I cittadini che aiuteranno il Governo a migliorare l’elenco d’idee finalizzate alla riforma della pubblica amministrazione avranno in premio il loro nome pubblicato, in bella mostra, accanto alla proposta.
L’ideona è venuta ad un giornalista presente alla conferenza stampa con la quale il premier, Matteo Renzi, e la ministro, Marianna Badia, hanno esibito il catalogo di progetti contenuti nella “lettera ai dipendenti”.
Il ministro alla Funzione Pubblica l’ha, ovviamente, presa al volo, manifestando qualche perplessità solo in riferimento alla normativa sulla privacy, che c’entrava come il caciocavallo sulla mouse di ciliegie.
Peccato che dalla platea non si sia alzato nessuno a proporre che ai più meritevoli andasse pure una mountain bike o una batteria da cucina o, almeno, una coperta in lana merinos, babbucce eventualmente escluse, in osservanza alla spending review.
Senza entrate nel merito delle proposte contenute nell’enumerazione dettata dal duo Renzi-Madia, quello che colpisce è il metodo usato.
Il Governo non ha presentato un organico disegno di legge ma delle vaghe idee di riforma, decidendo di sottoporle direttamente ai lavoratori.
Punti, idee, concetti e preconcetti, giudizi e pregiudizi, gettati lì nel calderone senza neanche troppa convinzione.
La possibilità di proseguire il rapporto lavorativo, su base volontaria, per ulteriori due anni dopo il raggiungimento della soglia per la pensione, può essere abolita per favorire i giovani, oppure conservata per utilizzare al meglio le esperienze maturate.
Lavoratori e lavoratrici, fateci sapere cosa ne pensate, ma senza impegno.
La motivazione ufficiale, presentata dall’esecutivo, è quella di coinvolgere gli uomini e le donne che lavorano nella Pubblica Amministrazione, ma anche di togliere il tema della riforma dalla campagna elettorale.
“Una riforma contro i lavoratori avrebbe le gambe corte” ha detto il premier. Certo non si può chiedere ai segretari comunali (categoria della quale, purtroppo, chi scrive si onora di fare parte) se vogliono essere aboliti. Se lo si chiede, però, genericamente ai tutti i dipendenti pubblici, qualcuno che ce l’ha con il proprio segretario e scrive che è un fannullone (magari anche a ragione) lo si trova.
Se, poi, magari è uno che “rompe” con tutti questi fastidi dell’anticorruzione e della trasparenza (dei quali il legislatore l’ha appena fatto, di norma, responsabile), le lettere per sua abolizione arriveranno copiose.
I cittadini avranno quaranta giorni di tempo per presentare le proprie proposte, ragionevoli o strampalate, di riforma della pubblica amministrazione. Il Governo ha predisposto anche un indirizzo internet per la consultazione: rivoluzione@governo.it.
Ai sindacati non sono offerti tavoli, ma un “confronto innovativo e l’invito a fare delle proposte” sui punti “concreti e puntuali” avanzati dall’esecutivo.
La cosa si fa seria, molto seria, quando il premier rispondendo ad un giornalista sul confronto diretto con i cittadini, scavalcando le organizzazioni sindacali, chiede provocatoriamente se fosse impedito ad un datore di lavoro di parlare direttamente con i propri dipendenti.
La Repubblica italiana non è un datore di lavoro, come non lo è il Parlamento della Repubblica Italiana né il Governo della Repubblica Italia, quando agisce legiferando con decretazione d’urgenza.
Le procedure di formazione delle leggi non si possono formare con le prerogative e l’ottica del privato datore di lavoro. I rapporti tra il cittadino, anche se dipendente della Pubblica Amministrazione, e le istituzioni rappresentative della Repubblica non possono ricondotte a natura privatistico-contrattuale.
Il concetto è profondamente sbagliato. Il legislatore non è una delle squadre in campo, non è nemmeno l’arbitro della partita ma è chi scrive le regole e la visuale con le quali devono essere scritte non può essere quella di uno dei contendenti ma dev’essere quella dell’interesse generale.
Dopo la consultazione, la riforma diverrà norma con un disegno di legge, che verrà presentato in Cdm il prossimo 13 giugno.
Renzi ha dichiarato che preferirebbe fare un disegno di legge ed evitare il decreto. Magari anche perché giustificare l’urgenza di un provvedimento rinviato di quaranta giorni per fare una consultazione on-line e sottrarlo alla campagna elettore non è proprio facile. Tranne che qualcuno dei cittadini non abbia qualche buona idea anche in merito.


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