Domenica, una folla incredibile e oltre ogni capacità di misurazione ha invaso i viali di Parigi. Atei, cristiani, musulmani, ebrei e laici, nessuno escluso a gridare in coro con “Je suis Charlie” la propria vicinanza al popolo francese, ai famigliari delle vittime alla strage di Charlie Hebdo. Un fiume umano contro qualsiasi forma di terrorismo e di repressione alla libertà individuale.

Alla testa della manifestazione, o forse in maniera un po’ distaccata per ragioni di sicurezza, quaranta tra ministri e capi di Stato, arrivati nella capitale transalpina per dimostrare il proprio cordoglio alla nazione francese e ai suoi storici ideali mai così minati dalle fondamenta.

C’erano proprio tutti: il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker, il premier italiano Renzi, quello inglese David Cameron, più i presidenti di Israele e Autorità palestinese, a marciare fianco a fianco contro il terrorismo, nelle persone di Benjamin Nethanyahu e Mahmud Abbas. Oltre a questi, si sono dati appuntamenti a place de la Republique anche personalità e ministri di altre nazioni, di varia provenienza geografica e culturale. Insomma, il mondo, domenica, si è ritrovato a Parigi per unirsi contro ogni forma di terrorismo. C’era, però, un’assenza che non poteva in alcun modo passare inosservata: tra i due milioni in marcia a Parigi, non erano presenti né Barack Obama, né il suo vice Joe Biden e tantomeno il Segretario di Stato John Kerry.


Interrogativi e perplessità hanno accolto la decisione della Casa Bianca di disertare con le maggiori autorità una giornata già entrata nella storia recente delle relazioni internazionali, unita strettamente con un filo rosso ai tragici attentati dell’11 settembre 2001 a New York.

Perché Obama non era a Parigi

In forma ufficiale, da Washington non è ancora arrivata alcuna motivazione per giustificare il mancato raggiungimento di Parigi da parte delle massime cariche federali. Sicuramente, è trapelato un po’ di risentimento per non aver dimostrato, con la propria presenza, vicinanza al presidente Hollande e i suoi concittadini.

Nei suoi interventi della settimana, Obama ha più volte incoraggiato il popolo francese a non cedere di fronte alla minaccia del terrorismo, ricordando come la Francia sia “il più antico alleato” degli Stati Uniti d’America.

Ma qualsiasi dimostrazione di solidarietà verbale, passa inevitabilmente in secondo piano una volta che le telecamere hanno passato in rassegna i volti di tutti i leader mondiali eccetto uno, proprio in rappresentanza della nazione che ha fatto della lotta al terrorismo e della sicurezza interna e internazionale la propria bandiera nell’ultimo decennio.

Sicuramente il govenro americano non ha compreos la portata dell’evento, ma alcune ragioni più profonde, circa l’assenza di Obama, Biden e Kerry a Parigi possono essere colte nell’atteggiamento che i due Paesi hanno nel rapporto con i musulmani e la fede in generale, con la satira di cui si faceva portavoce il giornale vittima della strage e, non ultimo, nella politica estera spesso divergente.

La satira. Charlie Hebdo è frutto di una cultura dissacrante e provocatoria, sorta nel maggio francese di fine anni ’60, che in America non ha mai attecchito per ragioni storiche. Le provocatorie vignette pubblicate settimanalmente sul magazine francese non troverebbero ragion d’essere nel dibattito americano, dove il rispetto per le altre culture si realizza in una maggior continenza verbale ed espressiva. Nella patria del politically correct, dove la religione riveste ancora un’importanza molto diffusa anche nella sfera pubblica a differenza dello scenario di iperlaicità francese, non potrà mai essere visto di buon occhio un giornale in cui si ridicolizza indistintamente qualsiasi credo e le sue figure più sacre.

Si dirà, però ciò non giustifica alcuna forma di violenza. E ovviamente, è così. Forse, allora, a convincere Obama e il suo staff di non partecipare alla manifestazione parigina, allora, potrebbero essere intervenuti gli interessi in conflitto che, malgrado le dichiarazioni di facciata, riguardano Usa e Repubblica francese. In particolare, in Libia, dove l’amministrazione americana ha registrato uno dei più cocenti fallimenti della politica estera, sono i francesi, pur nella situazione fortemente instabile, ad aver tratto maggior giovamento dalla caduta di Gheddafi e a guidare tuttora la lotta contro enclaves filo jihadiste.

Cosa dire, poi, della guerra in Iraq, a cui la Francia si oppose fin dagli albori, una colpa – agli occhi dei francesi – oggi ancora più grave, per il caos che ne è scaturito – Isis innanzitutto. Non va poi dimenticata la situazione della Palestina, con il Parlamento francese che si è favorevolmente espresso verso la costituzione di uno Stato autonomo, questione su cui gli Usa non hanno mancato di appellarsi al proprio potere di veto nel Consiglio di Sicurezza Onu.

Ebbene, di ragioni per non prendere parte alla marcia di domenica, Barack Obama ne aveva più di una. Ma colpisce come, alla fine, abbiano prevalso queste ultime, a discapito delle basi comuni di fratellanza,  democrazia, libertà e lotta contro ogni forma di violenza che dovrebbero unire Francia e Usa, oltre a un’esposizione mediatica senza pari. Un errore mal calcolato, di cui, probabilmente, a Washington si sono già amaramente pentiti.


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