Mentre in Parlamento si consumava il voto che ha espulso Silvio Berlusconi dalla vita delle istituzioni, il governo teneva un Consiglio dei ministri rimandato a più riprese, che ha stabilito l’atteso stop alla seconda rata Imu. Tutto bene, dunque, l’imposta immobiliare può dirsi abolita? Non proprio, vediamo perché.

Come noto, dopo il decreto di abolizione della prima rata Imu, restava da trovare la copertura per l’importo che i proprietari immobiliari avrebbero dovuto versare entro il prossimo 16 dicembre. Sembrava un’incombenza marginale nel cammino del governo, concentrato a far digerire alle Camere la ben più corposa e problematica legge di stabilità 2014, frettolosamente approvata al Senato e ora passata a Montecitorio.

Eppure, nel tentativo di trovare la copertura per la seconda rata Imu, l’esecutivo si è imbattuto in un ostacolo più alto del previsto, precisamente a 3 miliardi di euro, cifra necessaria per scongiurare il pagamento dell’imposta a pochi giorni dalle festività. Così, il ministro dell’Economia Saccomanni non aveva nascosto l’allarme sulla cancellazione definitiva della tassa, in serio pericolo di saltare per carenza di risorse finanziarie.


In questo modo, è stato approntato un primo decreto di abolizione, poi ritirato a causa delle proteste degli agricoltori: delle fasce esenti in origine – prime case, terreni e fabbricati agricoli – sembra, infatti, che il sacrificio sarebbe stato chiesto proprio ai possessori di aree produttive o capannoni rurali. 

Così, venerdì scorso il Cdm ha rinviato a questa settimana la decisione finale sull’Imu, inizialmente programmandola per martedì e poi slittata di ulteriori 24 ore per fare posto alla legge di stabilità approdata in Senato.

Ieri, infine, la decisione: la copertura necessaria a esentare le fasce già risparmiate dall’Imu per la rata di giugno, verrà fornita dal sistema bancario e riguarderà anche le proprietà agricole. La quota sarà, per l’esattezza, spiega il ministro dell’Economia Saccomanni “di un terzo con anticipi sull’imposizione del risparmio amministrato e due terzi con aumenti di anticipi su Ires e Irap, a fronte di un aumento delle aliquote che graverà solo per un anno sulle banche”.

Resta, però, un inghippo non da poco: per quei Comuni che hanno spinto le aliquote oltre la soglia massima consentita, la metà resterà in capo ai contribuenti a partire già dall’imminente mese di gennaio, con il restante che sarà garantito dalle finanze statali, mentre farà il suo debutto la nuova imposta unica comunale, che andrà a sostituire proprio Imu e Tares.

Nella stessa seduta del Cdm, il governo ha varato anche il decreto che rimodula le quote di Bankitalia, concedendo all’istituto di aumentare il proprio capitale, con l’emissione di quote nominative di partecipazione del valore di 20mila euro ciascuna. Viene, inoltre,s stabilito un tetto alla distribuzione dei dividendi annuali, tali da non dover superare il 6 percento del capitale, mentre i singoli istituti nelle vesti di soci non potranno accumulare oltre il 5% del capitale di Bankitalia. Norma, questa, che dovrebbe stravolgere i rapporti di forza, obbligando Intesa Sanpaolo e Unicredit a liberarsi quasi interamente della fetta superiore al 50% che insieme detengono.

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