Gli atenei in Italia tornano tutti uguali. Sospiro di sollievo per milioni di studenti e laureati che, nei giorni scorsi, avevano temuto per il declassamento della propria laurea in base all’università che l’ha rilasciata, o che la emanerà in futuro.

Lo spettro si era aggirato nei corridoi di palazzo Madama, dove si sta discutendo delle modifiche alla riforma con delega della pubblica amministrazione. Un emendamento presentato in commissione Affari Costituzionali avrebbe spianato la strada per una valutazione dei titoli nei concorsi pubblici non solo in base alla votazione finale, ma anche del blasone rivestito dall’ateneo che ha rilasciato l’atto.

Non appena si è diffusa la notizia di questo emendamento shock, naturalmente, si è scatenata una vera e propria bufera, che ha portato in campo anche il ministro della Funzione Pubblica in persona, Marianna Madia, la quale ha dichiarato la propria personale contrarietà a questa modifica al disegno di legge.


Naturalmente, anche le università e le associazioni di rappresentanza degli studenti si erano scagliati con forza contro l’introduzione di un simile principio nei criteri di valutazione per i candidati nei concorsi pubblici, paventando minacce di valanghe di ricorsi e di rimostranze.

Il criterio guida sarebbe stato quello delle medie voto finali attribuite dall’ateneo: qualora, infatti, i 110 e lode fossero fioccati con un po’ troppa facilità, allora sarebbero stati privilegiati candidati con voto identico, ma proveniente da un istituto di manica più stretta.

Ancora, il testo è presente nella versione del disegno di legge che sta per approdare in aula, ma nel momento dell’esame in assemblea, assicurano esponenti del Partito democratico – responsabile della presentazione dell’emendamento, sorto su differenti scopi, ma poi evoluto nella versione in via di censura.

Insomma, la commissione darà comunque parere favorevole, rimettendo la questione alle decisioni dell’aula del Senato, la quale verrà impegnata per una modifica o completa cancellazione dell’atto contestato.

Nel frattempo, continuano a intensificarsi le voci su un’imminente riforma delle università 2015, con il fine di armonizzare il mondo accademico al nuovo scenario del lavoro nell’era del Jobs Act. Un compito quanto mai difficile, che comincerà, magari dal mettere tutti gli atenei sullo stesso piano.

 


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