Non si era, fin qui, mai visto un accordo su una riforma che escludesse dall’accordo medesimo gli enti destinatari della riforma.

Il Ministro per gli affari regionali Graziano Delrio, col sostegno dei sindacati, dell’Anci e delle regioni è riuscito in questo primato, con la stipulazione del protocollo di intesa tra le citate parti, per la riforma delle autonomie locali.

Nella realtà, risulta evidente a chiunque che il protocollo d’intesa ha l’unico reale scopo di dimostrare la costituzione di consenso sul disegno di legge proposto dallo stesso Delrio, così da supportarne l’approvazione in Parlamento, nonostante più fonti ne abbiano messo in rilievo i gravissimi difetti e, soprattutto, il caos che produrrà, in assenza di rilevabili risparmi economici e di una quantificazione dei sicuri costi. In particolare, è stata la Corte dei conti a spiegare nero su bianco i pericolosissimi difetti di un disegno di legge destinato a produrre quegli stessi danni che già in Sicilia l’avventata riforma di Crocetta sta comportando.


Il Ministro Delrio ha dimostrato di essere totalmente sordo a qualsiasi evidenziazione dei chiari vizi del disegno di legge ed intende, nonostante tutto, portarlo avanti. A qualsiasi costo.

L’operazione, dunque, consiste, come sempre, nel sostituire alla correttezza della regola ed al rispetto del mosaico ordinamentale, il consenso.

Il disegno di legge presenta falle evidentissime di costituzionalità (una legge che vuole attuare una riforma della Costituzione, senza che tale riforma sia in vigore; che vìola l’articolo 133 della Costituzione; che vìola il principio di pari dignità istituzionale tra Stato ed enti locali, ecc…); non indica alcun risparmio di spesa, né ne comporterà; non modifica, come dovrebbe, l’ordinamento finanziario; non specifica i costi? Non conta. Una bella ondata di applausi da parte dei media demagoghi e un protocollo di intesa bastano per lasciar fermo il Ministro ed i suoi consiglieri nella convinzione di star operando correttamente.

Tuttavia, correttezza, buona fede, rispetto istituzionale non pare proprio connotino il protocollo di intesa, stipulato in assenza dei soggetti direttamente interessati: le province. Una cosa oggettivamente gravissima. E’ come se una questione riguardante la Fiat venisse risolta dal Governo e dai sindacati con protocolli di intesa stipulati con la Mercedes, la Renault e la Nissan.

I sindacati cercano, ovviamente, di posizionarsi con il Governo e, soprattutto, nei confronti del nuovo che avanza, sapendo bene che Delrio è in quota Renzi e, dunque, non hanno esitato a sottoscrivere il protocollo. Senza curarsi troppo dei contenuti oggettivamente lunari.

Il protocollo ritiene “obiettivo primario la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali”. Comprensibile che i sindacati siano attratti da una simile formula astratta. Peccato che nel disegno di legge, tuttavia, non vi sia menzione alcuna della questione, né misura alcuna o disciplina o norma sul personale.

Che il protocollo sia una fonte di emendamento del disegno di legge? E perché dovrebbe esserlo un accordo di questo genere? Che fonte è?

Per altro, il protocollo contraddice la enfatica sua affermazione principale, quando al punto 5 prevede che vi sia “Il confronto, a livello territoriale/regionale, sui dati relativi agli eventuali esuberi di personale e sull’attivazione di tutti gli strumenti necessari per la salvaguardia occupazionale”. Delle due l’una: o v’è la salvaguardia dei livelli occupazionali, oppure vi sono gli esuberi.

Poiché la salvaguardia dei livelli occupazioni si può ottenere solo con il trasferimento del personale provinciale verso gli enti che subentreranno, occorrerebbe sapere:

a)                           quali entri subentreranno, appunto: ma il ddl Delrio sul punto fa una confusione enorme, lasciando aperta l’ipotesi che funzioni e personale passino da 107 province a 8100 comuni (tutti?, alcuni? Quali?), 370 unioni di comuni (tutte? Alcune? Quali?), 20 regioni (con quali criteri), mentre solo per le città metropolitane si ha un minimo di maggior chiarezza, poiché esse si sostituiscono alle province (e, qui il quesito: che senso hanno città metropolitane uguali alle province? Perché in 10 zone del Paese province sì, nel resto, invece, province no?);

b)                          quali risorse finanzieranno gli enti subentranti; è perfettamente evidente che essi, infatti, non si sogneranno nemmeno di acquisire personale provinciale se non acquisiranno le risorse che lo finanzino, da un lato, e se non si intervenga a modificare l’intera normativa sul patto di stabilità e sulla disciplina del contenimento delle spese di personale.

