Il 27 marzo 2014 è una giornata memorabile per la stampa allineata al Governo Renzi, pronta a cantarne le gesta ad imperitura memoria: è, infatti, il giorno dei commenti alla “storica” approvazione del ddl Delrio di riforma delle province.

Solo che c’è un problema: manca l’oggetto del peana. Lo stesso Gian Antonio Stella, nel suo articolo sul Corriere “Una scorciatoia obbligata per non tornare indietro” non può prodursi in un canto epico e mitico, per restare gioioso ma prudente.

Infatti, cosa ha prodotto il ddl Delrio? L’abolizione delle province? No. Le province restano dove sono, tranne nei 10 territori in cui sorgeranno le città metropolitane che altro non saranno se non province con altro nome e due-tre funzioni in più, ma governate dal sindaco del capoluogo.

Il ddl Delrio non abolisce le province per nulla, perché a questo scopo occorre una riforma della Costituzione che le prevede espressamente come parte necessaria della Repubblica all’articolo 114.

Allora, su cosa potevano puntare i giornali nel comporre i loro inni alla gioia per l’eroica impresa del Senato, che “di sua spontanea volontà” e senza alcuna spinta del Governo col ricatto della caduta e dello scioglimento ha molto volentieri votato il ddl Delrio? Ovvio, sui risparmi.

Ma, anche i giornalisti più entusiasti e giulivi non hanno potuto fare a meno di leggere il contenuto della legge, per esprimere un’opinione in merito. Leggendo i commi dell’articolo uno dopo l’altro, la speranza di reperire una “norma finanziaria” che quantificasse in modo certo i tagli alla spesa svaniva. Fino ad arrivare mestamente alla conclusione del testo, senza aver potuto constatare la presenza della quantificazione di un solo cent di taglio.

Allora, i giornalisti si sono rivolti alla relazione di accompagnamento al ddl. Ma, anche lì, delusione: nemmeno l’ombra di una cifra seria sui risparmi.

Eppure, non si poteva non organizzare un estasiato coro solenne di gioia senza parlare dei “risparmi”.

Allora, i giornalisti hanno cercato. Ma ci sono rimasti male, molto male. Infatti, il Governo “stima” un miliardo ufficiosamente, ma tale cifra non è prevista assolutamente da nessuna parte. Affiora indirettamente nelle slides di Cottarelli. Tuttavia, lo stesso commissario non si fida: e scrive che nel 2016 si potrebbe giungere (senza spiegare come) ad un risparmio di 500 milioni (per prudenza), ma connettendolo all’abolizione delle province e non alla riforma Delrio.

Dunque, quanto ci fa risparmiare Renzi ed il Governo, grazie alla “non più rinviabile” riforma delle province?

I giornalisti, allora, hanno guardato la relazione della Corte dei conti, Sezione Autonomie, del 6 novembre 2013, esposta alla Commissione affari costituzionali della Camera. Peggio che andar di notte. La magistratura contabile spiega che dal ddl Delrio non è possibile trarre alcuna seria indicazione di veri risparmi, se non per 105 milioni, pari alla spesa sostenuta per indennità di presidenti ed assessori e gettoni di presenza per consiglieri. Un po’ pochino. Ma, la Corte dei conti (ovviamente perfida, perché incredibilmente piena di magistrati, assunti per loro insistenza mediante concorso invece che per nomina politica, e colpevoli di avere stipendi inaccettabilmente alti) rincara la dose: siccome parte di quella spesa sono i rimborsi per gli amministratori, in effetti il risparmio totale sarebbe di 89 milioni. Non solo: la Corte dei conti ricorda che la riforma, con tutti i suoi passaggi di funzioni e competenze da un ente all’altro, secondo lo schema a “scheggia impazzita” del caos disegnato da Delrio, vi saranno costi ingenti (non quotati da nessuno) molto probabilmente superiori a qualsiasi risparmio.

Gelo tra i giornalisti corifei, che non sanno più come sciogliere l’endecasillabo o l’esametro trocaico per “laudare” il Principe.

Guardano, ancora, la relazione tecnica del Servizio bilancio del Senato. Un’altra doccia fredda: una stroncatura totale del ddl ed una stima di risparmi sempre inferiore ai 100 milioni.

A questo punto, i giornalisti hanno dovuto prendere una decisione. Utilizzare una cifra “evocativa”, appunto i 100 milioni, tondi, chiari, indicati da Cottarelli, sia pure in totale spregio alle stime ufficiali della Corte dei conti e del Siope, che riporta, per il 2013, una spesa complessiva ancora più bassa: 78 milioni.

