Il re, cioè la riforma delle province, è nudo, cioè un fallimento. L’inchiesta delle scorse settimane effettuata da Report non poteva non trascinarsi dietro la conseguenza di obbligare anche le testate dei media più allineate col Governo a svelare gli effetti perversi della devastante combinazione di riforma Delrio (lege 56/2014) e legge di stabilità (legge 190/2014).

Così, il 27 aprile 2014 una tra le testate giornalistiche maggiormente in sintonia col Governo e da sempre fautrice dell’intervento sulle province, Il Sole 24 Ore, per opera di Gianni Trovati ha finalmente svelato al grande pubblico ciò che, chi scrive, evidenzia da mesi: le leggi di riforma delle province, lungi dall’aver modificato l’ordinamento locale in modo da renderlo più efficiente e meno costoso, non hanno determinato alcun taglio e, soprattutto, nessuna riduzione delle tasse a carico dei cittadini.

Insomma, l’effetto tanto strombazzato dei “risparmi” che si sarebbero determinati per effetto della riforma sulle province non c’è stato, né poteva esserci. Semplicemente, invece, risorse finanziarie acquisite dalle province attraverso l’imposizione fiscale sono sottratte alle spese di competenza delle province e dirottate verso il bilancio dello Stato. Dunque, le province finiscono per essere gabellieri per conto dello Stato, che spende le loro risorse, condannandole a deficit di bilancio e sicuri dissesti e, soprattutto, impedendo loro l’erogazione dei servizi ai cittadini.


Sin qui abbiamo usato parole nostre, ripetute da mesi e mesi. Guardiamo cosa scrive Il Sole 24 Ore. Dopo aver spiegato il meccanismo davvero perverso mediante il quale la Sose ha computato in vitro i fabbisogni standard delle province, l’articolo osserva: “Come possono tornare i conti? Anche la risposta a questa domanda si trova nei calcoli governativi sui fabbisogni standard, cioè sul “prezzo giusto” che dovrebbero avere le funzioni fondamentali assegnate a Città metropolitane e Province dalla riforma Deirio. In pratica, il cervellone della Sose ha misurato i chilometri di strade presenti in ogni Provincia, il numero di veicoli circolanti, di edifici scolastici, popolazione e altre variabili per calcolare il«costo efficiente» delle funzioni fondamentali. Risultato: le Province ce la possono fare con 2,4 miliardi, spendendo circa il 35% in meno di quanto dedicato l’anno scorso alle stesse attività, per cui il resto delle tasse “provinciali” può essere girato allo Stato o, per usare un linguaggio più tecnico, serve a «finanziare i tagli» che le manovre economiche hanno introdotto negli ultimi anni. Ovvio che, in questo modo, i contribuenti non risparmiano nulla, perché la pressione fiscale si limita a cambiare direzione , dagli enti locali al bilancio centrale”.

Capita l’antifona? Lo Stato sta finanziando, cioè, le sue manovre di spesa in parte attingendo al capro espiatorio, le province. Il Governo racconta in giro che in questo modo si ottengono risparmi.

Peccato, però, che il risparmio è vero ed effettivo quando si concretizza in una simmetrica riduzione di spesa e tasse, in modo tale che a risparmiare non sia un certo ente (Stato o provincia), ma siano i cittadini.

L’intera riforma delle province, invece, è basata sull’idea di colpire un ente, così da presentare sul piatto d’argento la sua testa all’elettorato; chi ha pensato tale riforma, non solo, tuttavia, non è stato capace di guidarne le procedure (si pensi all’imbarazzante impasse del trasferimento dei 20.000 dipendenti, deciso prima ancora di aver verificato quali disponibilità di organico vi fossero nei vari enti), ma non è stato minimamente sfiorato dall’idea che la requisizione forzata di risorse dalle province a beneficio dello Stato costituisce un doppio danno proprio dei cittadini. Infatti, essi pagano le stesse tasse di prima, per ricevere servizi (in alcuni casi, non riceverne affatto) di qualità e quantità infinitamente inferiori.

L’altro errore commesso dai fautori della riforma e sostenuto dalla Sose è pensare che la riqualificazione della spesa delle province possa essere una progressione continua di anno in anno.