Le parti firmatarie sono in parte consapevoli dei problemi di cui al punto b) visto sopra. E, infatti, demandano al protocollo il ruolo di formulare “La proposta di norme che consentano di attuare eventuali percorsi di mobilità tra enti non incidendo sugli attuali limiti di spesa e assunzionali previsti per il personale delle amministrazioni riceventi e comunque garantendo la copertura per i trattamenti economici del personale trasferito”.

Proposta di norme? Ma, questo problema non dovrebbe essere affrontato e risolto dal ddl Delrio? Ma di cosa si parla? E, poi, Ministero per gli affari regionali, Dipartimento della funzione pubblica, Anci e regioni non sanno che questa materia è del Ministero dell’economia, che non ha sottoscritto il protocollo e, dunque, non ha alcun vincolo (se il protocollo possa avere effetti vincolanti, cosa da escludere radicalmente)? Non si rendono conto che, appunto, la riforma per essere tecnicamente corretta e sostenibile deve essere in uno con una revisione formidabile della finanza locale?

In Sicilia, il cui caos non può fungere da monito per un Ministro sordo come Delrio, alle province abolite Stato e regione hanno azzerato i finanziamenti, senza redisciplinarli, anche perché non si sa quali altri enti dovrebbero subentrare alle province. Risultato: niente manutenzioni a strade e scuole e niente accompagnamento dei disabili nelle scuole e aiuti allo studio per sordi e ciechi. Il Ministero dell’economia è un oste imprescindibile, con il quale Delrio dovrebbe fare molto bene i conti. Il coro plaudente di Anci, regioni e sindacati a nulla serve per risolvere queste questioni. Specie dopo che il Commissario Cottarelli ha di fatto, col programma di revisione della spesa, reso noto il giorno prima della paradossale stipula del protocollo, avocato a sé la questione delle province. Il che rende ancor più privo di contenuti il protocollo stesso.

Che dire, poi, delle “proposte di modifica, attraverso specifici emendamenti, del disegno di legge di riordino delle Province, delle Città metropolitane e delle Unioni dei Comuni che recepiscano quanto concordato dal presente protocollo ed in particolare affrontando la questione relativa ai maggiori oneri che potranno derivare dal processo di trasferimento che dovranno essere considerati neutri per le amministrazioni riceventi”?

Come si conferma, attraverso un protocollo di intesa, che intende attuare una legge ancora in fase di disegno, si intendono presentare “specifici emendamenti”. Dunque, è un protocollo sul nulla, sull’inesistente. Ma, la cosa incredibile è che i maggiori oneri a carico degli enti subentranti (vedi problemi indicati alle lettere a) e b) sopra) debbano essere considerati neutri per le amministrazioni riceventi.

Ancora una volta, una previsione pretenziosa e velleitaria, dimentica della circostanza che l’ambizioso obiettivo non può essere accolto con la frettolosa soluzione, totalmente errata sul piano tecnico.

Infatti, le province, nel loro complesso, garantiscono un certo contributo al patto di stabilità, hanno un carico di spese di investimento di circa 3 miliardi e debiti per circa 800 milioni, un patrimonio, un personale che costa circa 2,3 miliardi. Per ottenere la neutralità vagheggiata allegramente dal protocollo di intesa, occorrerebbe modificare totalmente il patto, e rivedere, come detto sopra, l’intero sistema finanziario e contabile degli enti locali.

Sul personale, altro velleitario elemento è il punto 4 del protocollo: “La proposta di norme che consentano di attuare eventuali percorsi di mobilità tra enti non incidendo sugli attuali limiti di spesa e assunzionali previsti per il personale delle amministrazioni riceventi e comunque garantendo la copertura per i trattamenti economici del personale trasferito”.

Anche qui: una “proposta”. A conferma che il ddl Delrio è un caos, incompleto, imperfetto, lacunoso, estemporaneo, atecnico, inefficace, privo di elementi che, chissà per quale ragione, si demandano ad accordi pseudo istuzionalsindacali, come quello del 19 novembre.

Per il resto, il protocollo prevede tavoli, concertazioni, rinvia, auspica, vagheggia, nell’ostentato disinteresse della posizione delle province e dei loro lavoratori, che i sindacati non hanno ritenuto opportuno nemmeno sentire, prima di lanciarsi, penna in mano, a sottoscriverlo.

Alla fine dei conti, il protocollo è una sorta di certificazione della totale inefficacia e caoticità del ddl Delrio, ma, soprattutto, un vulnus ad ogni principio di correttezza istituzionale. Uno schiaffone in faccia alle province ed ai loro dipendenti, considerate, le prime, già abolite, ed i secondi, pacchi postali. Troppo pochi, forse, tra i 56.000 dipendenti, appena l’1,75% del totale dei dipendenti pubblici, i tesserati sindacali, perché ai sindacati interessasse un sistema diverso di agire su una riforma così complessa.

 


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