In Italia, i professionisti in entrata sono quasi esclusivamente italiani che, nel proprio Paese, non hanno ottenuto l’abilitazione e si sono recati oltre confine in cerca del titolo desiderato. Romania e Spagna sono le terre promesse per gli avvocati che, in Italia, non hanno superato l’esame, ma vi ritornano forti della prova superata in altri Stati dell’Unione europea, in grado, così, di svolgere il lavoro di avvocato come chiunque altro.

Le normative comunitarie sullo stabilimento dei professionisti, ormai è accertato, hanno dato il via a un fenomeno quasi incontrollabile, già ribattezzato degli “abogados”. Le cifre diramate dal Consiglio nazionale forense stanno lì a dimostrarlo, in tutta evidenza.

Addirittura il 92% dei legali iscritti alle liste degli stabiliti in Italia è in realtà cittadino italiano. Un paradosso reso possibile dalla direttiva comunitaria che consente ai laureati di evitare la trafila per l’iscrizione e il superamento dell’esame di avvocato, al solito l’ultimo e più complicato scoglio per arrivare all’esercizio della professione forense.


Secondo i numeri diramati dal Cnf, in tutto gli avvocati stabiliti in Italia sono 3759, di cui 3452 di nazionalità italiana. Tra i connazionali, l’83% ha preso il diploma in Spagna e il 4% in Romania, i due poli più gettonati per i legali senza bollino dell’Esame di Stato, ma comunque equiparati dalla legge.

Naturalmente, il fine della legge europea è quello di favorire la libera circolazione delle professionalità entro i confini dell’Unione, e permettere loro di svolgere il proprio lavoro in tutti gli Stati aderenti. Si tratta, nello specifico, della direttiva 98/5/CE, che l’Italia ha adottato con il decreto legislativo 2 febbraio 2001 n. 96. Anche la professione forense, infatti, come tutti gli altri elenchi presenti in Italia, si è dotata di un registro speciale per l’inserimento dei legali formati in altri Stati europei.

Come evidente, però, sorgono diverse perplessità sugli effetti della norma, come denota il segretario Cnf Andrea Mascherin: “È evidente che queste pratiche falsano la corretta concorrenza tra avvocati nei Paesi Ue, ma soprattutto mettono a rischio i diritti dei cittadini che si affidano a questi professionisti per la loro tutela”.

Questo, finirebbe per tradursi in differenze di non poco conto tra chi si sobbarca dell’intero iter italiano e chi, invece, preferisce percorrere la via straniera, più breve e semplice: “I giovani aspiranti avvocati italiani che seguono la corretta procedura dell’esame di abilitazione sono svantaggiati rispetto a coloro che ottengono il riconoscimento di un titolo acquisito all’estero con scorciatoie e furbizie”.

 


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5 COMMENTI

  1. Ma qualcuno non trova strano che la percentuale di chi supera l’abilitazione,in Italia,non sia mai superiore al 10%? Gli altri sono tutti ignoranti o,piu’ semplicemente,non hanno SANTI IN PARADISO nell’ambito dei vari consigli dell’ORDINE?

  2. “Nondum matura est”…diceva la volpe! Funzionario PA, ho conseguito al 1° tentativo l’abilitazione forense (C.A.Roma), ed assolutamente senza quelle raccomandazioni che – a detta dei poveri (ma di cultura) – i ricchi avrebbero sempre. Non dubito che in tanti avessero al mio esame (come avranno sempre) “vie preferenziali” al superamento, ma ho sempre creduto innanzitutto in me stesso (dote che i lamentosi non hanno…è perciò che sviluppano invidia), nella mia piccola (ma robusta) cultura universitaria, e volendo umilmente dimostrare innanzitutto a me stesso di conoscere quel minimo, sufficiente e pretensibile in tema di diritto, da chi agogna a farsi chiamare “Avvocato”, ma con la dignità però di valerlo! In secondo luogo, rifletto che l’esame di stato è esame di “abilitazione” e non “concorsuale” (implicante, vivaddio, l’esigenza di dover dimostrare di essere un minimo…”habilis” nell’ars; e non, come i poveri di cultura credono, un procedento ad iniziale par condicio, ma necessariamente destinato a risolversi con vincitori e sconfitti). In terzo luogo: un pizzico di fatalismo (i presupposti causali li mettiamo sempre noi; le condizioni dell’esito favorevole prescindono da noi, ma ben possiamo – attraverso la nostra preparazione teorica – minimizzare il rischio di esser colti alla sprovvista). Ancora: si crede con troppa sufficienza, dai poveri, che la “ragion pratica” possa colmare (ed anche pareggiare se non addirittura sopravanzare) la “ragion teorica”. Il teorico (come è successo proprio a me, che di pratica forense ne avevo fatta il minimo indispensabile per l’esame, essendo io invece impegnato nella pratica notarile) può (con intelligenza) colmare (seppur non perfettamente) le proprie lacune pratiche; il pratico non riuscirà invece mai a colmare le lacune teoriche o l’ignoranza culturale che nasconde in sé. Sapere e saper fare NON SONO LA STESSA COSA, checché piaccia crederlo a chi non si sente più in grado (se poi lo sia msi stato) di ristudiare i libri in modo ponderato e riflessivo, rispetto alle veloci esigenze universitarie!! Come l’infermiere espertissimo che sente di valere tanto quanto (se non più) del medico; o il geometra come l’ingegnere; l’idontotecnico e l’odontoiatra; ecc. E’ solo presunzione e superbia! Cavere, agere, respondere, rcco i tratti intrinseci del buon giurista: il teorico possiede tutte queste abilità, perché ne domina i relativi strumenti concettuali; il pratico, per mera esperienza, a mala pena gestisce l’agere! Concludendo: scommettete seriamente su voi stessi, preparatevi (non per altro: per dignità personale!), affrontate in modo semplice, umile ed onesto questa prova; e vedrete che quanto prima il risultato favorevole uscirà!! …..altro che “abogados”, novelle figure di manzoniana memoria!!

