Con questo intervento intendo commentare la proposta di legge sui liberi consorzi e città metropolitane all’esame dell’ARS, alla luce della mia esperienza di Presidente della Provincia di Ragusa e di quella di Sindaco di Ragusa.

Le varie forze politiche e gli esponenti istituzionali hanno montato una grande campagna mediatica sulla eliminazione delle province e sui conseguenti grandi risparmi dei costi della politica; abbiamo a lungo documentato che il “costo della politica” era appena l’ 8 per mille della spesa complessiva, ma non siamo stati creduti.

Nel resto d’Italia è stata quindi approvata la legge Delrio che ha ridotto le competenze delle province ed ha fissato l’elezione di secondo grado per gli organi di governo da svolgere a titolo gratuito, tutto in attesa della riforma costituzionale per la definitiva soppressione.


Vi è quindi un minimo di razionalità in un percorso legislativo, anche se personalmente non condiviso. Certo fa effetto assistere  al disagio di tutti i dipendenti che in gran parte devono essere messi in mobilità verso altri Enti o leggere titoli di giornali, come quello di qualche giorno addietro su “Il Messaggero” Province, costi fuori controllo a un anno dal congelamento; questo però hanno deciso i nostri legislatori nazionali!

E in Sicilia invece cosa succede?  Succede quello che è sempre accaduto nella terra dei gattopardi: cambiare tutto per non cambiare niente, anzi nel nostro caso (come cercherò di dimostrare) per peggiorare la situazione.

Siamo partiti dell’annuncio televisivo del Presidente Crocetta che poneva la Sicilia in prima fila per l’abolizione delle province e siamo ora arrivati al testo del disegno di legge all’esame d’Aula che dice ben altre cose.

Un articolo di qualche giorno fa dell’amico Massimo Greco titolava: In Sicilia le province sono soppresse, anzi no, sono potenziate. In verità è proprio così.

Anche per le città metropolitane e per la loro istituzione in Sicilia si è fatto un gran parlare, si sono prospettate grandi possibilità di finanziamenti europei e con questo spirito, anche se lo Statuto non le prevede, si istituiscono ben tre città metropolitane a fronte delle nove istituite nel resto d’Italia e senza tenere in alcun conto delle diversità geomorfologiche, culturali e socio economiche  esistenti all’interno delle rispettive province .

L’altro aspetto positivo che si è sbandierato è quello della libera determinazione dei comuni nell’aggregarsi tra loro, senza tener conto delle vecchie circoscrizioni provinciali; anche qua la recente esperienza ha mostrato che solo quattro comuni hanno fatto scelte in questa direzione.

Riprendendo il tema del mio intervento, posso quindi ripetere che luci, in questo progetto di riforma, ne vedo poche, mentre sono parecchie le ombre e cioè le criticità e le incongruenze.

Proverò a descrivere quali sono , a mio avviso, le più importanti.

Partiamo dalle funzioni attribuite a questi “nuovi “ Enti; dalle funzioni attribuite alle province regionali dalla L.R. n. 9 del 1986 vengono stralciate, attribuendole ai comuni, le competenze relative agli Istituti scolastici di II° grado , i servizi sociali (si presume quindi anche il sostegno scolastico ai portatori di handicap), la promozione ed il sostegno a manifestazioni artistiche, culturali, sportive e di spettacolo.

In compenso ai liberi consorzi viene affidata l’approvazione degli strumenti urbanistici dei comuni, la pianificazione dei servizi di trasporto pubblico, il sostegno e lo sviluppo dei Consorzi universitari, l’organizzazione dello sviluppo turistico e l’organizzazione e gestione dei servizi, nonché la localizzazione e realizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti e di depurazione delle acque, quando i comuni non possono provvedervi.

La notazione importante è che  entro un anno dall’entrata in vigore della legge, la Regione potrà conferire a liberi consorzi e città metropolitane  le funzioni finora svolte dall’IACP, la vigilanza sui Consorzi di bonifica e la motorizzazione civile.

Tutti questi mutamenti di funzioni avverranno con Decreti del Presidente della Regione e, nelle more, tutte le funzioni attribuite alle ex province regionali continueranno ad essere esercitate dai liberi consorzi e dalle città metropolitane!

Altro che svuotamento di funzioni come ha previsto la legge Delrio! Vi è viceversa un impinguamento ed un potenziamento di questi enti territoriali di area vasta che avranno, come previsto dall’art.1 del disegno di legge, una loro autonomia statutaria, regolamentare, organizzativa, amministrativa, impositiva e finanziaria.

Chi, come me, ha avuto l’onore e l’onere di reggere il governo della propria provincia può ben testimoniare l’impegno a tempo pieno richiesto per una tale funzione. Il disegno di legge in itinere prevede invece che il presidente del libero consorzio e il sindaco metropolitano vengano eletti con una un’elezione di 2° grado tra i sindaci del territorio.

