Non molto tempo fa la Corte dei Conti ha rilevato che dal 1989 al 2012 in Italia ben 460 Enti locali hanno dichiarato dissesto finanziario, e che le regioni con il maggior numero di Comuni dissestati sono la Calabria (131), la Campania (121) e il Lazio (43).
Il crac finanziario colpisce gli Enti della penisola a macchia di leopardo, ma il sistema amministrativo locale che si ramifica nella parte meridionale del paese è più esposto al rischio di default, senza risparmiare gli Enti di maggiori dimensioni, quali i Comuni di Napoli, Foggia e Palermo.
Anche il Nord Italia, comunque, avverte i morsi di una crisi economica perdurante, che sta mettendo letteralmente in ginocchio le Amministrazioni locali, come dimostra il caso emblematico del Comune di Alessandria.
Con una delibera del 2012 il Consiglio di detto Ente locale ne ha dichiarato il dissesto finanziario, e in seguito, con il DPR in data 30 agosto 2012, è stato nominato l’organismo straordinario di liquidazione per l’amministrazione della gestione e dell’indebitamento pregresso, nonché per l’adozione di tutti i provvedimenti per l’estinzione dei debiti del Comune.
La relazione della Corti dei Conti – Sezione Autonomie degli Enti Locali – per l’esercizio 2011-2012 ha ricostruito nel dettaglio la storia del tracollo economico-finanziario del Comune di Alessandria attraverso i diversi atti della Sezione regionale della Corte dei Conti, “dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la dichiarazione di dissesto del Comune è stato un atto obbligato dell’Amministrazione”.
Tra buco di bilancio e debito verso terzi, infatti, tale Comune ha accumulato più di 100 milioni di euro in 5 anni di gestione, e la magistratura contabile ha evidenziato l’utilizzo costante di poste straordinarie di natura debitoria per finanziare la gestione corrente.
È singolare che oltre il 60% dei debiti fuori bilancio (per un importo superiore a 26 milioni di euro) sia stato maturato verso le società partecipate dal Comune.
Ciò significa che il Comune riceveva fatture dalle sue società per i servizi resi senza contabilizzare il debito, mentre le partecipate iscrivevano il relativo credito nel loro bilancio.
È poi interessante notare che nella citata relazione la Corte chiude la sua analisi osservando che la vigente normativa delle Autonomie locali ha introdotto “il principio che gli Enti dissestati debbano provvedere da soli al loro risanamento, senza alcun aiuto da parte dello Stato, e ha posto fine alla precedente situazione caratterizzata dal fatto che molti Enti, pur non ricorrendone le condizioni dichiarassero il dissesto, al fine di poter lucrare sugli aiuti da parte dello Stato”.
Tale principio, finalizzato a evitare un “effetto domino” dei dissesti finanziari dal sistema locale a quello centrale, ha reso però più difficile il risanamento degli Enti territoriali in difficoltà, e ha altresì reso gli Amministratori locali meno propensi dichiarare lo stato di dissesto dei loro Enti, aggravando ulteriormente la situazione economico-finanziaria che li affligge.
È perciò ragionevole supporre che la lista ufficiale degli Enti in dissesto non rispecchi l’effettivo numero (probabilmente molto più elevato) di Amministrazioni locali in condizioni critiche, e che nel prossimo futuro il sistema delle Autonomie locali riservi sgradite sorprese per l’andamento dell’intera economia nazionale.
Vale la pena, dunque, ripensare – finché siamo in tempo – al nostro modello di sviluppo a livello nazionale e locale, secondo una logica d’intervento che punti a rivedere il nostro stesso stile di vita, con l’obiettivo di ridurre drasticamente le spese correnti ed evitare così agli Enti di governo il passo più lungo della gamba.


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