Per capire meglio, ricapitoliamo. Quando nel 2011 l’ukaze di Stella&Rizzo, abolire le province, divenne imperativo categorico e il Governo Monti si cimentò per primo in un maldestro tentativo di riforma clamorosamente bocciato dalla Corte costituzionale, il volume di spesa delle province si attestava intorno ai 12 miliardi di euro.

Ancora la Sose non si era lanciata nelle sue elucubrazioni alchimistiche sui costi standard e fabbisogni standard. Ma, alcuni economisti ed analisti si erano prodotti, sempre sulla scia de La Casta, a quantificare quali risparmi si sarebbero potuti ottenere intervenendo sulle province. Un’insistenza, giusto sottolinearlo, su un volume di spesa pari, all’epoca, all’1,4% della spesa pubblica del Paese; per intenderci, se la spesa complessiva di una famiglia fosse di 30.000 euro l’anno, il “taglio” col quale detta famiglia penserebbe di risanare i propri conti, pari all’1,4% ammonterebbe ad euro 420, cioè 1,15 euro al giorno, un caffè.

Comunque, in molti dicevano che per risparmiare “da qualche parte bisogna pure cominciare” e anche se poco occorre agire e, comunque, nulla è “poco” per risanare i conti pubblici. Giusto. Come riferimento, allora, si prese il pregevole studio dell’economista Andrea Giuricin “Quanto costano le Province”, dell’ottobre 2010, stimò che dall’abolizione degli enti sarebbe derivato un risparmio di 2 miliardi per le casse pubbliche.

Senza aver attivato la riforma, dal 2012, sempre sotto il Governo Monti, è partita un’offensiva finanziaria nei confronti delle province che ha portato il volume della loro spesa dai 12 miliardi del 2010-2011 i circa 9 miliardi del 2014 (spese comprensive di spesa corrente e conto capitale).

Senza, dunque, nemmeno essere giunti all’abolizione delle province suggerita da molti, le manovre finanziarie attivate proprio dal Governo Monti e proseguite nel corso dei successivi tre anni hanno apportato alle province una riduzione della spesa di circa 3 miliardi, perfino superiore alla stima del Giuricin.

E’ evidente che il Governo, tuttavia, non è interessato ai dati ed ai numeri, né alla funzionalità delle riforme. Ormai, nel 2013, sotto il Governo Letta, era partito il treno della riforma Delrio e nessuno è andato a guardare i numeri per decidere se fosse, o meno, il caso di fermarsi e capire a quali conseguenze si sarebbe andati incontro, insistendo su ulteriori riduzioni di spesa non considerate sostenibili nemmeno da chi era fautore dell’abolizione delle province. Sì, perché tutti coloro i quali affermavano che le province erano da sopprimere erano consapevoli che la spesa incomprimibile connessa alle loro funzioni (circa 9-10 miliardi) si sarebbe dovuta trasferire (insieme con le risorse per sostenerla e gestirla) verso altri enti.

La legge Delrio ancora con i commi 92 e 96, lettera a), del suo articolo 1 era più o meno su questa lunghezza d’onda.

Poi, la legge 190/2014 ha modificato radicalmente il quadro, immaginando che alla riduzione di 3 miliardi della spesa già ottenuta e senza nemmeno abolizione delle province, si dovesse aggiungere una progressione geometrica costante triennale di ulteriori riduzioni di spesa di 1 miliardo nel 2015, 2 nel 2016 per giungere ad una riduzione a regime di 3 miliardi nel 2017. Il che, tradotto in modo molto semplice, significherebbe ridurre il volume di spesa delle province dai poco meno di 9 del 2014 a 6. Il tutto, senza che esista più alcuno studio o evidenza scientifica capace di dimostrare che sia possibile sostenere le funzioni di competenza provinciale, fino a soli due anni fa stimate in 9-10 miliardi circa, con soli 3 miliardi.

In effetti, la legge 190/2014 ha creato un vero e proprio buco nella contabilità pubblica, pari proprio a 3 miliardi, per circa una metà a carico delle province, per la restane parte a carico delle regioni, cui è stato affibbiato l’onere di riordinare le funzioni non fondamentali, ma a valere sulle proprie risorse, senza poter contare, cioè, sul trasferimento delle risorse che finanziavano le province.

