L’afa di luglio saliva dai binari attraverso le finestre spalancate del bar della stazione sin dalle prime ore del mattino. La calura rendeva tutti insofferenti e più difficili le parole di un dialogo pacato.Ma tra di noi ragioni metereologiche e metereopatiche insieme facevano del pediatra il più irritato di tutti. Quella mattina ce l’aveva coi servizi sanitari delle regioni del sud, che lui definiva “casuali” e ci spiegò il perché. Sosteneva che ogni volta che al suo servizio vaccinale si presentavano i bambini di una famiglia immigrata dal sud c’era da mettersi le mani nei capelli, peggio dei bambini provenienti dal Magreb. Libretti vaccinali inesistenti o mal compilati o indecifrabili, telefonate alla sede di provenienza senza esito per l’impossibilità di reperire servizi, responsabili e archivi informatici e non. Il professore lo interruppe subito contrariato da quello sfogo un po’ razzista e poco credibile sullo sfondo di un servizio sanitario nazionale che per legge deve assicurare prestazioni eque ed omogenee in tutto il paese. Il pediatra replicò che il servizio sanitario nazionale non esisteva più, esistevano tanti servizi sanitari regionali difformi tra loro ove più il caso che la programmazione decideva chi usufruiva di cosa. E il caso si accaniva proprio sulle famiglie del sud. Cominciò a snocciolare al riguardo una serie di dati inoppugnabili riferiti al suo settore. Sfortunate le donne meridionali, che hanno una probabilità di avere un taglio cesareo fino al 60% nella regione Campania, e soprattutto in strutture private con pochi nati e senza terapie neonatali. Sfortunati i neonati meridionali che in Campania e Sicilia hanno una probabilità doppia di morire rispetto a quelli nati in Toscana e Umbria. Il professore ribattè di sapere per certo che negli ultimi dieci anni la mortalità neonatale era diminuita anche al sud e che forse le donne del sud optavano di loro volontà per il taglio cesareo. Ma il pediatra ne sapeva di più e disse che nell’ospedale pubblico di Castellammare di Stabia c’era una mosca bianca che facendo una ecografia uterina alle donne con precedente taglio cesareo e una educazione sanitaria corretta a quelle alla prima gravidanza in pochi anni aveva ridotto i cesarei dal 50 al 18%. Fortunate le donne di Castellammare di Stabia. Che fare allora? Tornare al servizio sanitario nazionale sottraendo alle regioni la loro maggior fonte di spreco e clientelismo, concluse in perfetta sintonia l’altro medico. In quel mentre una persona mi salutò. Era la moglie di un amico. Col pancione stava prendendo il treno diretto a Rimini. Perché mai? le chiesi. Vado dal ginecologo di una casa di cura privata dove se vuoi per tua maggiore tranquillità ti fanno sempre il cesareo, mi rispose. Ecco un’altra che sceglie una procedura a rischio per evitare il rischio! commentò a voce alta il pediatra. Il treno per Rimini partì, quello per Bologna stava per arrivare, i miei amici si avviarono a prenderlo. Rimisi la mia bici in strada, confuso tra cittadini confusi.


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