Se questo tipo di elezione si può ancora capire per gli Enti previsti dalla Delrio, che, come sappiamo, sono stati sufficientemente “alleggeriti”, non si può certo capire per i liberi consorzi e le città metropolitane  previste da questo disegno di legge, che si annunciano ben più complessi delle ex province regionali.

Un sindaco che, vi assicuro, ha il suo bel da fare per amministrare il proprio comune, non potrà infatti assicurare al nuovo Ente il tempo necessario allo svolgimento delle tante funzioni previste e poi, sinceramente, penso che per il naturale “affetto” che nutre per il proprio comune, non potrà mai essere veramente super partes nello svolgimento del suo compito .

Vi è poi l’importante questione della stabilità amministrativa: se il sindaco o l’assessore decadono per qualsiasi ragione dal loro incarico in Comune, decadono anche da Amministratori del nuovo Ente e questo si tradurrà in cambi di guardia che sicuramente influiranno negativamente nella programmazione e gestione dello sviluppo del territorio. Senza contare poiche inevitabilmente,al mutare delle maggioranze nei comuni, si avranno nuovi equilibri politici nelle Assemblee e conseguenti possibili cambi alla guida del libero consorzio e della città metropolitana.

Tra l’altro nell’Assemblea non è previsto alcun “peso” nella rappresentanza dei Sindaci: uno vale uno, sia il sindaco della grande città, sia il sindaco del più piccolo comune.

Un ulteriore criticità potrebbe poi derivare dal fatto che, senza un’elezione diretta del Presidente del Libero Consorzio, verrebbe meno l’automatico riconoscimento di autonomia locale a livello europeo, previsto  dalla Carta Europea delle Autonomie Locali, firmata a Strasburgo il 15/10/1985 e ratificata con la legge n.439 del 1989, e ciò farebbe venir meno la facoltà di accesso diretto ai programmi ed ai fondi europei.

L’elezione di 2° grado costituisce comunque un vulnus, una espropriazione della democrazia, in assoluto contrasto con quanto previsto dall’art.2 del disegno di legge in discussione ove si legge che gli Statuti dei nuovi Enti devono disciplinare gli “istituti di partecipazione dei cittadini” e “le forme di democrazia partecipativa con modalità che assicurano il rispetto della partecipazione dei cittadini residenti e delle comunità locali nelle decisioni di loro specifico interesse”.

Appare anche alquanto complessa e di remota e difficile attuazione la timida apertura prevista per l’elezione a suffragio universale del Presidente e del Sindaco metropolitano, poiché è condizionata alla sua previsione nello Statuto (che dovranno approvare i Sindaci!) e comunque a partire dal primo rinnovo delle cariche, e quindi dopo quattro anni; se poi, in Sicilia, non sarà stata la maggioranza della popolazione  dei consorzi e delle città metropolitane a volere l’elezione diretta, la Regione non farà una legge per tutti ed avremo quindi, nella stessa Regione Enti con l’elezione diretta ed Enti con quella di 2° grado!

Mentre in un primo tempo era stata stabilita, in analogia alla legge Delrio, la gratuità di tutte le cariche, adesso si torna a più miti consigli, prevedendo per il Presidente del libero consorzio una indennità pari a quella del sindaco del comune capoluogo (esattamente come per le ex province), da cui viene detratta la indennità goduta come sindaco nel proprio comune; solo se la figura del Presidente coincide con quella del sindaco del capoluogo, quest’ultimo si vedrà impinguare l’indennità di un ulteriore 20%, praticamente qualche centinaia di euro.

Penso che i dipendenti, con questa stesura del disegno di legge,dovrebbero essere sottratti alla decurtazione prevista dalla Delrioe questo certamente è un fatto positivo; non è positivo invece il fatto che tre anni di commissariamenti delle ex province, con una ordinarissima amministrazione, hanno costretto tante belle professionalità, maturate in anni di impegno nelle strutture amministrative delle province, a far languire il loro impegno, vista la assoluta mancanza di risorse e di amministratori capaci di ascoltare le esigenze del territorio e di farsene carico.

E’ inevitabile, anche dopo l’approvazione di questa legge ein attesa della sua attuazione,la proroga dei commissariamenti ancora per diverso tempo.

Ci chiediamo tutti, a fronte di questo impianto della legge, se non era il caso, come gli ex presidenti delle province abbiamo ripetutamente chiesto in tutte le sedi, di modificare la legge 9 del 1986, attribuendo le nuove funzioni e prevedendo la sostituzione del consiglio provinciale con l’assemblea dei sindaci; a volte però i nostri legislatori amano complicare le cose semplici e di buon senso.

La speranza, poiché l’ottimismo non deve mai abbandonarci, è che il nostro legislatore regionale, in un sussulto di ragionevolezza politica, possa ulteriormente emendare il testo al suo esame, fugando le criticità che mi sono permesso di esporre, restituendo agli Enti di governo di  area vasta la funzionalità e l’efficienza necessarie per adempiere compiutamente ai compiti cui sono chiamati.

 


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