Un gioco al massacro, del quale non si avvantaggia nessuno, se non lo Stato che nel 2015 sequestra alle province 1,6 miliardi circa, provenienti prevalentemente dall’imposta provinciale sull’assicurazione RC auto, posta a garantire che le province versino effettivamente le somme loro imposte dalla combinazione delle leggi finanziarie 2012 e 2014.

Lo spiega l’articolo di Trovati del Il Sole 24 Ore: “Quest’anno gli italiani pagheranno 3,7 miliardi di tasse alle Città metropolitane e alle Province. Gran parte di questo conto sarà a carico degli automobilisti, chiamati a versare 3,4 miliardi tra addizionale sull’RcAuto e imposta di trascrizione, quella che si versa quando si registrano al Pra le compravendite di veicoli: la metà di questi soldi, però, non finirà ai lavori di manutenzione e sicurezza stradale, cioè alla loro destinazione “ufficiale”. Come mai? La ragione è semplice: la competenza sulle strade provinciali, compresi i tanti tracciati storici (la ex statale che collega Torino a Trieste, per fare solo l’esempio più noto) che negli anni lo Stato ha “devoluto” al territorio, resta agli enti di area vasta, ma 1,67 miliardi andranno dritti al bilancio statale”.

Infatti, l’inchiesta di Report ha dimostrato che la manutenzione sulle strade praticamente non si fa più. E da ben prima della legge 190/2014, che ha solo aggiunto il sale sulla ferita inferta alle province dalle regole del patto di stabilità, le quali da 4 anni circa ingabbiano la possibilità di effettuare spese in conto capitale. Proprio quelle destinate a due funzioni fondamentali, come la manutenzione delle strade e delle scuole, inferendo, dunque, su servizi direttamente incidenti ed in modo rilevantissimo sulla carne viva dei cittadini.

Come è potuto avvenire tutto questo? Ne dà conto Il Sole 24 Ore: “Il fenomeno si spiega con le manovre che si sono stratificate in questi anni sui bilanci locali, fino alla richiesta miliardaria presentata a Città metropolitane e Province dall’ultima legge di stabilità. Tecnicamente non si tratta di “tagli”, perché i vecchi trasferimenti statali sono stati azzerati da tempo e i conti provinciali poggiano solo sulle tasse chieste agli automobilisti e, in misura largamente inferiore, agli altri cittadini che pagano la tassa rifiuti (l’addizionale provinciale vale poco meno di 300 milioni all’anno). Le manovre, quindi, non «tagliano» ma «prelevano» quote crescenti di tasse locali per portarle allo Stato”.

Ce ne sarebbe abbastanza per chiedere non solo di fermare la follia di questa riforma, ma far intervenire la Corte dei conti e rilevare le responsabilità di simile Caporetto.

Tra queste responsabilità, non manca certo quella della Sose, ben rappresentata da quanto segue: Y= (bo+b’1p)M + b’2M.

E’ la formula con la quale la società incaricata dal Governo di verificare fabbisogni e costi standard ha “sintetizzato”, nella sua “nota metodologica” il modo di computare i costi standard per le funzioni fondamentali. Ricordiamo che Albert Einstein, per sintetizzare la ben più complessa teoria della relatività produsse la celeberrima equazione E=mc2, infinitamente più semplice, nella sua straordinaria complessità.

La Sose è entrata a gamba tesa nella questione della riforma o, meglio, è stata fatta entrare. Proprio perché, come si è visto sopra, non si è fatto riferimento ai dati ed ai numeri, si è voluto ammantare la decisione presa a tavolino di ridurre la capacità di spesa delle province oltre qualsiasi soglia di tollerabilità, senza per altro nemmeno riuscire a ridurre le tasse a carico dei cittadini, mediante rilevazioni matematico-statistiche letteralmente volte a dimostrare la sostenibilità di una progressione quasi geometrica della riduzione della spesa delle province.

