.

Dario Ianes: Non credo che questo Decreto porterà effetti significativamente positivi, anzi. L`unico elemento potenzialmente (dovremmo infatti verificare i dispositivi attuativi nella loro capacità reale di cambiare la realtà) positivo sta nell`uso di ICF.

Nei suoi vari articoli il decreto è disseminato di piccole (o grandi) dosi di veleno che lo fanno assomigliare a una mela avvelenata, che danneggerà i delicati processi di integrazione, già ampiamente stressati nella scuola di oggi: la scarsa formazione di tutti gli insegnanti, il dominio di una cultura medica, la polarizzazione sull’insegnante specializzato, il trascurare l’innovazione didattica ordinaria, la separazione delle carriere, l’irrilevanza pratica dell`Osservatorio, l’assenza di livelli essenziali esigibili, la mancanza di banche dati affidabili, l’assenza di coordinamento interministeriale, l`assenza di stringenti connessioni con i vari contesti e il Progetto di vita, solo per citarne alcuni.

Salvatore Nocera: La risposta riguarda l’insieme degli otto decreti legislativi della primavera 2017, poiché ciascuno direttamente o indirettamente incrocia quello sull’inclusione.

Il fatto che, oltre a quanto detto, sia prevista l’individuazione di livelli essenziali delle prestazioni scolastiche ed extrascolastiche, dovrebbe favorire una migliore qualità dell’inclusione scolastica che non riguarda solo i servizi forniti dalle scuola, ma anche quelli delle altre istituzioni, come Enti locali e ASL, attualmente molto deficitari per numero di personale e collaborazione con le scuole.

Inoltre la previsione dell’individuazione di ‘indicatori’ per valutare la qualità inclusiva realizzata nelle singole scuole e nelle singole classi, dovrebbe contribuire a realizzare una emulazione virtuosa tra classe e classe, tra scuola e scuola.

Gli interventi integrali degli autori, anche su altri aspetti dei decreti come la formazione iniziale dei docenti di sostegno, sono in corso di pubblicazione in “Rivista dell’istruzione”, n. 4, luglio-agosto 2017, Maggioli.


2 COMMENTI

  1. Resta difficile comprendere perchè si sia voluto ad ogni costo promulgare una nuova normativa ed erodere una Legge-quadro, quale la 104/92, senza tentare la sua completa attuazione e/o magari apportare i necessari aggiornamenti

  2. Inclusione non significa “assistenza”, ossia servizi ad hoc per le persone con problemi. Inclusione significa pensare e progettare spazi e organizzazioni (come la scuola, la città etc) strutturalmente e globalmente aperte a tutti in cui “tutte” le barriere siano ab origine e in modo primitivo assenti. L’assistenzialismo invece prevede il mantenimento delle barriere e dopo l’erogazione di sussidi, strumenti, risorse ad hoc per superarle.
    Nella scuola servirebbe il curricolo “intrinsecamente inclusivo”.

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