Ma, anche la cifra inventata ed irrealistica dei 100 milioni è davvero troppo poco. Occorre darvi sostanza, per far davvero credere che i 10 miliardi promessi per il panem et circenses degli 80 euro in più in busta paga entro maggio (è solo un caso che a maggio vi siano le elezioni europee, ovviamente) siano davvero reperibili con tagli alla spesa pubblica.

Dunque, se una cifra è irrealistica a 100 milioni, che male c’è ad alzarla un po’? Dunque, da qui l’idea dei cantori delle magnificenze del Governo “ultima ed unica alternativa per l’Italia”. Vi aggiungiamo un risparmio di altri 200 milioni, derivante dalle mancate elezioni. Peccato che questo risparmio è solo una tantum, cioè non definitivo, non destinato a produrre uno stabile abbassamento della spesa. E sorvoliamo sul fatto che la spesa sarebbe stata molto inferiore, perché assorbita dalla concomitanza con le elezioni europee, ma soprattutto sulla circostanza che le elezioni, dunque la democrazia, sempre più siano viste come “costo”: quanto più furbi erano, allora, nel 1400 i popoli che avevano re e principi assurti al trono per discendenza dinastica? Bisognerebbe prendere esempio da quei fulgidi modelli di Stato, evidentemente.

Ma, anche quei 200 milioni in più, inventati e comunque non stabili, non bastano. Occorreva una cifra ancor più evocativa, 500 milioni. Dunque, l’altra idea: aggiungere ai 100 milioni irreali e ai 200 inventati altri 200 milioni di risparmio derivanti dall’idea di accorpare anche gli uffici periferici dello Stato.

E non fa niente se il ddl Delrio questi accorpamenti di uffici periferici non li prevede per nulla e, soprattutto, se si tratta di 200 milioni che nulla hanno a che vedere con la riforma delle province, perché lo Stato è un ente autonomo e può decidere quando e come vuole di riorganizzare territorialmente i propri uffici, senza che vi sia alcun vincolo o legame con le province. Nei fatti, poi, che la riorganizzazione dello Stato sia totalmente su un altro piano rispetto alle province lo dimostra il fatto che si pensi a ridurre le sedi periferiche nonostante le province restino ferme e salde lì dove sono.

Però, i giornalisti corifei, nonostante abbiano letteralmente inventato cifre assurde e mischiato pere con mele per giungere a convincere i lettori che il ddl Delrio riesce a far risparmiare 500 milioni, sono soddisfatti. Il loro lavoro, non l’informazione corretta e la ricerca della verità, ma l’indottrinamento del popolo lo hanno compiuto. Un duro lavoro. Ma qualcuno deve pur farlo.

 

 


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5 COMMENTI

  1. Il quantum finanziario è stato utilizzato dalla stampa come principale argomentazione per giustificare l’intervento sulle province. L’articolo, dunque, affronta questa argomentazione, per evidenziare come essa sia falsa. Ma ci aveva già pensato la Corte dei conti.
    Se il meglio è nemico del bene, possiamo comunque tranquillamente affermare che una riforma pessima è certamente peggiore dello status quo. Le riforme spesso si criticano non per gusto o posa, ma perchè sbagliate.
    Ancora, se le provincette negli ultimi tempi sono state create, si tratta di una responsabilità dei governi e dei parlamenti che lo hanno consentito (per altro, le 4 della Sardegna con oneri solo della Sardegna) e la loro incidenza è una frazione percentuale sulla spesa e dunque sui risparmi nulli.
    Infine, come dimostra la circostanza che il Governo stia pensando a ridurre gli uffici periferici senza che le province siano state nè abolite, nè ridotte di numero (idea iniziale del governo Monti), lo Stato può e poteva anche prima definire il proprio assetto periferico in maniera totalmente indipendente dall’assetto istituzionale delle province.

  2. ABOLIRE LE PROVINCE E’ DA PROVINCIALI
    Aveva ragione quel tale che diceva che i giornalisti sono il vero cancro della Nazione. deughis

  3. Credo che riforme di tal genere non possano essere parametrate sempre e solo al quantum finanziario. Con tale riforma transitoria viene dato un segnale di rinnovamento verso coloro che vogliono vivere di politica, iniziando la carriera proprio dalla Provincia. E poi gli estimatori che hanno fatto i conti sono proprio tutti neutrali rispetto alla conservazione di certi enti. Peraltro non mi risulta che siano state fatte serie simulazioni partendo dalla (astratta) inesistenza degle Province così come si sono “allargate” negli ultimi tempi. Che dire poi delle tante provincette “create” negli ultimi tempi. Si è considerato che alle province sono legate tante altre alte figure che costano allo stato quattrini che senza province potranno essere eliminate. Si abbia fede nelle innovazioni pensando qualche volta in positivo. E poi ricordiamoci sempre che il meglio è nemico del bene e che cosa fatta capo ha. Con l’ esperienza ci potranno essere anche miglioramenti.

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