Torniamo per un attimo all’articolo di Trovati: “il problema è sostanziale, perché il “federalismo al contrario” che è stato edificato mattone dopo mattone non si limita a confondere i contribuenti, chiamando “municipali” o “provinciali” tasse che finiscono allo Stato, ma produce più di un paradosso. A danno dei contribuenti. Per capirlo bisogna tornare ai numeri. Sono numeri ufficiali, elaborati dalla Sose (la società per gli studi di settore che è stata incaricata di studiare con le amministrazioni locali anche i “fabbisogni standard” di Comuni, Città metropolitane e Province) e scritti nella nota metodologica presentata dal Governo per illustrare la distribuzione dei sacrifici20i5fraglienti di area vasta. Importante è il punto di partenza. Anche se la legge di stabilità non avesse chiesto un euro in più, il fondo «di riequilibrio» delle Province, vale a dire lo strumento con cui secondo il federalismo i territori più ricchi dovrebbero aiutare quelli più poveri, sarebbe stato negativo per 772 milioni: questi soldi, cioè, sarebbero stati versati direttamente allo Stato. La manovra aggiunge un carico da 900 milioni (più altri 100 chiesti agli enti delle Regioni autonome, che però non partecipano direttamente alla prima fase della “riforma”) e porta quindi a 1,672 miliardi il “canone” che sindaci delle Città metropolitane e presidenti di Provincia devono pagare quest’anno”.

Il Sole 24 Ore parla apertamente di “federalismo al contrario”. Proprio come Bernardo Iovene nella sua inchiesta di Report, della quale riportiamo qui un breve stralcio della trascrizione, tratta dal sito della Rai: “BERNARDO IOVENE

Adesso, lei che sta da quest’altra parte, state facendo la stessa cosa?

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

No, no, anzi il contrario. No, no, no, no. No, no. Scusi, attenzione. Io da presidente

Anci dicevo tre cose: a) le funzioni vanno attribuite ai comuni; b) ognuno sappia le

cose che deve fare; c) per le cose che devo fare, devo metterci le risorse. Tutte e tre

le cose le confermo.

BERNARDO IOVENE

Le risorse mancano!

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Non è vero, non è vero!

BERNARDO IOVENE

Un’ultima slide le faccio vedere.

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Ma scusi, ma…

BERNARDO IOVENE

Sempre di Milano. Guardi qua, guardi qua.

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Anche i calcoli della SOSE ci dicono il contrario.

BERNARDO IOVENE

Il 47% delle tasse proprie della Provincia di Milano, cioè Ipt e Rc Auto, vanno allo

Stato; cioè, il contrario del federalismo.

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

No, adesso… questo qua.. cosa dice? Il 47% delle entrate correnti della città

metropolitana… questa tabella la vedo adesso..

BERNARDO IOVENE

Sì, sì.

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Quindi mi lasci il tempo di guardarla.

BERNARDO IOVENE

Su 360 milioni che arrivano, il 47% va allo Stato, ve lo trattenete voi, praticamente.

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Fa parte dei tagli. E comunque è evidente che noi stiamo chiedendo a questi enti di

diventare tutti più leggeri e tutti più efficienti. No? É una vera…

BERNARDO IOVENE

Però è il contrario del federalismo quello, insomma. E non contraddice la sua stessa

legge il fatto che le entrate proprio vanno allo Stato?

GRAZIANO DELRIO – MINISTRO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

No, no: non contraddice il federalismo. Nel senso che, e non contraddice la legge nel

senso che: io ti ho dato delle funzioni, se tu hai 100 milioni di entrate e per le tue

funzioni ne hai bisogno di 20, gli altri 80 devono far parte di un processo complessivo.

Che è il ragionamento. Questo è il tema”.

Insomma, un federalismo nel quale invece di essere lo Stato a far sì che le autonomie trattengano presso di sé le risorse per i servizi, sono utilizzate come mammelle da cui lo Stato ottiene risorse per le proprie spese, senza alcun vantaggio fiscale per i cittadini.

E la parte del leone chi la fa? La politica, assumendosi la responsabilità delle decisioni? No, la Sose, una società che mediante formule astruse cerca di dimostrare l’indimostrabile, cioè che sia possibile continuare a ridurre la spesa delle province, anche oltre i confini di qualsiasi sostenibilità.

Esemplare il passaggio dell’inchiesta di Report riguardante l’intervista all’amministratore delegato della Sose, che vale la pena di riportare:

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO

Ma chi ha fatto i conti? La SOSE, è la società del ministero delle Finanze, che

conferma i dati e sostiene anche che in alcune province i soldi addirittura avanzano,

per aiutare quelle più povere.

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Sostanzialmente il sistema sta in equilibrio.

BERNARDO IOVENE

Giusto per curiosità: dove è che avete trovato che hanno più soldi rispetto a quello

che spendono? In quale Provincia?

