Il Governo Renzi intende dare un nuovo impulso alla dismissione delle società partecipate dagli Enti locali, nell’ambizioso tentativo di rilanciare l’economia nazionale e recuperare il tempo perduto

Il c. d. “decreto sblocca Italia” in fase di studio da parte del Governo sembra contenere novità rivoluzionarie per le società partecipate dagli Enti locali, con una serie di vantaggi per i vari soggetti e di stakeholder che, a diverso titolo, gravitano nell’orbita dei servizi pubblici locali.

Nello specifico, l”allegato 12” al decreto in esame si propone di allungare ex lege le scadenze delle concessioni dei servizi in gestione a tali società per un periodo superiore a 22 anni (ossia fino all’anno 2036!), con l’obiettivo di incrementare sensibilmente il valore patrimoniale degli organismi partecipati, in vista dell’ingresso di investitori privati nel settore.

La “durata lunga” degli affidamenti scatterebbe in automatico all’avverarsi di una delle seguenti condizioni:

a)     quotazione in Borsa della società interessata almeno il 60% del relativo capitale;

b)     quotazione del 25% del capitale sociale, con l’ingresso concomitante di un partner europeo per un’ulteriore quota del 25%.

Lo scenario descritto prevede che il processo di dismissione porti con sé, in ogni caso, un contestuale processo di privatizzazione dei servizi locali erogati dalle ex municipalizzate alla popolazione stanziata sul territorio, con le aspettative di un miglior impiego di risorse pubbliche e di uno standard più elevato dei servizi offerti, sotto il profilo del rapporto qualità/prezzo.

Secondo le intenzioni governative, dunque, il provvedimento è finalizzato ad aumentare l’efficienza nella gestione delle infrastrutture e dei servizi urbani grazie all’introduzione di procedure competitive trasparenti e capitali di natura privata, con l’importante fine di dare impulso al sistema produttivo nell’attuale momento storico, caratterizzato una grave e persistente crisi economica.

L’iniziativa in programma – qualora confermata in sede di approvazione del decreto e della relativa conversione in legge – vorrebbe riprendere con miglior fortuna, ma in altra forma, l’obbligo generalizzato di dismissione delle società partecipate, dapprima introdotto (infruttuosamente) con l’art. 14, comma 32, del DL n. 78/2010 e con l’art. 4 del DL n. 95/2012, e in seguito completamente azzerato con la legge di stabilità 2014 (legge n. 147/2013).

Nelle circostanze odierne, la privatizzazione delle società pubbliche non formerebbe più oggetto di un obbligo giuridico, ma verrebbe piuttosto a costituire un incentivo con benefici per tutti gli attori in gioco, e precisamente:

1)     per gli Enti locali, che potrebbero “fare cassa” con i proventi delle partecipazioni azionarie alienate;

2)     per gli investitori privati, che potrebbero rilevare la gestione di servizi remunerativi, con l’ulteriore vantaggio di poter realizzare importanti infrastrutture e opere pubbliche;

3)     per le società specializzate di consulenza e gli istituti di credito, nella veste di soggetti rispettivamente coinvolti per l’assistenza tecnico-amministrativa ai soci pubblici nel disimpegno delle procedure, e per il finanziamento agli investitori;

4)     per i cittadini, in qualità di utenti finali dei servizi pubblici, la cui valenza strategica è fuori discussione per per la vita del territorio.

Tutto bene, dunque, per la nuova piattaforma di lancio?

È difficile, purtroppo, rispondere positivamente a questa domanda, per la consueta discrasia che di regola si verifica tra la concreta realtà dei fatti e le prospettive di sviluppo pianificate a tavolino, senza dare corso a un’adeguata consultazione dei soggetti territoriali interessati e a una valutazione ponderata dei molteplici interessi in gioco.

Il legislatore è più volte scivolato su questo terreno accidentato, senza però apprendere la lezione e regolarsi utilmente di conseguenza.

A dimostrazione di ciò, si può evocare il recente documento del 7 agosto 2014, rubricato “programma di razionalizzazione delle partecipate locali”, e predisposto dal Commissario straordinario per la revisione della spesa Carlo Cottarelli, in esito all’incarico conferitogli dal Governo con il DL 66/2014, convertito in legge n. 89 del 23 giugno 2014.

In tale piano è affermata l’esigenza di ridurre drasticamente gli organismi partecipati, per contenere la spesa pubblica e garantire una migliore azione di governo sul territorio, capovolgendo così la prospettiva strategica che, alla fine del secolo XX, aveva spinto il legislatore a incentivare l’esternalizzazione di funzioni e servizi, con l’intento apodittico, ma indimostrato, di incrementare l’efficienza organizzativa della PA.

In altre parole, se le grandi scelte della politica non hanno alla base presupposti adeguatamente ponderati, esse si rivelano per lo più negative e controproducenti per il benessere sociale, a dispetto dei proclami di utilità pubblica che sempre (tristemente) le accompagnano.

 


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