Ieri il Partito democratico si è riunito in una delle direzioni più delicate della sua storia recente, con il dibattito tutto imperniato sulla questione del Jobs Acte d dell’articolo 18.

Il premier Matteo Renzi, che spinge per il superamento delle barriere ideologiche della sinistra, ha invitato i compagni di partito a rompere i vecchi tabù, mentre dall’altro lato a rubare la scena è stato Massimo D’Alema, tornato in pista più battagliero che mai.

Alla fine, l’opposizione interna non ha trovato l’accordo su cui trattare con il premier e a schiacciante maggioranza è stato approvato questo ordine del giorno che dovrebbe costituire la posizione del Pd sul tema Jobs Act. Ora, la prova del voto in Senato per il testo con l’emendamento del governo.

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L’ordine del giorno sul Jobs Act

Approvando la relazione del Segretario, il Partito Democratico non può perdere questa occasione per realizzare un mercato del lavoro che estenda i diritti e le tutele a quei lavoratori che oggi non li possiedono e dove nessuno sia più abbandonato al proprio destino.

Intendiamo raggiungere questo obiettivo con una riforma di sistema che
estenda i diritti nel rapporto di lavoro a chi oggi non ne ha di adeguati e universalizzi le tutele nella disoccupazione;
aumenti la produttività favorendo la mobilità dei lavoratori verso impieghi che migliorino il loro reddito e le loro prospettive, senza scaricare solo su di loro i costi di questo aggiustamento.

Per questo sosteniamo il Governo a guida del Partito Democratico a mettere immediatamente in campo strumenti coerenti con questi obiettivi.

1. Una rete più estesa di ammortizzatori sociali rivolta in particolare ai lavoratori precari, con una garanzia del reddito per i disoccupati proporzionale alla loro anzianità contributiva e con chiare regole di condizionalità attraverso un conferimento di risorse aggiuntive a partire dal 2015.

2. Una riduzione delle forme contrattuali, a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro., favorendo la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti, nella salvaguardia dei veri rapporti di collaborazione dettati da esigenze dei lavoratori o dalla natura della loro attività professionale.

3. Servizi per l’impiego volti all’interesse nazionale invece che alle consorterie territoriali, integrando operatori pubblici, privati e del terzo settore all’interno di regole chiare e incentivanti per tutti.

4. Una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità, abolendo la possibilità del reintegro. Il diritto al reintegro viene mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie.


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