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Questo non, non abbiamo la graduatoria adesso.

BERNARDO IOVENE

No, però lei mi sta dicendo che ci sono delle Province a cui avanzano i soldi che

potrebbero darle ad altre Province?

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Sì.

BERNARDO IOVENE

Senta, io però le devo dire che lei mi sta raccontando un film che io sul campo non ho

visto. Ma voi siete andati nelle province a sentire gli amministratori, a vedere i bilanci?

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Stiamo andando adesso.

BERNARDO IOVENE

Questo lo avete fatto sulla carta allora, non sul campo questo studio.

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

No: questo studio lo abbiamo fatto sulla base dei dati effettivi. Non è che ci facciamo

della teoria.

BERNARDO IOVENE

Compresi i tagli? Avete calcolato i tagli?

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Abbiamo tenuto conto di quelli del 2015.

BERNARDO IOVENE

Cioè, per voi quella legge è applicabile allora?

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Per il 2015 è applicabile.

BERNARDO IOVENE

È applicabile..

GIAMPIETRO BRUNELLO – AMMINISTRATORE DELEGATO SOSE

Per il 2015”.

Iovene è stato abilissimo nel far ammettere all’amministratore delegato della Sose di aver fatto i conti senza nemmeno sapere bene come siano messe le province e cosa facciano. E, soprattutto, Iovene ha fatto ribadire due volte al Brunello che la riforma è applicabile nella realtà solo per il 2015, mentre per gli anni 2016 e 2017, dunque, non lo è.

Sta di fatto, invece, che nemmeno nel 2015 la manovra finanziaria sulle province è sostenibile, perché, appunto, la requisizione delle risorse compiuta dallo Stato sottrae loro del tutto la possibilità non solo di gestire le funzioni non fondamentali (che per altro resteranno certamente a carico loro e dei loro bilanci sconquassati per tutto l’anno data l’inerzia delle regioni nel riordinare le funzioni), ma persino quelle fondamentali.

E l’attuale Ministro delle infrastrutture viene pizzicato da Iovene ad ammettere, a sua volta, che per gli anni futuri ci sono problemi e che il Governo non ha ancora ben chiaro cosa deve fare:

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO

In tutta questa confusione su personale e servizi salta fuori che la maggior parte delle

province sono in squilibrio finanziario. Non è che qualcuno ha sbagliato a fare i conti?

GRAZIANO DELRIO – MINISTERO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Io come Stato mi assumo la mia responsabilità. Se le province e le città metropolitane

mi dimostreranno che le mie funzione statali sono sotto finanziate noi ci dobbiamo

impegnare a finanziarle. Perché i cittadini non devono pagare la confusione”.

Ma, come? La Sose non aveva dimostrato che la requisizione delle risorse alle province era pienamente sostenibile (ma solo per il 2015)? Cioè, un Governo rinuncia a decidere da sé, rimette ad una propria società la determinazione empirica della sostenibilità dei tagli, ma si riserva di far dimostrare alle province che essi tagli non sono sostenibili?

Cosa aspetta, Delrio e il Governo, che le province vadano necessariamente in dissesto finanziario, evento futuro ma certo, per avere la dimostrazione di aver sbagliato i conti ed aver effettivamente fatto pagare caro ai cittadini il caos?

L’articolo de IlSole24Ore si correda della tabella che, grazie agli studi della Sose, evidenziano quanto le province debbono versare allo Stato, combinando al prelievo forzoso della legge 190/2014 (già di per sé insostenibile) le elucubrazioni della Sose, che pesano per altri 800 milioni circa. La Provincia di Verona, per esempio, nel 2015 è chiamata a versare alle casse dello Stato 38,2 milioni, su una spesa corrente complessiva di circa 80 milioni, il 47,75%! E’ evidente che per questa strada l’ente non potrà che andare in dissesto e denegare i servizi ai cittadini, come tutte le altre province, in varia proporzione.

C’è da chiedersi se di fronte a queste evidenze il Ministro Delrio ed il Governo abbiano ancora bisogno di studi, ricerche di economisti, note della Sose o di chiunque altro, per rendersi conto delle conseguenze disastrose della riforma. Conseguenze che potevano essere largamente conoscibili e prevedibili già anni e anni addietro.

 


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