Che il filone delle inchieste sul caso Consip non fosse ancora esaurito lo si poteva certo sospettare, ma che la macchia dello scandalo da mesi al centro della cronaca giudiziaria e politica finisse ad allargarsi fino a coinvolgere il Consiglio di Stato, cuore della giustizia amministrativa, quello era più difficile da prevedere.

L’ultima – solo in ordine cronologico – pagina della vicenda che ha scosso dalle fondamenta il sistema di acquisti per la pubblica amministrazione, riguarda da vicino infatti i giudici di palazzo Spada. A rivelarlo, i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia in una inchiesta pubblicata su L’Espresso.

Secondo quattro magistrati romani, infatti, alcuni esponenti del Consiglio di Stato di oggi e di ieri si troverebbero al centro di un sistema di compravendita delle sentenze. Una vera e propria bomba a orologeria posta nel cuore della giustizia amministrativa che, se confermata, potrebbe davvero mandare a gambe all’aria l’intero – e claudicante – complesso delle tutele giurisdizionali nei confronti degli enti pubblici in Italia.

Ieri: anche il nome di Berlusconi

In realtà, gli occhi dei pubblici ministeri di sono posati sul Consiglio di Stato già da alcuni anni, a cominciare dall’indagine che vide coinvolto Nicola Russo, membro di una commissione tributaria a palazzo Spada, poi indagato per divulgazione del segreto d’ufficio e/o corruzione in atti giudiziari. Al momento, però, le richieste di una sua sospensione sono state respinte. L’altro antefatto riguarda invece Renato Mazzocchi, già funzionario di palazzo Chigi indagato per riciclaggio, a cui vennero trovati in una confezione di spumante ben 247mila euro in contanti, oltre ad elenchi di nomi di magistrati amministrativi, sentenze di Tar e Consiglio di Stato. Tra queste, anche il testo della decisione di palazzo Spada che aveva riconsegnato le azioni di Mediolanum a Silvio Berlusconi dopo la condanna definitiva che gli costò la carica di senatore, con allegato un manoscritto in cui era citato un incontro tra i legali dell’ex premier e personalità interne a Consiglio.

Oggi: Consip e gli altri

Ma veniamo ai giorni nostri. Secondo il pool dei pm che stanno indagando su questo nuovo rivolo dell’inchiesta Consip, che ha visto il coinvolgimento di alcuni tra i personaggi più vicini a Matteo Renzi, a cominciare dal papà Tiziano, potrebbero sussistere gli estremi per sganciare verso palazzo Spada l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

Gli elementi derivano da alcune intercettazioni che vedono coinvolto l’ex deputato Italo Bocchino e Alfredo Romeo, imprenditore agli arresti dallo scorso primo marzo per corruzione. Secondo quanto ascoltati dai carabinieri, infatti, Bocchino avrebbe descritto Stefano Vinti, l’avvocato di Romeo, come un possibile “negoziatore di cause”, all’interno del Consiglio di Stato. Come noto, infatti, i giudici di palazzo Spada sono gli ultimi ad avere la parola sulle decisioni assunte da Consip, in particolare in materia di appalti. Quasi ogni procedura di gare pubbliche, infatti, viene ormai di regola appellata al Tar, che passa la palla alla Suprema Corte amministrativa. Questa, insomma, si trova nella posizione di stabilire senza possibilità di ulteriori rilanci, chi e come dovrà ricevere gli incarichi pubblici. Non stupisce, insomma, che al suo interno, scrivono i giornalisti de L’Espresso, si trovino “grand commis di Stato, scelti spesso e volentieri come collaboratori fidati di ministri e sottosegretari”.

E non è tutto: possibili coinvolgimenti dei giudici del Consiglio di Stato sono emersi anche nelle perquisizioni dello studio di un avvocato di nome Piero Amara, accusato di frode fiscale e false fatturazioni. Uno solo sarebbe stato il “gancio” con la giustizia amministrativa, ma si tratta di un esponente di assoluta rilevanza: il suo nome è infatti Riccardo Virgilio, fino all’anno scorso presidente in carica del Consiglio di Stato. Secondo quanto riporta l’inchiesta, sarebbe destinatario di un diritto di opzione per il controllo di quote in una società dove risultano come proprietari di quote lo stesso Amara e l’imprenditore Andrea Bacci, già socio in affari proprio di Tiziano Renzi.

Oltre ad aver ricoperto il ruolo di difensore di Virgilio, Amara è anche il legale rappresentante di Ezio Bigotti, l’alter ego di Romeo per i giochi di potere dentro Consip e vicino politicamente a Denis Verdini e Saverio Romano, due tra i big di Ala, la formazione di fuoriusciti da Forza Italia che per vario tempo ha sorretto l’esecutivo di Matteo Renzi prima della debacle referendaria.

A sentire Romeo, Bigotti sarebbe stato in grado di mettere in piedi veri e propri “cartelli” per aggiudicarsi degli appalti pubblici. Non stupisce, di fronte a queste dichiarazioni, come la procura di Roma abbia mandato la Guardia di Finanza a perquisire le sue aziende, imbattendosi in fatture per valore oltre a un milione di euro, emesse dalla società di Piero Amara a favore di quella dello stesso Bigotti. Che vanta in caso di sconfitta di stazioni appaltanti, una valanga di ricorsi presentati proprio al Consiglio di Stato.

 


CONDIVIDI
Articolo precedenteJobs Act autonomi: le nuove tutele per professionisti e collaboratori
Articolo successivoBasta cambiare una parola ed Equitalia assume un volto più aggressivo

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here