  3. Non vedo quale sia il problema. L’avvocato si sente meglio degli abogado? Bene la legge di mercato lo confermerà, tanto semplice. Se non sari fare l’avvocato non c’è titolo che tenga, preso a Firenze o in America. Anzi tu avvocato nazionale dovresti solo essere contento, perché l’abogado sbaglierà la causa e te non solo la vincerai, ma prenderai anche il suo cliente, che abbandonerà subito l’abogado, quindi doppio lavoro e doppio cliente, giusto?
    Oppure, hai paura che lui ha studiato, lui nei tre anni di integrazione ha lottato, si è fatto conoscere e sta imparando la professione bene, e che quindi la causa non la perderà?
    A me pare assurdo, libera concorrenza, gli sa fare l’avvocato avrà clientela indipendentemente da dove ha preso il titolo, come i bar i ristoranti, dove si mangia meglio c’è più gente, perché offrono un servizio migliore.
    La paura è che il cittadino rischierebbe? Bene ma se firmo Abogado la lettera, l’atto il cliente sa bene che sono abogado e non avvocato, su dai!! AL cnf del cittadino non gli importa nulla, forse è solo paura di non riuscire a controllare i praticanti stufi del sistema italiano dove nessuno vede e legge bene i compiti? E tutti davanti a tale comportamento, dove andrebbero se non in Spagna e Romania? Meglio essere bocciati li, che essere bocciati in Italia dove solo pochi compiti vengono letti, e dove si deve mantenere una percentuale di bocciatura perché chi corregge i compiti è proprio un avvocato….

  4. Vorrei ricordare che la parola “criterio” deriva da latino tardo “criterium” che a sua volta deriva dal greco “kritèrion”, da “krino” – “io distinguo”.. infatti, con esso si indicava solitamente il fondamento per incominciare un’attività di distinzione. Il fondamento, in altre parole, non sarebbe altro che il punto di riferimento – [“il paletto”] da cui partire per incominciare appunto a distinguere..

    Ad esempio..
    per capire se una giacca è rossa, ho bisogno di un criterio, nel caso di specie, di un punto di riferimento, ovvero di un modello di giacca in cui appare l’effetto rosso [la frequenza di riferimento]. Una volta che ho il fondamento, posso procedere con le distinzioni; rosso scuro.. rosso scuretto.. rosso scurissimo.. rosso chiaro, rosso chiarissimo.

    In parole povere, è impossibile procedere alle distinzioni senza punti di riferimento; qualsiasi programma informatico/matematico/analitico ha bisogno di punti di riferimento (di criteri) per procedere con le attribuzioni, per incominciare a dare dei valori agli enti..

    Vi assicuro che quello che ho appena rivelato non è ovvio, insomma mi sono bruciato e ho regalato una perla di saggezza, una considerazione assurdamente semplice e per questo fortemente evidente, fortemente sfuggente.

    Uno dei raggiri più vecchi del mondo è quello di accentuare l’identità di un criterio con un aggettivo, giocando su un fenomeno più generalistico per cui le considerazioni molto ingenue e semplici sfuggono all’intelletto; in altre parole, si “camuffa” il criterio, sostenendo che il criterio è una caratteristica..

    (criterio) è (caratteristica)

    Ad esempio..
    date per scontate delle premesse come..

    (criterio) è (caratteristica)
    (caratteristica) è (altezza)
    (criterio) è (altezza)

    Mi invento un concorso dove si vince usando come criterio di valutazione l’altezza, azzardando la considerazione – “Per diventare dei soldati, bisogna essere alti..”

    Ebbene, se nessuno si accorge dello scherzo, potrò molto comodamente scegliere chi mi pare, o farmi pagare per decidere chi far passare o meno, dato che il fondamento (il criterio = ad es. altezza media = 1,75 cm) per la distinzione tra alti e bassi non è stato dato.

    Eccosì via..
    “Per diventare avvocati, bisogna scrivere dei pareri motivato che siano chiari, coerenti, logici, ben argomentati..”

    Eccosì via..
    “Per vincere questa gara di appalto, bisogna essere competenti, capaci, esperti, bravi, etc..”

    Ciò premesso,
    le cose sono due o siamo tutti scemi o siamo tutti in mala fede, perchè se non è ancora ovvio che un criterio non è una caratteristica c’è qualcosa che non quadra..

    Io opto per la prima, in quanto sono anni che speculo su questi fenomeni, siamo (o meglio siete..) proprio scemi.. cioè non lo fate apposta a fare gli scemi, esistono sul serio migliaia di considerazioni al limite dell’idiozia imprendibili per un intelletto nella norma..

    hehe..

  5. Vorrei ricordare che chi supera facilmente l’esame di abilitazione è di solito figlio,nipote,raccomandato da politici o dalla solita casta di vecchi avvocati che non vogliono lasciare il passo alle giovani leve. Nessuna abilitazione ha la stessa difficoltà,neanche medicina,per cui mi sembra giusto che i giovani laureati in giurisprudenza, dopo tanti sacrifici in una Università pubblica Italiana e privi di raccomandazioni,freghino un cattivo sistema e si abilitino come tutti gli altri cittadini europei. Buona fortuna agli abogados.

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